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«LE SOCIETÀ DELLE CITTÀ: LA RISPOSTA DEI SISTEMI DI WELFARE DOPO LA PANDEMIA» è il titolo del convegno (in presenza e online) organizzato dal Comune di Milano in collaborazione con Metodi nella mattinata di lunedì 19 luglio a Palazzo Reale. Amministratori locali, studiosi, ricercatori, cooperatori si confrontano sulle prospettive del welfare locale. È possibile partecipare in modalità webinar iscrivendosi su: https://bit.ly/3qP4BXO Il link per connettersi sarà inviato a iscrizione avvenuta. L’incontro apre un percorso di riflessione condivisa finalizzata alla elaborazione del Piano di Zona di Milano.

PROGRAMMA

  • ore 10.00: Saluti istituzionali del Sindaco di Milano, Giuseppe Sala
  • ore 10.10: Saluti della portavoce del Forum del Terzo Settore Città di Milano, Rossella Sacco

1° SESSIONE: POLITICHE PUBBLICHE E BENESSERE SOCIALE

  • ore 10.20: USCIRE INSIEME: VERSO UN NUOVO WELFARE TERRITORIALE (Gabriele Rabaiotti, Assessore politiche sociali e abitative del Comune di Milano)
  • ore 10.30: PIÙ VOCI: LA RICERCA DELLA TRASVERSALITÀ NEL WELFARE (Cristina Tajani, Assessora a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane; Laura Galimberti, Assessora all’Educazione e Istruzione; Roberta Guaineri, Assessora a Turismo, Sport e Qualità della vita; Andrea Minetto, assessorato alla cultura)
  • ore 11.00: LA CITTÀ INCLUSIVA (Donatella Chiodo, Assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli)
  • ore 11.20: LA CENTRALITÀ DEL TERRITORIO (Marta Bonafoni, Consigliera della Regione Lazio)

2° SESSIONE: COPROGETTARE IL WELFARE LOCALE

  • ore 11.50: LE CITTÀ EUROPEE OLTRE LA CRISI: UNA PANORAMICA (Tommaso Vitale, Direttore scientifico del master “Governing the Large Metropolis” c/o Ecole Urbaine de Sciences Po, Parigi)
  • ore 12.10: COSTRUIRE BENE COMUNE: IL RAPPORTO TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ED ENTI DEL TERZO SETTORE (Angelo Stanghellini, Direttore generale ASP Città di Bologna)
  • ore 12.30: UNA NUOVA STAGIONE ANCHE PER IL TERZO SETTORE (Valeria Negrini, portavoce Forum Terzo Settore della Lombardia)
  • ore 12.50: IL BALLO CON LE QUATTRO SIGNORE: UN SOCIAL PLANNER DENTRO LE POLITICHE DI QUARTIERE (Giovanni Laino, Professore Ordinario di Pianificazione Territoriale nel Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II)
  • ore 13.10: IL TERZO SETTORE COME ATTORE DI SVILUPPO DI COMUNITÀ (Riccardo De Facci, Presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
  • ore 13.30: LE “PAROLE CHIAVE” PER IL WELFARE POST-PANDEMICO a cura di Davide Boniforti e Marco Brunod, Metodi

UN LABORATORIO DI FORMAZIONE ONLINE, UN’ALLEANZA STRATEGICA TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E ENTI DEL TERZO SETTORE (Marzo-Giugno 2021)

Mettere al lavoro l’intelligenza collettiva. Il mondo della cooperazione sociale e degli enti locali sta vivendo una situazione inedita e difficile legata all’emergenza Covid-19, di cui si misurano effetti fortemente critici nei diversi territori. In questa fase, così incerta, il tema dell’alleanza strategica tra terzo settore e amministrazioni pubbliche riveste un’importanza cruciale e decisiva per rinsaldare un sistema di relazioni e azioni territoriali che hanno prodotto – anche in situazioni complesse come quella che stiamo attraversando – politiche sociali e comunitarie di qualità.
Nell’attuale scenario, reso ancor più complesso dalla fase pandemica, è fondamentale investire in chiave sempre più multidisciplinare e multifattoriale del sapere sociale. Una sorta di nuova intelligenza collettiva al lavoro, che sorretta e animata da diversi sguardi abbia di mira però obiettivi comuni di lettura e operatività.
Costruire reti territoriali solide ed estese, promuovere azioni progettuali e interventi integrati, facilitare la collaborazione e la messa in comune di risorse (non solo economiche ma anche conoscitive, organizzative, professionali…) rappresentano strategie trasformative tra le più urgenti per chi lavora, con ruoli di management, nella cooperazione sociale ma altresì negli enti pubblici. Questa situazione di profonda crisi costringe a distanziarsi dagli abituali filtri ideologici e da rigidità precostituite nel tentativo di riscoprire e ricercare ciò su cui investire nel prossimo futuro per dare maggior senso e valore alla vita delle persone e delle loro comunità.
Allestire laboratori di ricostruzione sociale. Il futuro degli enti e delle organizzazioni che si occupano della vita delle persone è necessariamente legato a questa ricerca, deve nutrirsi degli interrogativi che si stanno aprendo e deve al contempo essere un “laboratorio di ricostruzione”. In questo quadro è centrale il tema della corresponsabilità: che implica da un lato la necessità di condividere e connettere le nuove traiettorie strategiche che questa fase richiede, e dall’altro l’assunzione di concrete responsabilità da parte dei diversi attori organizzativi. Corresponsabilità tra più soggetti, tra gli operatori e i beneficiari dei servizi, tra i livelli operativi e chi all’interno delle organizzazioni ha un ruolo di direzione e di gestione, tra i singoli servizi e i loro interlocutori territoriali con cui è necessario stabilire buoni livelli di cooperazione su più piani. Questi aspetti interesseranno sempre di più̀ lo sviluppo delle organizzazioni che producono servizi rivolti ai cittadini, in percorsi che richiederanno la capacità di valorizzare aperture e collaborazioni con i territori di riferimento, nella prospettiva e nella consapevolezza di essere artefici e co-costruttori di infrastrutture di protezione sociale costituite localmente e dedicate ad occuparsi delle problematiche sociali e sanitarie della comunità. La rinnovata alleanza fra Amministrazioni Pubbliche, Enti del Terzo Settore e cittadini potrà allora anche contribuire alla tenuta sociale e psicologica dei territori perché quando questi soggetti collaborano “fanno comunità”.

Coniugare politiche lungimiranti e pratiche pertinenti . Il laboratorio intende innanzitutto allestire uno spazio di confronto e riflessione sui sistemi di welfare locale nella convinzione che sia sempre più necessario porre al centro dell’attenzione i territori e le loro risorse per valorizzare il protagonismo e le competenze di coloro che operano in campo sociale: dalle Istituzioni, agli Enti del Terzo Settore, alle diverse forme di cittadinanza attiva. Il laboratorio è rivolto a coloro che in questi contesti ricoprono ruoli apicali e/o intermedi influenti nella determinazione degli assetti e delle forme di espressione dei sistemi di welfare locale: presidenti, direttori e responsabili di imprese cooperative e consortili e coloro che, negli enti pubblici, si occupano di politiche e servizi sociali (sindaci, assessori, dirigenti e responsabili di area sociale). I principali obiettivi di questa iniziativa sono: a) favorire lo sviluppo dei tradizionali sistemi di welfare locale in una prospettiva di welfare di comunità riconsiderando diversi aspetti aventi carattere strategico; b) approfondire gli elementi distintivi dei sistemi di welfare di comunità per favorire l’ideazione di adeguate declinazioni coerenti con i contesti operativi dei partecipanti; c) delineare una cornice di principi di ordine culturale e valoriale su cui far leva per sostenere i processi di innovazione dei sistemi di welfare locale. Il laboratorio propone un percorso di formazione partecipata in cui si alterneranno contributi teorici e presentazioni di esperienze. Nella conduzione delle attività saranno attivati momenti di confronto, riflessione e valorizzazione delle esperienze dei partecipanti. Agli iscritti verranno messi a disposizione materiali didattici ad hoc in formato digitale (nello specifico: articoli tematici, schemi di sintesi o dispense informative) Il percorso formativo sarà articolato in 7 incontri della durata ciascuno di tre ore (dalle 14,30 alle 17,30) da marzo a giugno 2021. Per informazioni e iscrizioni QUI

Di fronte ad una brusca interruzione di «schema» come quella provocata dall’emergenza Covid è necessario osservare come cambiano le relazioni sociali e in che modo associazioni, cittadini attivi e volontari stanno reinventando la propria azione sociale sul territorio, proponendo elementi di riflessione per un nuovo posizionamento e una differente riorganizzazione strategica dei loro progetti [1]. Questa attitudine auto-riflessiva ci pare quanto mai opportuna nel contesto di un evento di portata epocale. Oggi più che mai è prezioso osservare che cosa avviene nelle nostre comunità locali, affinché la tensione attuale al “ritorno alla normalità” non sacrifichi spazi di apprendimento, occasioni di rigenerazione. Ci pare che sette verbi possano cogliere alcune trasformazioni, in atto o potenziali, della prossimità sociale e indicarci qualche prospettiva di sviluppo nello scenario post-pandemico: esserci, resistere, reagire, approssimarsi, connettere, cooperare, intraprendere, imparare

«Esserci». La pandemia ha cambiato da un giorno all’altro la vita delle persone e delle organizzazioni. L’impatto non è stato uguale per tutti, ma ognuno si è trovato a decidere cosa fare, come riorganizzarsi. Alcuni sono rimasti paralizzati. Altri si sono reinventati. Come hanno fatto? Dove hanno trovato energia e intelligenza per riuscire ad «esserci», comunque? Nel pieno del lockdown abbiamo visto amministrazioni pubbliche, associazioni, enti del terzo settore e gruppi informali trovare il modo di stare in contatto con i problemi, stare in contatto con le persone, e connettere problemi e persone.Questo «esserci», anche nel disorientamento e nella confusione di una situazione inedita, ci pare d’importanza capitale, soprattutto in una società dove cresce da tempo il fenomeno della solitudine. Fino a poco più di un secolo fa, appena il 5% della popolazione viveva da solo. La norma erano famiglie numerose che abitavano in spazi più o meno ampi, a seconda delle possibilità. In Italia, nel 2019, un terzo delle famiglie sono composte da una sola persona. L’impatto del Covid-19 è stato imponente a questo proposito, e tutto non siamo in grado di stimarne fino in fondo gli effetti. Non sono poche le persone che continuano a non uscire di casa anche ora che i contagi sono in regressione, perché rimane la paura, il disorientamento. Sappiamo anche che la povertà economica tende a peggiorare se accompagnata da povertà relazionale, in un circolo vizioso che può depotenziare gli stessi interventi di aiuto. Per questo non basta l’aiuto economico, il pacco alimentare, il buono spesa: se non si interviene sulle povertà relazionali si rischia di scivolare, magari inconsapevolmente, verso forme di neo-assistenzialismo. È l’epoca di azioni di aiuto capacitanti e relazionali, che offrono appigli per uscire dalla solitudine. Il lavoro sociale di comunità dei prossimi anni sarà anche questo: rigenerare reticoli di relazioni, di prossimità, di vicinato, di quartiere, di caseggiato. Abbiamo le organizzazioni e l’energia per lavorare su questo: non ti consegno solo il pacco, ma ti telefono, ti vengo a trovare, ti citofono, ti coinvolgo. È fondamentale ricostruire la prossimità, recuperare la tradizione mutualistica del nostro Paese: lavorare su un welfare comunitario prossimale, capitalizzando anche l’energia molecolare diffusa di giovani under 30, di volontari occasionali, di reti di vicinato. Lavorare su questi legami permette anche di attivare codici di mutualismo più riconoscibile, scovando anche il bisogno inespresso: la vergogna può bloccare una persona in difficoltà nel chiedere aiuto ai servizi o alle associazioni strutturate, mentre chiedere aiuto ad un vicino potrebbe essere più semplice, meno doloroso. Ma per far bene tutto ciò, l’abbiamo capito, è fondamentale «esserci».

«Resistere». L’emergenza sanitaria ha costretto individui, famiglie e organizzazioni a stare in una situazione altamente disorientante per un periodo di tempo prolungato, senza uno scenario chiaro. Oltre a trovare il modo di «esserci» diverse organizzazione sono riuscite a r-esistere allo stress, accettando di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. La pandemia da Covid 19 è il più grande evento collettivo che conosciamo, ed è difficile trovare precedenti storici di questa portata, se non lontani nel tempo. Dagli studi di psicologia dell’emergenza sappiamo che le società umane reagiscono in modo diversi alle tragedie collettive: aumentando la coesione e l’altruismo o, di contro, disgregandosi e esacerbando i conflitti. Per secoli la nostra specie si è mossa nella tensione fra egoismo e altruismo, fra attenzione all’individuo e attenzione alla collettività. La mentalità comune delle moderne società neoliberiste incoraggia l’interesse personale e il pensiero a breve termine. Le organizzazioni più adatte all’evento pandemico saranno, con molta probabilità, quelle in grado sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e rabbia, coltivando coesione, fiducia e solidarietà. Come sostiene il filosofo Miguel Benasayag «resistere è creare».

«Approssimarsi». Se c’è una grande scoperta provocata dal lockdown è che numerose persone si sono riapprossimate alla microfisica della comunità più vicina alla loro casa: il cortile, il parchetto, la via, i giardinetti. Spazi solitamente frequentati dalle figure più fragili della comunità: bambini piccoli, anziani, famiglie, migranti. Spesso i più attivi, i più mobili, i più inclusi, attraversano questi spazi “minori” ma non li frequentano, non li abitano. La pandemia ha consento, per un certo periodo di tempo, che questi spazi ridiventassero «luoghi», aree di interazione e mitigazione della solitudine. Magari a distanza, da un balcone all’altro, da un lato della strada all’altro, ma ugualmente interazionali. Chi aveva già spazi che erano luoghi (cioè non privatizzati ma concepiti come «beni comuni») se ne è avvantaggiato anche in questa pandemia. Chi ne era sprovvisto si è ritrovato in uno spazio privato microscopico, per certi versi deprivato. Abbiamo potuto osservare il sorgere, certo straordinario e unico, di inedite dinamiche condominiali e di relazionalità di vicinato. Non siamo certo ingenui, i condomini continueranno a conoscere fenomeni di indifferenza o micro-conflittualità. Ma questo straordinario evento sociale ci ha mostrato i vantaggi (e in fondo anche il piacere) di una vicinanza gentile e solerte, di una microfisica della convivenza meno sospettosa. L’azione sociale di comunità può ispirarsi a queste esperienze ritrovando la sua territorialità prossimale in modo più convinto, c’è un tesoro di spazi che possono ridiventare luoghi, cioè spazi in cui le persone ri-fanno comunità.

«Connettere». Nel disorientamento prodotto dalla pandemia una lezione fondamentale è stata quella dell’importanza di saper «fare rete». Nelle settimane più dure, più difficili, le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono riuscite a catalizzare energie diffuse, non sempre organizzate. Chi in questi anni ha creduto e investito davvero in un buon lavoro di rete, si è ritrovato in mano un formidabile dispositivo operativo e un capitale di fiducia sedimentato con lo sforzo e la tenacia. Altre reti sono nate ex-novo a partire dall’emergenza, magari fra realtà territoriali che raramente si erano trovate a collaborare. E anche questo è interessante. Si tratta di capire se le reti scaturire nella fase di criticità conclamata hanno vita breve o possono radicarsi e durare. Una cosa è certa, l’azione sociale complessa in una società frammentata ha bisogno di capacità connettive per evitare la dissipazione delle risorse. L’approccio individualista alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di molti attori sociali). Ci è fin troppo noto, anche nel mondo associativo, l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo. Questa consapevolezza si proietta con forza nella fase post-pandemica, nell’inevitabile bisogno di progettualità condivise, di una massa critica di intelligenze e risorse (pubbliche, private, formali, informali) da finalizzare in modo coerente.

«Cooperare». Chi ha agito meglio nel contesto pandemico è stato in grado non solo di connettere più attori ma anche di far dialogare e agire culture differenti, intrecciando sociale e sanitario, psicologico ed economico. Non si tratta solo di connettere azioni separate, per quando lodevoli, ma anche di concertare azioni congiunte: facendo progetti insieme, dando vita a forme di corresponsabilità di tutti gli attori del territorio. Come hanno mostrato in modo inequivocabile alcune esperienze presentate nel corso degli incontri formativi il salto di qualità più significativo si è verificato nel momento in cui si è intrapresa la strada di un allargamento della platea degli attori, aprendosi a incontri inediti, fuori dalla comfort zone dei “soliti noti”. Inevitabilmente entra in gioco il livello di «capitale fiduciario» delle organizzazioni, e non è certo uguale per tutti. Persone e organizzazioni che non si fidano di nessuno trovano difficile credere che gli altri si impegneranno per il bene comune. Perché dovrebbero farlo? La fiducia è la benzina del motore cooperativo. Nella fase post-pandemica avremo un gran bisogni di cooperare, per questo è conveniente, da subito, allenarci alla fiducia.

«Intraprendere». La cultura di molte organizzazioni sociali è caratterizzata da un elevato tasso di pragmatismo, non di rado accompagnata da qualche limite sul versante relazionale. Associazioni di volontariato e cittadini attivi trovano nel fare il loro momento topico, per certi versi il senso stesso del loro impegno. Non è stato facile sapere “cosa fase” durante il lockdown, soprattutto quando le forme stesso del fase diventavano un problema, per via delle norme di sicurezza e il distanziamento fisico. Ma anche su questo versante ci sono molti motivi di interesse e di riflessione. Una seconda testimonianza portata al corso riferiva dell’importanza di tentare un’azione anche quando permanevano dubbi circa gli effetti poiché, diceva il collega, “da cosa nasce cosa”. Le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono quelle che hanno provato, comunque, a mettere in campo un’azione, a prendere un’iniziativa, a «intraprendere», appunto. Questo spunto ci restituisce il senso profondo di ogni azione sociale poiché «ogni azione è una interazione», non ne conosciamo ma la natura se non quando a “mettiamo al mondo”, facendola, praticandola. Molte esperienze di solidarietà nate durante l’emergenza hanno catalizzato grandi energie e disponibilità (anche da parte di persone meno vicine al mondo dell’associazionismo e del volontariato) a partire da azioni esemplari, capaci di “contagiare” positivamente il contesto locale.

«Imparare». Nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19 sono state molte le testimonianze incentrare sull’apprendimento. Dai personaggi più noti al normale cittadino, si sono moltiplicate le riflessioni su “ciò che sto imparando” da questa esperienza. Forse è un bisogno umano profondo quello di trovare un senso agli eventi della vita, soprattutto a quelli più imprevisti e spiazzanti. Anche per il composito mondo del sociale sono diversi gli elementi su cui riflettere, se si accetta di farlo, ovviamente. Intanto che l’esperienza è ancora “calda”, abbiamo l’opportunità di trarre degli insegnamenti, per noi, le nostre organizzazioni, i nostri gruppi le nostre amministrazioni pubbliche.  Ma come? In che modo? È interessante osservare che, dal punto di vista dei teorici della complessità, vi sono almeno tre tipologie di apprendimento: 1) Imparare, 2) Imparare a imparare, 3) Imparare e disimparare. Se ci interessa sviluppare apprendimento per rinnovare il nostro modo di agire nel sociale ci interessano tutti e tre le tipologie. Durante la pandemia, ad esempio, molti insegnanti si sono visti costretti ad imparare a gestire la didattica a distanza (DAD), acquisendo conoscenze e abilità che non avevano (o avevano in parte) dal punto di vista tecnologico. Sappiamo però che il mondo digitale è caratterizzato da processi di innovazione continui che rendono velocemente obsolete le conoscenze. Si tratta quindi di imparare a imparare nel corso del tempo, di sviluppare una capacità di apprendimento continuo (life long learning), non solo perché cambiano le tecnologie (tool) ma perché mutano i processi stessi resi possibili dalle tecnologie. Ma la tipologia più rilevante (e più faticosa) di apprendimento in età adulta riguarda la capacità di «disimparare», cioè di cambiare schema (frame), di abbandonare la certezza di ciò che facevo prima e fase qualcosa di completamente diverso. Allora il problema non è più, da insegnante, imparare a usare Zoom per fare una lezione a distanza; tantomeno essere aperto a nuove tecnologie per migliorare le lezioni future. La vera sfida è reinventare la didattica facendo meno lezioni frontali e sperimentando processi di apprendimento basati sullo studio di casi, sui compiti di realtà e sull’attività di gruppo. Non basta imparare qualcosa di nuovo, devo riuscire a cambiare la mia cultura formativa, la mia idea di scuola e di apprendimento. Per riscoprire la nuova prossimità affiorata in tempo di Covid-19 le Associazioni potrebbero essere costrette, fra le altre cose, a disimparare alcuni di funzionare (progettare, riunirsi, decidere, agire), perché solo cosi il nuovo può essere accolto e riconosciuto.


[1] Testo tratto dall’articolo di Ennio Ripamonti e Alice Rossi Una prossimità differente Chi è l’altro nel nuovo mondo? Sette verbi per sette azioni che curano le nostre relazioni, pubblicato sulla rivista Vdossier, n 1, luglio 2020. Vai al link: https://www.csvlombardia.it/wp-content/uploads/2020/08/vdossier-1-2020-web.pdf


Un ciclo di 6 seminari formativi proposti da Metodi, in collaborazione con il Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche (https://circex.org/it) e Unità di Strada Sociale, e coordinati da Davide Fant (www.pedagogiahiphop.org) per pensare ad un lavoro educativo e formativo nel digitale con un approccio esperienziale, consapevole ed “ecologico”. Uno spazio di pensiero al termine dell’emergenza e all’inizio di quello che verrà, che non sappiamo ancora. Per esplorare le possibilità di attivazioni esperienziali, ludiche, artistiche, negli ambienti digitali. Per approfondire come usare a distanza la narrazione, le immagini, la poesia, i videogiochi, i GDR. Per ri-elaborare – insieme ad esperti – gli apprendimenti, le intuizioni, le perplessità, emerse nelle sperimentazioni del periodo di quarantena. Per ipotizzare come andare avanti, come integrare il lavoro in digitale con quello in presenza, per arricchire la nostra possibilità di stare accanto ai ragazzi in questi tempi inquieti.
Ogni seminario include: 1) proposte di attività formative per adolescenti nel digitale, e testimonianze di sperimentazioni messi in campo nel periodo di lockdown che si sono rivelati particolarmente generativi; 2) presentazione e sperimentazione di alcune applicazioni digitali utili al lavoro educativo nel digitale; 3) attivazione dei partecipanti (o solo di chi lo desidera…) e momenti di condivisione.
Il fine non è quello di addestrare all’utilizzo di nuove app (anche se anche di app si parlerà, e magari qualcuna sarà una bella scoperta) ma è quello ragionare e sperimentarsi su modalità consapevoli e creative per approcciare il lavoro educativo nel digitale, talvolta, se necessario, mettendo in discussione o allontanandosi dagli approcci più convenzionali.

Primo seminario: CREARE SETTING “CALDI”, RIFLESSIVI E TRASFORMATIVI NEL DIGITALE giovedì 16 luglio 15.00-17.30;

Secondo seminario: ORGANIC INTERNET: EDUCARE NEL DIGITALE CON UN APPROCCIO CRITICO, LIBERO ED ECOLOGICO venerdì 4 settembre 15.00-17.30;

Terzo seminario: APPRENDIMENTO ESPERIENZIALE NEL DIGITALE ATTRAVERSO STRUMENTI ARTISTICI E NARRATIVI venerdì 11 settembre 15.00-17.30;

Quarto seminario: RE-INVENTARE GIOCHI DI RUOLO E VIDEOGAME giovedì 24 settembre 15.00-17.30;

Quinto seminario: RADIO, WEBRADIO E PODCAST PER COSTRUIRE COMUNITÀ E SVILUPPARE COMPETENZE venerdì 2 ottobre 15.00-17.30;

Sesto seminario: ATTIVARE CONFRONTO SIGNIFICATIVO CON PHOTOVOICE venerdì 9 ottobre 15.00-17.30

Informazioni e iscrizioni: https://www.retemetodi.it/en/corsi/alieni-on-line/

Dare voce a giovani narrative. La prima sensazione che ho provato apprestandomi a leggere gli esiti di questa ricerca è stata di sollievo[1]. Dopo quasi tre mesi in cui, nel bene o nel male, le voci più scandagliate (in forma giornalistica, letteraria o scientifica) sono state quelle degli adulti, in particolare nel loro ruolo di lavoratori e/o di genitori, finalmente abbiamo l’opportunità di ascoltare le parole di altre generazioni, i pensieri e le emozioni di altre soggettività. Uno dei principi guida del lavoro di comunità chiede di incoraggiare interpretazioni pluralistiche dei problemi sociali con cui ci si misura, in modo da unire e integrare diversi tipi di conoscenza, sia di tipo oggettivo che di carattere soggettivo, in modo di moltiplicare i punti di vista da cui una certa situazione può essere considerata. In questo senso l’esperienza di una pandemia globale è indubbiamente quanto di più condivisoci possa essere, un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi, siano essi bambini, adolescenti, giovani, adulti o anziani. Pochi fenomeni nella storia umana hanno trasformato la società e la cultura come le pandemie e, qualunque siano le caratteristiche specifiche dei soggetti che le sperimentano (età, genere, ceto sociale, istruzione, etnia) risultano accomunati da una situazione di «caos» e di incredibile disorientamento. Il paesaggio risulta sconvolto e i punti di riferimento consueti si eclissano. Ed è propriamente in questa condizione che ci siamo trovati a riflettere sulle nostre vite, attuali e precedenti, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio. C’è chi non vede l’ora di ritornare velocemente alla “normalità”, chi invece pensa che “nulla sarà più come prima”. Da sempre l’uomo s’interroga sul futuro, ad ogni latitudine e ad ogni epoca storica.  Se nelle prime settimane il «caos» ha riguardato dimensioni organizzative e logistiche, con il passare del tempo ha cominciato ad agire ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso.

Saper fare le domande giuste. Nelle pagine di questa ricerca abbiamo la possibilità di capire meglio come hanno vissuto (e stanno vivendo) tutto ciò preadolescenti, adolescenti e giovani di questo spicchio di territorio piemontese. Già questo, di per sé, è un grande risultato: avere la possibilità di ascoltare voci che sono rimaste in larga parte assenti nella narrazione collettiva. Non c’è miglior lavoro educativo, per chi opera nelle politiche giovanili, che trovare il modo di offrire un’opportunità di espressione diretta, magari rompendo il tacito consenso con cui gli attori sociali accettano i sistemi di convenzione in cui sono immersi, promuovendo la produzione di nuove metafore e/o nuove narrative che rendano pensabili nuovi copioni, nuovi ruoli per gli individui e i gruppi sociali. Che cosa hanno da dire i ragazzi e le ragazze? Cosa pensano di sé e del mondo? Di sé nel mondo? Come vivono questo tempo sorprendente, questo evento spaesante? Che contributo possono dare alla comunità? Non va infatti sottovalutato il peso demografico di un paese come l’Italia che, dopo il Giappone, ha la popolazione più anziana del mondo e, com’è noto, essere una minoranza non è mai un vantaggio: gli adolescenti sono pochi e contano poco. Il fatto stesso che alle educatrici e agli educatori sia venuto in mente di interpellare queste generazioni così spesso sottovalutate o stigmatizzate è un formidabile esercizio pedagogico. Perché educare è, prima di tutto, fare le «domande giuste», come ci hanno insegnato Paulo Freire, Don Lorenzo Milani e Danilo Dolci, e quando la domanda interpella temi importanti della vita arrivano le risposte, di relazione prima ancora che di contenuto. Interpellati nel loro lockdown casalingo, nel loro confinamento domestico iper-connesso, più o meno faticoso o sereno che fosse, i ragazzi hanno risposto. Il fatto che 2600 ragazzi e ragazze dagli 11 ai 22 anni abbia compilato un questionario condividendo idee, preoccupazioni, desideri e propositi ci mostra, in filigrana, il reticolo invisibile di fiducia, stima e affetto che li tiene collegati ad adulti davvero significativi. Perché a questa età si è “costretti” a rispondere quando si è interrogati, ma si può anche decidere di rispondere perché si è interpellati, perché si percepisce che il questionario è un «pre-testo» che attiva e mantiene caldo il contatto, e il «testo» parla di riconoscimento e interesse autentico.

Un ascolto che attiva, connette, immagina. Se c’era un imperativo di questa situazione era quello di riuscire a «stare in contatto con il problema», che nel nostro caso significa: stare in contatto con i ragazzi, connettere problema e ragazzi, conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, fattori di resistenza e di benessere, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. Questo generoso sforzo di ricerca rappresenta un fondamentale «capitale narrativo»[2] che può alimentare percorsi educativi (individuali, gruppali e comunitari) pertinenti e partecipati. Tutto ciò non si produce automaticamente, non funziona come un meccanismo. È necessario un approccio aperto e una postura curiosa, un autentico interesse per queste vite giovani. Gli studi del grande antropologo Gregory Bateson hanno mostrato in maniera inequivocabile quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire percorsi educativi partecipati, dialogici e comunitari dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà[3]. Senza questa fondamentale operazione mentale l’approccio ai contenuti di questa ricerca risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione.

Ascoltare, non catalogare. E allora lasciamoci attraversare da queste voci prima ancora che catalogarle, un po’ come si sente il mare in una conchiglia. Certo sono voci diverse, ricche di variazioni e di accenti, non prive di incoerenze e di contraddizioni. Ma non sono così anche le nostre, di voci? Non sono sempre così le voci degli uomini e delle donne, in tutte le età della vita? Sono testimonianze vive e vitali, che raccontano famiglia, amicizia, scuola, tempo libero, divertimento, sport, musica, lavoro. Ci dicono, ad esempio, che nonostante tutto, per molti ragazzi la scuola è un punto di riferimento decisivo, amato e odiato, ma fondamentale: un baricentro: Come dice un ragazzo (o forse una ragazza) “da molto tempo non esco di casa e mi manca andare a scuola senza aver paura di nulla perché penso che la scuola sia un luogo di apprendimento ma nello stesso tempo anche un punto di ritrovo tra amici”. Oppure ci parlano del bisogno di amicizia, proprio a noi, adulti, che pensiamo che al tempo dei social i ragazzi non abbiano dei veri amici. E allora arriva una ragazza (o forse un ragazzo) a dirci che  “questo periodo, differentemente da altre persone, mi ha aiutato a creare e rafforzare nuovi rapporti con le persone soprattutto amici” E per chi pensa, ancora, che si tratti di una generazione superficiale e viziata può essere utile prendere atto di un pensiero all’altezza della situazione e delle molte preoccupazioni che la pandemia ha messo in moto, come dicono alcuni ragazzi e ragazze: “(…) ho paura che non ci possa essere un futuro sereno per le generazioni che verranno” o che “ (…) in futuro ci saranno pesanti conseguenze derivate da questa quarantena e di non poter vivere la vita che avrei voluto”, o ancora che “(…) tanti saranno egoisti ed irresponsabili come lo sono in questi primi giorni di fase due, il mondo andrà a rotoli”, ma anche che “(…) sarebbe bello pensare un po’ di più al bene degli altri invece di soddisfare bisogni innecessari ed egoistici”. Anche nel rapporto con sé stessi e con il mondo sono molte le suggestioni e può sorprendere il livello di maturità e consapevolezza che traspare, scrive un ragazzo “(…) ho avuto modo di pensare a me davvero tanto in questi giorni, cosa che non facevo ormai da anni. Ho trovato risposte a domande che frullavano nella mia testa da un sacco di tempo, ho riflettuto su progetti, sulle mie ambizioni e anche su rapporti con altre persone. Ho capito tante tante cose”, mentre un altro pensa che “(…) tutto quello che stiamo passando in questo periodo, ci serva a essere più responsabili sia con noi stessi che nei confronti altrui, e ci aiuta a capire la vera importanza della famiglia e degli amici. Sono molti gli adulti a cui piace dire che non ci sono più i giovani di una volta (cioè loro). Verrebbe da dire; “meno male”.


[1] il presente articolo è stato pubblicato in Il diritto alla felicità, instant book curato dalla Cooperativa Caracol nel giugno 2020 e che raccoglie i risultati di una ricerca condotta con adolescenti e giovani del territorio della provincia di Cuneo. Per scaricare: https://drive.google.com/file/d/1F7q6EhhBWXtJs6Lrk5IaZS-loN4TEU0B/view?usp=sharing

[2] Cfr. Luigino Bruni, Il capitale narrativo: le parole che faranno il domani nelle organizzazioni e nelle comunità, Città Nuova, Roma, 2018

[3] Cfr. Ripamonti Ennio, Davide Boniforti, Allestire situazioni per un dialogo aperto e plurale, in “Animazione Sociale”, n.325/2019

GRUPPO4

Ennio Ripamonti[1]

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita (Joan Didion)

L’IRRUZIONE DELL’INATTESO, DELL’IMPREVISTO E DELL’INQUIETANTE

APPUNTO 1: Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie. Lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’esistenza umana e delle società

Siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. Ed è proprio in questo tempo inedito, nel bene e nel male indimenticabile, che il filosofo Edgar Morin, dall’alto dei suoi 99 anni, ci ricorda che nella storia umana c’è una gran parte d’ignoto e che l’inquietudine che stiamo vivendo non possiamo nascondercela, ed è molto meglio guardarla in faccia[2]. Certo non è la prima pandemia della storia (e non sarà l’ultima), ma è la prima per «noi», un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi. Stiamo sperimentando quanto la pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, la più comune, quella che ci lega a tutte le generazioni vissute prima di noi. Ci ritroviamo così ad osservare, con malcelato stupore, fotografie di un secolo fa, affollate di famiglie, operai e commercianti attrezzati di mascherina durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1920. Un parallelismo e una vicinanza stupefacente e imprevedibile. Ancora oggi, come allora, ci dice la storia della medicina, le epidemie cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e di spazio limitata, seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale e poi si avviano alla conclusione[3]. Da un certo punto di vista, potremmo dire, niente di nuovo sotto il sole. Il mondo continua. È successo in passato, si verifica adesso, accadrà di nuovo. Ma un conto è saperlo astrattamente, un conto è viverlo concretamente. Da sempre le epidemie esercitano sulle società colpite una forte pressione che porta alla luce le strutture nascoste, rivelando quali sono le priorità e i valori presenti in un dato contesto. Ogni società crea i propri punti deboli e studiarli significa comprendere a fondo le strutture sociali su cui si basa e si articola[4]. Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie, anche se solo da poco tempo le scienze sociali hanno cominciato ad occuparsene. Ma forse anche questo è destinato a cambiare se si considera la mole di ricerche che si stanno avviando in queste settimane, non solo sul fronte medico (terapie, vaccino) ma anche sul fronte psicologico, psichiatrico, sociologico, antropologico, e pedagogico. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità.  Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

POST-IT 1: Il lavoro sociale contemporaneo non può (e non deve) sfuggire da questi temi, ma candidarsi ad accompagnare persone, gruppi e comunità a costruire un senso condiviso

LA FATICOSA RICERCA DI UN APPROCCIO ADEGUATO ALLA POLIEDRICITA’ DELLA CRISI

APPUNTO 2: Conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore

La pandemia crea una situazione straordinaria di crisi prolungata, di quella che possiamo chiamare una policrisi (sanitaria, economica, ecologica, psicologica, sociale), Nella Grecia classica il termine krisis veniva utilizzato soprattutto in ambito medico per indicare una situazione estrema limitata nel tempo. In questo senso nella crisi è implicito il suo superamento: alla fase acuta della malattia segue la guarigione o la morte. Proprio in virtù della crisi si esce dall’incertezza, si decide una strategia e si individua una via di uscita. Ma la situazione policritica con cui ci stiamo misurando è decisamente più complessa e implica una trasformazione della nostra relazione con il tempo e la difficoltà a pensare il futuro: è emerso un tempo denso di incognite. Non a caso circolano le profezie più disparate rispetto a ciò che ci attenderebbe: dalle più positive visioni palingenetiche, agli scenari più cupi e deprimenti. Una cosa è certa, la sovrabbondanza di informazioni non ci libera dall’inquietudine, anzi. Non è facile accettare la parzialità delle nostre conoscenze e abbandonare l’idea che possiamo pianificare una via di uscita certa, funzionante e programmabile. Dal secondo dopoguerra in poi le formidabili conquiste del welfare europeo hanno aumentato i sistemi di protezione e mitigato l’impatto delle crisi. Ma quali sono i punti deboli del nostro modello sociale messi in evidenza dalla pandemia? Alcuni dei più importanti vengono riassunti in un recente editoriale del Financial Times, vale a dire uno dei più autorevoli giornali economico-finanziari del mondo, cantore del neoliberismo. Nell’articolo si sostiene la necessità di riforme radicali, capaci di invertire la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni, soprattutto in termini di disuguaglianze. Si auspica che i governi accettino di svolgere un ruolo più attivo nell’economia e considerino i servizi pubblici come un investimento anziché un peso. Ma non è tutto, il Financial Times prevede che il tema della redistribuzione della ricchezza tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più ricchi e che bisognerà in considerazione misure fino a ieri considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali[5]. Il fondo auspica radical reforms per forgiare una società del lavoro per tutti. Difficile credere che assisteremo a una così radicale svolta nelle politiche pubbliche. Di certo, al momento, assistiamo al ritorno di centralità del pubblico e del tema dei beni comuni, forse perché, come dice un altro grande vecchio della sociologia europea, Jurgen Habermas, “quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare”

POST-IT 2: Il lavoro sociale di comunità deve candidarsi convintamente ad aiutare le pubbliche amministrazioni ad articolare interventi territoriali compositi e integrati

ADOTTARE LA STRUTTURA PSICHICA DEI MARATONETI PER VIVERE AL MEGLIO QUESTO TEMPO INCERTO

APPUNTO 3: Allenarsi per sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento

Le decisioni che riguardano gli interventi devono essere prese avendo come prospettiva che dovranno essere mantenute finchè non sarà disponibile un vaccino (potenzialmente 18 mesi secondo l’Imperial College di Londra). Dato che, al momento, non possono essere fatte previsioni sull’effettiva efficacia dei vaccini conviene stimare il tempo per difetto. Sappiamo con certezza che distanziamento fisico, mascherine, diversa organizzazione del lavoro, nuove modalità di fruizione dei servizi, degli spazi pubblici, del tempo libero, dell’istruzione e della cultura ci accompagneranno a lungo. Tutto questo ci porta a dire che per vivere al meglio questo tempo è interessante guardare alla struttura psichica dei maratoneti piuttosto che dei velocisti. La psicologia dello sport ci insegna che sono due gli elementi distintivi a questo proposito: la soglia di sofferenza (intesa come la fatica psicologica massima che l’atleta riesce a tollerare durante la gara) e la capacità di sofferenza (cioè il tempo che l’atleta riesce a reggere alla fatica massima). Mentre per il velocista è la soglia di sofferenza l’elemento che più incide sulla qualità della performance, nel caso del maratoneta diventa decisiva la capacità di sofferenza. Non solo. Le due performance sono influenzate anche da una diversità di centratura degli atleti rispetto agli stimoli. Nel velocista il focus d’attenzione prioritario è esterno, un’escalation avviata dallo start, che prosegue costante, al massimo della proiezione, fino al traguardo. Il maratoneta, di contro, ha bisogno di sviluppare una notevole consapevolezza delle sensazioni corporee così da poter riconoscere e anticipare eventuali momenti critici durante la gara. La concentrazione che inizialmente può essere poco orientata, con il progredire dello sforzo viene orientata all’ascolto dei segnali corporei in un costante monitoraggio dei parametri fisiologici. Nella condizione in cui ci troviamo, fuori di metafora, ci serve un approccio euristico alla ripresa, fatto di tentativi, errori e correzioni, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas, tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Un elemento decisivo è rappresentato dalla fiducia, anche perché “l’anno che verrà sarà alieno e il paesaggio sarà qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto e, per una volta, abbiamo l’occasione di disegnarlo più simile a come lo vogliamo”[6].

POST-IT 3: Il lavoro sociale di comunità deve attrezzarsi a riconoscere e trasformare, con pazienza e tenacia, sentimenti di disperazione, rabbia e rancore, generando fiducia

RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, FORMULARE IPOTESI E DOTARSI DI STRATEGIE INCREMENTALI

APPUNTO 4: Attingere a piene mani dalle capacità nostre cooperative e mettere a valore e istituzionalizzare le migliori esperienze di welfare di comunità degli ultimi dieci anni

È vero, siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso, ma non eravamo con le mani in mano dal punto di vista del lavoro sociale. Ci era già chiaro che le società attuali hanno bisogno di un valido settore pubblico, un privato efficiente, una società civile dinamica e una cittadinanza attiva e informata, il tutto interconnesso attraverso una governance condivisa. Stavamo già provando, con risultati più o meno soddisfacenti a riformare i nostri sistemi di welfare locale in modo da aumentarne l’efficacia mettendo al centro partecipazione, democrazia, sussidiarietà, imprenditorialità e responsabilità pubblica. Forse è giunto il momento per intensificare e radicalizzare (non nel senso di “estremizzare” ma di “andare alla radice”) questa prospettiva in almeno cinque direzioni:

POST-IT 5.1: Riprendere, rilanciare e intensificare la collaborazione fra sanitario e sociale alla luce di una forte prospettiva di salute pubblica e prevenzione territoriale

POST-IT 5.2: Sintonizzare il lavoro sociale individuale con il lavoro sociale di comunità mettendo al centro i micro-ambienti di vita delle persone e le loro reti di sostegno

POST-IT 5.3: Potenziare la collaborazione fra imprenditorialità sociale, attori economici e auto-organizzazione comunitaria attorno a beni comuni condivisi e fasce sociali fragili

POST-IT 5.4: Rinforzare azioni di rigenerazione urbana e sociale moltiplicando forme di welfare di prossimità basate sul luogo di vita (housing, negozi di vicinato)

POST-IT 5.4: Incrementare competenze sociali diffuse attraverso azioni informative e formative che coniugano attività in presenza e piattaforma digitali

  • [1] Articolo pubblicato sulla rivista “Animazione Sociale” n. 335/2020
  • [2] Edgar Morin, Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso, intervista in “Avvenire”, 15 aprile 2020
  • [3] Charles Rosenberg, Explaining Epidemics, Cambridge University Press, New York, 1992
  • [4] Frank M. Snowden, Epidemics & Society. From the black death to the present, Yale University Press, 2019
  • [5] Cfr. Financial Times, La pandemia ha rilevato la fragilità del contratto sociale, in “Internazionale”, 1353/2020, pag. 15
  • [6] Paolo Giordano, La vita dopo? Il futuro è un puzzle che va costruito insieme, in “Il Corriere della Sera”, 8 aprile 2020

 

Mappa Città 2

I problemi esistono quando qualcuno li avverte. Ci appare a tutti evidente che una parte rilevante delle policy e dei programmi sociali è fondamentalmente orientata ad affrontare problemi (disagio, povertà, esclusione, dipendenza, violenza, solitudine, etc.). Inevitabilmente questa constatazione chiama in causa alcune questioni di fondo che ruotano intorno al concetto di «problema», un’espressione che utilizziamo quotidianamente, sia nella sfera personale che nella vita pubblica, ma il cui significato non possiamo dare per scontato. Da un certo punto di vista potremmo descrivere l’intera l’attività umana come una continua ricerca di soluzioni a problemi, piccoli o grandi che siano. Per semplicità possiamo parlare di problema nel caso in una situazione nella quale un soggetto (individuale o collettivo) avverte una difficoltà e/o una mancanza che è motivo di disagio e/o di insoddisfazione. Così descritti i problemi si presentano come fenomeni relativi e soggettivi, in un duplice senso: poiché implicano la presenza di soggettività umane che li qualifichino come tali (“c’è un problema quando qualcuno avverte una determinata situazione come problematica”); perché chiamano in causa l’esistenza di molteplici visioni a riguardo (“la stessa situazione può essere avvertita come problematica da qualcuno e non problematica da altri”). Detto in altri termini sono problematiche le situazioni che s’intendono modificare rendendole (quantomeno) accettabili.

Alimentare processi di riconoscimento sociale. Le situazioni-problema che ci si trova oggi ad affrontare mettono in luce la centralità di due processi sociali quanto mai delicati: il riconoscimento e la solidarietà.  Gli studi del filosofo tedesco Axel Honneth hanno consentito di comprendere a fondo la centralità dei fenomeni di «riconoscimento», cioè del processo attraverso cui un attore sociale prende consapevolezza di sé e viene collocato e apprezzato. Da parte di soggetti deboli e marginali il processo di riconoscimento del punto di vista rispetto ad una determinata situazione-problematica chiama in causa dimensioni di senso e di identità ad almeno tre livelli: relazioni primarie, relazioni giuridiche e comunità etica[1]. Prima ancora della risoluzione (più o meno compiuta) di un certo problema ci misuriamo con la legittimazione di chi lo vive e, in mancanza di ciò, con una spirale di ingiustizia e umiliazione che colpisce l’integrità, i diritti e l’autonomia morale delle persone. Per questi motivi, come vedremo meglio di seguito, la facilitazione di problem solving collaborativi non può prescindere da un vasto e profondo impegno di riconoscimento di ogni soggettività coinvolta, in particolare se fragile, precaria e/o minoritaria.

Il circolo virtuoso solidarietà-comunità. Un secondo processo sociale decisivo è rappresentato dalla «solidarietà». Con questo concetto non intendiamo un vago e indistinto sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro), né tantomeno una generica propensione al confronto e al dialogo. A differenza dell’identità, la solidarietà non si presenta come un attributo del soggetto ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo. Detto in altri termini la solidarietà non è «data» ma deve essere «creata», va costruita e non trovata. Parafrasando le attiviste Astra Taylor e Leah Hunt-Hendrix possiamo dire che la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi è contemporaneamente un mezzo e un fine. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca[2]. L’analisi semantica ci aiuta a trovare la radice di senso più profonda di questo fenomeno, oggi quantomai in crisi. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Ogni processo di problem solving collaborativo si fonda infatti sull’idea che i problemi sociali sono problemi comuni. Una solidarietà che aspiri al cambiamento e alla trasformazione, impone non solo di vedere i problemi degli altri e farsene carico emotivamente, ma anche di riconoscere gli altri come uguali, superando le differenze senza cancellarle[3]. Da questo punto di vista promuovere dinamiche solidali significa sviluppare anticorpi all’indifferenza e all’egoismo, consentendo a soggetti altrimenti isolati di andare oltre le proprie limitate esperienze personali e costruire coalizioni.

Un processo a spirale evolutiva. I temi del riconoscimento, della solidarietà e dello sviluppo comunitario inclusivo sono stati oggetto di numerosi studi in molteplici aree disciplinari che ci siamo qui limitati ad accennare. Per quanto riguarda l’andamento concreto dei percorsi di problem solving in campo sociale, la ricerca scientifica e molte esperienze sul campo evidenziano quattro grandi ricorrenze di cui tenere conto nel ruolo di facilitatori:

  • Potere narrativo: chiama in causa il peso rilevante, in fase iniziale, delle narrative dominanti nell’incorniciare una certa situazione come “oggettivamente” problematica sotto-valutando la pluralità dei punti di vista (riconoscimento).
  • Designazione paralizzante: si manifesta nella tendenza a formulare i problemi in modo generico o ponendoli in termini tali da risultare sostanzialmente irrisolvibili.
  • Ansia risolutiva: si riferisce all’abitudine ad investire molto tempo nella ricerca di soluzioni prima ancora di essersi accordati sulla natura, le cause e gli effetti del problema in quanto tale.
  • Anticipazione consensuale: include il rischio, correlato al punto precedente, di concentrare l’energia degli attori nella ricerca di un accordo sulla soluzione prima ancora che ci sia un accordo sul problema.

Detto ciò possiamo avviarci a presentare nel dettaglio il ciclo del Collaborative Problem Solving, un processo a spirale che si sviluppa in 6 fasi.

Articolo tratto dall’inserto curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti e pubblicato sulla Rivista Animazione Sociale n.332 del 2019

[1] Honneth A., Riconoscimento: storia di una idea europea, Feltrinelli, Milano, 2019

[2] Taylor A., Hunt-Hendrix L. (2019), Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327, pag. 98

[3] Ibidem, pag. 102

20130204_124616.jpgIn psicologia sociale è nota la tendenza sistematica ad interpretare la vita quotidiana e i comportamenti delle persone attraverso la lente dell’individualismo, un fenomeno che è stato definito «errore fondamentale di attribuzione». È piuttosto frequente cercare spiegazioni interiori per le azioni delle persone (se non di interi gruppi sociali) sottostimando l’influenza dell’ambiente e del contesto. Questo fenomeno viene anche descritto come la tendenza a credere che “quello che le persone fanno rispecchia quello che sono”. Sono numerosi gli studi e le evidenze che mostrano la capacità del contesto di influenzare in modo significativo le condotte personali. I comportamenti di ognuno di noi sono originati da una totalità di fattori interdipendenti, in funzione degli spazi di vita collettivamente percepiti e costruiti. Per quanto non sia facile accettarlo la verità è che la maggior parte delle nostre idee è plasmata da pensieri di gruppo piuttosto che dalla nostra (presunta) razionalità individuale e tendiamo ad attenerci a queste concezioni, più o meno consapevolmente, per lealtà di gruppo[1].

Da questo ambito di studi ricaviamo alcuni principi che sono al base delle metodologie di community visioning che ci apprestiamo a descrivere in questo appuntamento; principi basati su tre importanti concetti elaborati nell’ambito della ricerca: apprendimento sociale, razionalità limitata, intenzionalità condivisa.

In primo luogo c’interessa fare leva sui processi di «apprendimento sociale», in particolare sul potere esercitato da modelli e situazioni nel dare origine a credenze, aspettative e atteggiamenti, motivando a mettere in atto specifici comportamenti. Gli studi di Albert Bandura hanno consentito di capire che il comportamento del singolo soggetto è il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti dagli altri. Si tratta di una teoria psicosociale che sta alla base, per esempio, di molti programmi di prevenzione e promozione della salute condotti attraverso attività di educazione e supporto tra pari, dove il coinvolgimento e il confronto con persone percepite come “simili” per storia, provenienza e condizioni diventa potente nel generare apprendimenti (modeling).

Il secondo principio che ci guida deriva dal concetto di «razionalità limitata», una chiave di lettura che decostruisce la visione del comportamento umano affermatasi con il successo del neoliberismo e fondata sull’idea di homo oeconomicus. Si può infatti osservare che in molte situazioni della vita gli esseri umani non sono assolutamente in grado di massimizzare la propria utilità essendo incapaci di calcolarne il valore effettivo, anche perché non sempre hanno le informazioni complete per poterci riuscire. E sarebbe proprio il deficit di conoscenza a indurre le persone a adottare comportamenti convenzionali, dettati dall’adesione a norme sociali e abitudini consolidate più che dall’effettiva massimizzazione dell’interesse. Anche gli studi di economia comportamentale stanno dimostrando quanto sia importante il ruolo esercitato dalle emozioni e dell’irrazionalità. Fenomeni di riduzionismo razionalista sono osservabili anche in campo sociale e culturale, un approccio che rischia di derubricare il ruolo svolto dal mondo affettivo ed emotivo e dalle scorciatoie cognitive quotidianamente messe in gioco[2]. La funzione esercitata da affetti, stati d’animo, credenze e valori è altresì protagonista nel dirigere le scelte personali e collettive: dai comportamenti d’acquisto, alla programmazione giornaliera, all’opinione pubblica.

Il terzo principio-guida fa infine riferimento al concetto di «intenzionalità condivisa». Le neuroscienze contemporanee ci stanno aiutando a comprendere quanto le interazioni con l’ambiente influenzano direttamente lo sviluppo biologico delle nostre strutture cerebrali. La mente si forma attraverso processi di sintonizzazione fra diverse aree cerebrali non solo all’interno di un unico cervello ma soprattutto fra cervelli diversi. La mente relazionale[3] non nasce già formata e per svilupparsi deve sintonizzarsi con le menti con cui ha relazioni. Se la mente è relazionale allora non è collocabile nella scatola cranica ma è letteralmente “sparpagliata” in tutte le attività e le menti con cui il soggetto interagisce. Le ricerche più recenti nell’ambito della psicologia evolutiva e dell’antropologia sembrano confermare in modo sempre più convincente la predisposizione altruistica e la nostra capacità di collaborare. Alla base delle caratteristiche specifiche della cultura umana (come gli artefatti cumulativi e le istituzioni sociali) si troverebbero infatti una serie di abilità e motivazioni cooperative specie-specifiche. Queste forme sono rese possibili da una serie di processi psicologici definibili come «intenzionalità condivisa», cioè la capacità di creare con altri impegni congiunti in un’ottica di sforzo cooperativo.

Le metodologie collaborative in campo sociale e organizzativo fanno perno sui tre principi descritti sopra: attingendo allo straordinario giacimento di idee che si produce attraverso l’apprendimento sociale; attivando forme di intelligenza multiple per approcciare i problemi nella consapevolezza dei limiti della pura razionalità calcolante (e quantitativa); confidando nelle competenze umane (cognitive e relazionali) che sono alla base della intenzionalità condivisa e della cooperazione. L’ipotesi di fondo è che la conoscenza rivoluzionaria di rado si produce al centro (delle organizzazioni e delle istituzioni), poiché, come scrive Yuval Noah Harari, “il centro è costituito sulla conoscenza consolidata”[4].

Questo non significa che sia una strada facile e che le situazioni siano sempre favorevoli. Tutt’altro. È frequente, per chi opera nel sociale, misurarsi con la frustrazione, il disincanto e la rassegnazione di persone e gruppi periferici, scollegati e sfiduciati. Ci si interroga su come coinvolgere attori sociali in crisi, persone poco interessate o associazioni fortemente polemiche e conflittuali. Sappiamo che i comportamenti in contesti collettivi conoscono derive egoistiche e distruttive, fenomeni de-individuazione e de-responsabilizzazione come ha mostrato Gustave Le Bon nel celebre (e controverso) Psicologia delle folle nel lontano 1895. Sappiamo anche che l’empatia umana ci consente di sintonizzarci con gli altri e di costruire relazioni pro-sociali, altruistiche, amichevoli e cooperative. In psicologia il termine «empatia» ha il triplice significato di conoscere lo stato d’animo di un’altra persona, percepire ciò che l’altro sente e compatire le sofferenze altrui, una costellazione di eventi che dischiude, anche in modo non automatico, la possibilità dell’azione.

Questa condizione di permeabilità fa in modo che nelle interazioni con gli altri la nostra vita mentale sia co-generata. La mutua comprensione rende possibile l’individuazione di un fine condiviso, qualcosa che può dirsi pienamente realizzato quando entrambe i soggetti ne traggono beneficio.

Fra i molti aspetti che caratterizzano questi fenomeni risultano particolarmente interessanti l’interdipendenza positiva e l’interazione simultanea e costruttiva, due fenomeni rilevanti rispetto al tema della collaborazione nel suo insieme.

L’interdipendenza positiva consiste nella consapevolezza, da parte dei componenti del gruppo, di essere legati l’un l’altro da una dipendenza relazionale la cui intensità è direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento presente. Per certi versi potremmo dire che l’interdipendenza positiva rappresenti il cuore stesso dell’apprendimento cooperativo.

Linterazione simultanea e costruttiva rende possibile la conoscenza reciproca fra i membri del gruppo e l’equità dei contributi portati dalla maggioranza degli stessi, requisito determinante per il successo della cooperazione.

Vi sono una serie di condizioni necessarie (e abilitanti) affinché i gruppi sociali possano stimolare e catalizzare processi di trasformazione di tipo collaborativo: la presenza di un setting in cui si promuovono occasioni di confronto autentico e approfondito; il mantenimento di un atteggiamento aperto e inclusivo capace di accogliere nuovi soggetti (da parte di chi promuove, dirige o coordina l’azione); l’esplorazione costante dell’ambiente di vita delle persone, in grado di far emergere le questioni più rilevanti e le risorse in gioco. La capacità di diventare attrattivi necessita non da ultimo di monitorare in maniera collaborativa le diverse azioni, invitando ad elaborare ragionamenti critici e orientati ad affrontare collettivamente i problemi che, di volta in volta, possono sorgere.

 

[1] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), 21 Lezioni per il XXI° secolo, Bompiani, Milano

[2] Cfr. William Davis (2019) Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo, Einaudi, Torino.

[3] Cfr. Daniel Siegel (2001), La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano.

[4] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), Ibidem, pag. 322

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20150912_171321Diversi anni or sono gli studi di Gregory Bateson hanno mostrato quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire gruppi e comunità inclusive dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà. Senza questa fondamentale operazione mentale l’uso delle tecniche di facilitazione risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione. In virtù di ciò riteniamo importante tenere ben presenti alcune caratteristiche della contemporaneità che possono rendere difficile e faticoso il confronto aperto e il dialogo.

Contenere l’invadenza dell’opinionismo acritico

Il sociologo francese Guy Debord già nel 1967 aveva intuito la tendenza alla spettacolarizzazione delle società moderne. L’analisi dei problemi (salute, sicurezza, istruzione, economia e via dicendo) prende la forma di messaggi semplificati nei contenuti e impoveriti nella forma che, nel contempo, indulgono in un esasperato antagonismo che congela ed estremizza le posizioni degli interlocutori. Più di recente il filosofo americano Harry Frankfurt ha messo in luce quanto il fenomeno dell’opinionismo reca con sé un grande deficit nell’interpretazione delle complesse questioni con cui la società è chiamata a misurarsi. Questa cornice di permanente spettacolarità, sostituzione del linguaggio con le immagini e vistosa sottovalutazione del pensare e del ragionare configura lo scenario ideale per l’emergere di una soffusa dittatura dell’ignoranza.

Il potere della mediocrazia

La proliferazione dell’opinionismo alimenta, e nel contempo trae forza, dall’affermarsi di una forma particolare di potere che di recente è stata definita mediocrazia, cioè da figure sociali (nel mondo economico, politico, giornalistico, educativo) più attente ad assecondare il mainstream che a sviluppare capacità critiche e creatività Si tratta di fenomeni tutt’altro che irrilevanti poiché contribuiscono a diffondere l’idea che è impossibile conoscere davvero le cose e che, di conseguenza, ogni argomentazione intellettuale vale come un’altra, se è persuasiva. Le insoddisfazioni e le paure delle persone possono trasformarsi, per chi le sa usare abilmente, in un ricco giacimento di argomentazioni di tipo retorico e demagogico, in particolare su questioni come disoccupazione, immigrazione e sicurezza. Come operatori psicosociali siamo chiamati a proteggere il dialogo dalla irruzione di forme di comunicazione sociale rigide, monotone, banalizzanti o aggressive e a promuovere apertura, curiosità, tolleranza e ascolto. Coinvolgere diversi attori sociali intorno ad un problema richiede, prima di tutto, di attrezzarsi mentalmente ad entrare in contatto e far interagire persone appartenenti a culture diverse che partono da premesse implicite che sono spesso distanti fra di loro.

Sollecitare forme di pensiero aperto

La complessità tipica dei problemi sociali e dei contesti comunitari implica, come suggeriscono Marianella Sclavi e Lawrence Susskind, l’impiego di modalità di pensiero in grado di:

  • tenere conto che i significati attribuiti alle “stesse cose” mutano al cambiare dei soggetti. Nuovi soggetti introducono continuamente nuovi significati, in una spirale potenzialmente infinita;
  • considerare che la comunicazione prende le mosse da premesse implicite diverse e non sempre conosciute dagli stessi soggetti. Si può entrare in contatto profondo con un altro punto di vista quando si ha modo di accedere alle premesse e non solo all’opinione espressa;
  • prevedere che la comunicazione può essere fortemente compromessa da aspetti delle convinzioni profonde delle persone che vengono ritenute scontate;
  • assumere che il processo di valutazione delle scelte fa riferimento non solo alle condizioni di quel preciso contesto e che vengono messe in atto comparazioni con altri contesti diversi e distanti (un genitore di recente immigrazione potrà apprezzare l’esperienza scolastica del figlio anche alla luce dell’esperienza di scuola del suo paese di origine oltre che di quella italiana in cui si trova oggi);
  • contemplare la complessità rappresentata dal politeismo dei valori e delle ragioni in campo, un fenomeno largamente presente nelle situazioni di lavoro sociale territoriale;
  • costruire forme di convivenza non riducibili ad un unico universo di significati: i sistemi complessi sono anche mondi multipli.

Si tratta di premesse al contempo filosofiche, psicologiche e metodologiche imprescindibili per allestire situazioni di dialogo sociale e che chiamano in causa direttamente l’equipe che facilita e conduce il processo. Come ognuno degli attori coinvolti anche l’operatore sociale guarda il mondo da un certo punto di vista. Questa posizione visuale è determinata da molti fattori: ruolo professionale, età, genere, ceto, valori di riferimento, e altri ancora.

L’umorismo come arte nobile

Per facilitare in modo efficace i processi collaborativi è indispensabile riuscire a vedersi da altre angolature e saper sospendere il giudizio. La sospensione del giudizio è un’operazione mentale suggerita da molti studiosi dell’ascolto ma la sua messa in pratica è un esercizio tutt’altro che semplice poiché richiede di uscire dalla propria «cornice» (frame) e imparare ad osservarsi. Un modo per evitare la rigidità delle posizioni e la deriva tecnicistica nell’uso degli strumenti è adottare un approccio umoristico al dialogo. L’esperienza del riso accompagna l’umanità fin dalle sue origini e l’umorismo rappresenta un aspetto centrale della conoscenza segnalando i limiti della razionalità e dell’astrattezza e valorizzando un sapere relazionale e locale che sovverte e ristruttura le definizioni. Adottare un approccio umoristico consente di cogliere le mille sfumature dell’esperienza individuale e delle relazioni sociali. Assumere un atteggiamento aperto, empatico, accogliente, gentile, curioso e umoristico non è una scelta di bon ton ma corrisponde alla deliberata e consapevole decisione di promuovere (nel senso di “muovere verso”) una cultura del confronto e della cooperazione.

Per approfondimenti vai all’articolo pubblicato sulla rivista Animazione Sociale 325-2019