Archivio per la categoria ‘Servizi sociali’

Di fronte ad una brusca interruzione di «schema» come quella provocata dall’emergenza Covid è necessario osservare come cambiano le relazioni sociali e in che modo associazioni, cittadini attivi e volontari stanno reinventando la propria azione sociale sul territorio, proponendo elementi di riflessione per un nuovo posizionamento e una differente riorganizzazione strategica dei loro progetti [1]. Questa attitudine auto-riflessiva ci pare quanto mai opportuna nel contesto di un evento di portata epocale. Oggi più che mai è prezioso osservare che cosa avviene nelle nostre comunità locali, affinché la tensione attuale al “ritorno alla normalità” non sacrifichi spazi di apprendimento, occasioni di rigenerazione. Ci pare che sette verbi possano cogliere alcune trasformazioni, in atto o potenziali, della prossimità sociale e indicarci qualche prospettiva di sviluppo nello scenario post-pandemico: esserci, resistere, reagire, approssimarsi, connettere, cooperare, intraprendere, imparare

«Esserci». La pandemia ha cambiato da un giorno all’altro la vita delle persone e delle organizzazioni. L’impatto non è stato uguale per tutti, ma ognuno si è trovato a decidere cosa fare, come riorganizzarsi. Alcuni sono rimasti paralizzati. Altri si sono reinventati. Come hanno fatto? Dove hanno trovato energia e intelligenza per riuscire ad «esserci», comunque? Nel pieno del lockdown abbiamo visto amministrazioni pubbliche, associazioni, enti del terzo settore e gruppi informali trovare il modo di stare in contatto con i problemi, stare in contatto con le persone, e connettere problemi e persone.Questo «esserci», anche nel disorientamento e nella confusione di una situazione inedita, ci pare d’importanza capitale, soprattutto in una società dove cresce da tempo il fenomeno della solitudine. Fino a poco più di un secolo fa, appena il 5% della popolazione viveva da solo. La norma erano famiglie numerose che abitavano in spazi più o meno ampi, a seconda delle possibilità. In Italia, nel 2019, un terzo delle famiglie sono composte da una sola persona. L’impatto del Covid-19 è stato imponente a questo proposito, e tutto non siamo in grado di stimarne fino in fondo gli effetti. Non sono poche le persone che continuano a non uscire di casa anche ora che i contagi sono in regressione, perché rimane la paura, il disorientamento. Sappiamo anche che la povertà economica tende a peggiorare se accompagnata da povertà relazionale, in un circolo vizioso che può depotenziare gli stessi interventi di aiuto. Per questo non basta l’aiuto economico, il pacco alimentare, il buono spesa: se non si interviene sulle povertà relazionali si rischia di scivolare, magari inconsapevolmente, verso forme di neo-assistenzialismo. È l’epoca di azioni di aiuto capacitanti e relazionali, che offrono appigli per uscire dalla solitudine. Il lavoro sociale di comunità dei prossimi anni sarà anche questo: rigenerare reticoli di relazioni, di prossimità, di vicinato, di quartiere, di caseggiato. Abbiamo le organizzazioni e l’energia per lavorare su questo: non ti consegno solo il pacco, ma ti telefono, ti vengo a trovare, ti citofono, ti coinvolgo. È fondamentale ricostruire la prossimità, recuperare la tradizione mutualistica del nostro Paese: lavorare su un welfare comunitario prossimale, capitalizzando anche l’energia molecolare diffusa di giovani under 30, di volontari occasionali, di reti di vicinato. Lavorare su questi legami permette anche di attivare codici di mutualismo più riconoscibile, scovando anche il bisogno inespresso: la vergogna può bloccare una persona in difficoltà nel chiedere aiuto ai servizi o alle associazioni strutturate, mentre chiedere aiuto ad un vicino potrebbe essere più semplice, meno doloroso. Ma per far bene tutto ciò, l’abbiamo capito, è fondamentale «esserci».

«Resistere». L’emergenza sanitaria ha costretto individui, famiglie e organizzazioni a stare in una situazione altamente disorientante per un periodo di tempo prolungato, senza uno scenario chiaro. Oltre a trovare il modo di «esserci» diverse organizzazione sono riuscite a r-esistere allo stress, accettando di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. La pandemia da Covid 19 è il più grande evento collettivo che conosciamo, ed è difficile trovare precedenti storici di questa portata, se non lontani nel tempo. Dagli studi di psicologia dell’emergenza sappiamo che le società umane reagiscono in modo diversi alle tragedie collettive: aumentando la coesione e l’altruismo o, di contro, disgregandosi e esacerbando i conflitti. Per secoli la nostra specie si è mossa nella tensione fra egoismo e altruismo, fra attenzione all’individuo e attenzione alla collettività. La mentalità comune delle moderne società neoliberiste incoraggia l’interesse personale e il pensiero a breve termine. Le organizzazioni più adatte all’evento pandemico saranno, con molta probabilità, quelle in grado sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e rabbia, coltivando coesione, fiducia e solidarietà. Come sostiene il filosofo Miguel Benasayag «resistere è creare».

«Approssimarsi». Se c’è una grande scoperta provocata dal lockdown è che numerose persone si sono riapprossimate alla microfisica della comunità più vicina alla loro casa: il cortile, il parchetto, la via, i giardinetti. Spazi solitamente frequentati dalle figure più fragili della comunità: bambini piccoli, anziani, famiglie, migranti. Spesso i più attivi, i più mobili, i più inclusi, attraversano questi spazi “minori” ma non li frequentano, non li abitano. La pandemia ha consento, per un certo periodo di tempo, che questi spazi ridiventassero «luoghi», aree di interazione e mitigazione della solitudine. Magari a distanza, da un balcone all’altro, da un lato della strada all’altro, ma ugualmente interazionali. Chi aveva già spazi che erano luoghi (cioè non privatizzati ma concepiti come «beni comuni») se ne è avvantaggiato anche in questa pandemia. Chi ne era sprovvisto si è ritrovato in uno spazio privato microscopico, per certi versi deprivato. Abbiamo potuto osservare il sorgere, certo straordinario e unico, di inedite dinamiche condominiali e di relazionalità di vicinato. Non siamo certo ingenui, i condomini continueranno a conoscere fenomeni di indifferenza o micro-conflittualità. Ma questo straordinario evento sociale ci ha mostrato i vantaggi (e in fondo anche il piacere) di una vicinanza gentile e solerte, di una microfisica della convivenza meno sospettosa. L’azione sociale di comunità può ispirarsi a queste esperienze ritrovando la sua territorialità prossimale in modo più convinto, c’è un tesoro di spazi che possono ridiventare luoghi, cioè spazi in cui le persone ri-fanno comunità.

«Connettere». Nel disorientamento prodotto dalla pandemia una lezione fondamentale è stata quella dell’importanza di saper «fare rete». Nelle settimane più dure, più difficili, le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono riuscite a catalizzare energie diffuse, non sempre organizzate. Chi in questi anni ha creduto e investito davvero in un buon lavoro di rete, si è ritrovato in mano un formidabile dispositivo operativo e un capitale di fiducia sedimentato con lo sforzo e la tenacia. Altre reti sono nate ex-novo a partire dall’emergenza, magari fra realtà territoriali che raramente si erano trovate a collaborare. E anche questo è interessante. Si tratta di capire se le reti scaturire nella fase di criticità conclamata hanno vita breve o possono radicarsi e durare. Una cosa è certa, l’azione sociale complessa in una società frammentata ha bisogno di capacità connettive per evitare la dissipazione delle risorse. L’approccio individualista alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di molti attori sociali). Ci è fin troppo noto, anche nel mondo associativo, l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo. Questa consapevolezza si proietta con forza nella fase post-pandemica, nell’inevitabile bisogno di progettualità condivise, di una massa critica di intelligenze e risorse (pubbliche, private, formali, informali) da finalizzare in modo coerente.

«Cooperare». Chi ha agito meglio nel contesto pandemico è stato in grado non solo di connettere più attori ma anche di far dialogare e agire culture differenti, intrecciando sociale e sanitario, psicologico ed economico. Non si tratta solo di connettere azioni separate, per quando lodevoli, ma anche di concertare azioni congiunte: facendo progetti insieme, dando vita a forme di corresponsabilità di tutti gli attori del territorio. Come hanno mostrato in modo inequivocabile alcune esperienze presentate nel corso degli incontri formativi il salto di qualità più significativo si è verificato nel momento in cui si è intrapresa la strada di un allargamento della platea degli attori, aprendosi a incontri inediti, fuori dalla comfort zone dei “soliti noti”. Inevitabilmente entra in gioco il livello di «capitale fiduciario» delle organizzazioni, e non è certo uguale per tutti. Persone e organizzazioni che non si fidano di nessuno trovano difficile credere che gli altri si impegneranno per il bene comune. Perché dovrebbero farlo? La fiducia è la benzina del motore cooperativo. Nella fase post-pandemica avremo un gran bisogni di cooperare, per questo è conveniente, da subito, allenarci alla fiducia.

«Intraprendere». La cultura di molte organizzazioni sociali è caratterizzata da un elevato tasso di pragmatismo, non di rado accompagnata da qualche limite sul versante relazionale. Associazioni di volontariato e cittadini attivi trovano nel fare il loro momento topico, per certi versi il senso stesso del loro impegno. Non è stato facile sapere “cosa fase” durante il lockdown, soprattutto quando le forme stesso del fase diventavano un problema, per via delle norme di sicurezza e il distanziamento fisico. Ma anche su questo versante ci sono molti motivi di interesse e di riflessione. Una seconda testimonianza portata al corso riferiva dell’importanza di tentare un’azione anche quando permanevano dubbi circa gli effetti poiché, diceva il collega, “da cosa nasce cosa”. Le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono quelle che hanno provato, comunque, a mettere in campo un’azione, a prendere un’iniziativa, a «intraprendere», appunto. Questo spunto ci restituisce il senso profondo di ogni azione sociale poiché «ogni azione è una interazione», non ne conosciamo ma la natura se non quando a “mettiamo al mondo”, facendola, praticandola. Molte esperienze di solidarietà nate durante l’emergenza hanno catalizzato grandi energie e disponibilità (anche da parte di persone meno vicine al mondo dell’associazionismo e del volontariato) a partire da azioni esemplari, capaci di “contagiare” positivamente il contesto locale.

«Imparare». Nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19 sono state molte le testimonianze incentrare sull’apprendimento. Dai personaggi più noti al normale cittadino, si sono moltiplicate le riflessioni su “ciò che sto imparando” da questa esperienza. Forse è un bisogno umano profondo quello di trovare un senso agli eventi della vita, soprattutto a quelli più imprevisti e spiazzanti. Anche per il composito mondo del sociale sono diversi gli elementi su cui riflettere, se si accetta di farlo, ovviamente. Intanto che l’esperienza è ancora “calda”, abbiamo l’opportunità di trarre degli insegnamenti, per noi, le nostre organizzazioni, i nostri gruppi le nostre amministrazioni pubbliche.  Ma come? In che modo? È interessante osservare che, dal punto di vista dei teorici della complessità, vi sono almeno tre tipologie di apprendimento: 1) Imparare, 2) Imparare a imparare, 3) Imparare e disimparare. Se ci interessa sviluppare apprendimento per rinnovare il nostro modo di agire nel sociale ci interessano tutti e tre le tipologie. Durante la pandemia, ad esempio, molti insegnanti si sono visti costretti ad imparare a gestire la didattica a distanza (DAD), acquisendo conoscenze e abilità che non avevano (o avevano in parte) dal punto di vista tecnologico. Sappiamo però che il mondo digitale è caratterizzato da processi di innovazione continui che rendono velocemente obsolete le conoscenze. Si tratta quindi di imparare a imparare nel corso del tempo, di sviluppare una capacità di apprendimento continuo (life long learning), non solo perché cambiano le tecnologie (tool) ma perché mutano i processi stessi resi possibili dalle tecnologie. Ma la tipologia più rilevante (e più faticosa) di apprendimento in età adulta riguarda la capacità di «disimparare», cioè di cambiare schema (frame), di abbandonare la certezza di ciò che facevo prima e fase qualcosa di completamente diverso. Allora il problema non è più, da insegnante, imparare a usare Zoom per fare una lezione a distanza; tantomeno essere aperto a nuove tecnologie per migliorare le lezioni future. La vera sfida è reinventare la didattica facendo meno lezioni frontali e sperimentando processi di apprendimento basati sullo studio di casi, sui compiti di realtà e sull’attività di gruppo. Non basta imparare qualcosa di nuovo, devo riuscire a cambiare la mia cultura formativa, la mia idea di scuola e di apprendimento. Per riscoprire la nuova prossimità affiorata in tempo di Covid-19 le Associazioni potrebbero essere costrette, fra le altre cose, a disimparare alcuni di funzionare (progettare, riunirsi, decidere, agire), perché solo cosi il nuovo può essere accolto e riconosciuto.


[1] Testo tratto dall’articolo di Ennio Ripamonti e Alice Rossi Una prossimità differente Chi è l’altro nel nuovo mondo? Sette verbi per sette azioni che curano le nostre relazioni, pubblicato sulla rivista Vdossier, n 1, luglio 2020. Vai al link: https://www.csvlombardia.it/wp-content/uploads/2020/08/vdossier-1-2020-web.pdf


In questi mesi ci siamo visti costretti ad intensificare quanto mai in precedenza l’utilizzo delle tecnologie digitali, avendo modo di esplorarne a fondo sia le notevoli potenzialità (indiscutibili) che gli evidenti limiti (variegati e compositi), in particolare sui terreni del lavoro sociale e dell’educazione. Coerentemente con la storia e la filosofia dello sviluppo di comunità che caratterizza la nostra attività ci siamo dedicati a sperimentare principi e strumenti ad alto tasso di coinvolgimento, condivisione, partecipazione, interazione e collaborazione da remoto. Con questo ciclo di Workshop di intendiamo proporre una serie di metodi (che combinano valori, principi, tecniche e processi) che hanno il carattere di prototipi da collaudare sul campo e da adattare a contesti e scopi

  • WORKSHOP 1: MAPPARE LA COMUNITÀ LOCALE CON PHOTOVOICE – VENERDÌ 19 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 2: NETWORK ANALYSIS PER SVILUPPARE RETI SOCIALI – VENERDÌ 26 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 3: ACCOMPAGNARE PROCESSI DECISIONALI CON MENTIMETER – VENERDÌ 3 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 4: NARRAZIONE DI COMUNITÀ CON DIGITAL STORYTELLING – VENERDÌ 17 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 5: FACILITARE IL DIALOGO NEI GRUPPI CON RESTORATIVE CIRCLE – VENERDÌ 11 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 6: PROGETTARE IN MODO COOPERATIVO CON FUTURE LAB – VENERDÌ 25 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)

programma completo https://www.retemetodi.it/corsi/rigenerare-comunita-online/

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Riflessioni e pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva in epoca di “distanziamento sociale” di massa

La malattia come esperienza ancestrale. Per contrastare la diffusione della pandemia di covid-19 svariati milioni di persone in tutto il mondo sono costrette a adottare uno stile di vita caratterizzato dal cosiddetto «distanziamento sociale». Oltre agli evidenti (e drammatici) problemi sanitari ed economici si stanno cominciando a studiare gli effetti psicosociali, politici e culturali di questa imponente (e imprevista) situazione di isolamento di massa, un evento che mostra, in tutta la sua spettacolarità, la nostra condizione di fragilità. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. In un certo senso potremmo dire, con le parole del filosofo Pierre Zaoui, che il covid-19 “è l’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, ed è abbondantemente impossibile confinare a lungo il suo senso a una sola e unica coscienza o a un solo e unico corpo”[1]. La pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, cioè “l’esperienza più comune, più pre-individuale e più pre-personale, quella che ci lega ancora ai primi uomini”[2].

La pandemia come esperienza collettiva. La portata collettiva di quanto stiamo vivendo in termini di salute pubblica, emerge con forza dalla lettera inviata da un gruppo di medici italiani alla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, una riflessione circostanziata che esordisce con una precisa indicazione: “in una pandemia, l’assistenza centrata sul paziente è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulla comunità”[3]. Per quanto la malattia sia personale la situazione pandemica obbliga ad una visione d’insieme e suggerisce strategia di cura, protezione e prevenzione allargate e integrate[4]. Ovviamente i punti di vista degli esperti sono variegati e si procede per ipotesi, anche perché ci troviamo di fronte a un’esperienza che, per dimensioni e diffusione, non ha precedenti nella storia recente. Per quanto riguarda la dimensione psico-sociale sappiamo che diverse ricerche condotte sulla quarantena (in particolare nelle epidemie di Sars-Cov e Ebola) indicano una serie di probabili effetti sulla salute mentale: dai sintomi del disturbo post traumatico da stress al disorientamento, dall’angoscia alla depressione[5]. Effettivamente, se non viene scelto dalle persone, l’isolamento prolungato è una condizione innaturale che incide sulla qualità della vita e metta a dura prova la capacità umana di cooperare[6].

Deprivazione relazionale, desiderio di comunità ed esperienza del caos. Una condizione, questa, ben descritta dallo scrittore Paolo Giordano nel suo recente libro Nel contagio, quando osserva: “abbiamo un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, a meno di un metro dalle persone che per noi hanno importanza. È un’esigenza costante che assomiglia al respiro”[7]. Le relazioni interpersonali sono ossigeno e la loro rarefazione finisce per produrre sofferenza. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo (scadenze, incombenze, impegni, compiti, attività, obiettivi, priorità) ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria “effusione di senso al di fuori delle categorie dello spazio e del tempo”[8]. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Sappiamo peraltro che gli essere umani sono caratterizzati da una forte capacità di adattamento. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità della vita. Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

Attingere a piene mani alle nostre capacità cooperative. Numerose ricerche condotte nell’ambito della psicologia evolutiva più recente hanno evidenziato con forza e chiarezza le raffinate capacità di mutua collaborazione e di altruismo che caratterizzano la nostra specie. Per affrontare efficacemente una situazione pandemica abbiamo bisogno di attingere appieno a queste capacità, facendo leva su quella che l’antropologo Curtis Marean ha definito iperprosocialità[9]. È esattamente questo di cui oggi abbiamo bisogno, per curare e assistere chi è malato e, ancor di più, per contenere il contagio e promuovere la salute (fisica e mentale) della moltitudine degli isolati. Scrive ancora a questo riguardo Paolo Giordano:

“(…) l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga ad uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo ad essere una comunità”[10].

Siamo in grado di raccogliere questo incoraggiamento nonostante trent’anni super-individualismo, competizione esasperata e solitudine[11] diffusa? Nessuno può dirlo con certezza. Sono diversi gli analisti che stanno provando ad ipotizzare degli scenari per il dopo pandemia, sia sul piano globale che su quello locale. Con tutti i limiti evidenti di questa stessa articolazione in un contesto profondamente interconnesso.

La gestione della pandemia come test di cittadinanza. In un recente articolo lo storico Yuval Noah Harari riflette sulla profondità dell’impatto delle decisioni attuali nelle società future. L’invito è quello di tenere conto, nella scelta fra diverse alternative, non solo dell’efficacia nel fronteggiare il pericolo immediato ma anche “in che tipo di mondo vivremo quando la tempesta sarà passata”[12]. Secondo Harari nell’affrontare questa crisi epocale le nostre società sarebbero di fronte a due scelte fondamentali: “la prima è tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini; la seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale”[13]. Da questo punto di vista l’epidemia di covid-19 può essere visto come un vero e proprio test di cittadinanza e occorrerebbe intraprendere con decisione e coraggio la strada della informazione consapevole, della responsabilizzazione, della fiducia e della solidarietà sociale. Anche perché:

(…) Il monitoraggio generalizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo per ottenere che le persone rispettino le regole. Quando sono informati sui fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche che gliene parlano, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che li spia. Di solito una popolazione motivata e consapevole è molto più utile di una ignorante e controllata[14]

Un’analisi tutt’altro che campata per aria se si osserva la deriva autocratica impressa in Ungheria proprio in questi giorni[15] e che rende di straordinaria attualità il concetto di «biopolitica» introdotto da Michel Foucault a metà degli anni Settanta[16]. Inevitabilmente la gestione di una pandemia chiama in causa le modalità in cui la rete dei poteri (delle istituzioni e delle discipline scientifiche) gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione del comportamento sociale. In anni più recenti il filosofo Roberto Esposito ci aveva già esortato a sfuggire da una visione ingenua e benevola della «comunità», mostrando lucidamente quanto ogni communitas può finire per sviluppare tensioni immunitarie (immunitas) verso l’Altro da sé (il diverso, lo straniero, il malato)[17]. Benché si sia sovente espressa nella forma della nostalgia del calore umano contro il grande freddo delle moderne società atomizzate la riproposizione del tema della comunità non può essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas[18], tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Ma è altrettanto verso che il discorso sulla comunità non è tramontato ma è cambiato poiché è profondamente cambiata la comunità, un concetto che ha oramai poco a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue descritta dai sociologi del secolo scorso. A differenza delle forme comunitarie tradizionali che implicavano un universo stabile, rassicurante e per molti versi costrittivo, abbiamo visto emergere e coagularsi nel tempo forme comunitarie nuove, basate sull’intermittenza e la libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati[19].

Condividere pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva. Questa riflessione c’induce a reinvestire in una prospettiva di sviluppo di comunità capace di vivere il necessario distanziamento sociale con modalità protettive e nel contempo solidali, facendo leva responsabilità sociale e cooperazione e solidarietà. Le scienze umane, ad esempio, indagano da tempo le strategie di coping, cioè quella variegata serie di meccanismi messi in atto dalle persone, più o meno consapevolmente, per fronteggiare i problemi che s’incontrano nella vita e tollerare lo stress ad essi correlati, sia a livello individuale che di gruppo (o familiare). Nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo sono ulteriormente interessanti le strategie di coping sociale (cioè basate sul supporto reciproco e il mutuo-aiuto) e di coping centrato sul significato (dove ci si concentra sui processi di apprendimento generati dall’esperienza stressante)[20]. Ma non solo, riteniamo che sia il momento per sostenere ogni sforzo che vada nella direzione di coltivare al massimo grado la solidarietà, nelle forme compatibili con la situazione di crisi e le misure di distanziamento sociale. Con «solidarietà» non intendiamo un vago sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro) ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo: la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi si presenta contemporaneamente come un mezzo e un fine[21]. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. Cosa ci può essere di più condiviso di una pandemia su scala globale? In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca.

Il progetto #ComunitàDistanziate. Questa riflessione ha portato la società di consulenza Metodi a promuovere il progetto #ComunitàDistanziate. Metodi è un’organizzazione indipendente fondata a Milano nel 1985 e impegnata in programmi di promozione della qualità della vita, innovazione e coesione sociale attraverso modalità partecipative e collaborative (www.retemetodi.it) Con il progetto di ricerca #ComunitàDistanziate Metodi intende censire, studiare e diffondere esperienze pratiche (attivate da istituzioni, organizzazioni, gruppi o singoli cittadini) che promuovono strategie di coping (individuale e sociale) tese a mitigare il peso dell’isolamento sociale e sviluppano relazioni di comunità caratterizzate da altruismo, mutuo-aiuto, prosocialità e solidarietà collettiva, in particolare a favore dei soggetti più fragili (anziani, bambini, disabili). Per segnalare un’esperienza scrivere comunicazione@retemetodi.it          (Ennio Ripamonti, 2020)

  • [1] Zaoui P, L’arte di essere felici: come sopravvivere alle avversità e riscoprire il valore della vita, Il Saggiatore, Milano, 2016, pag.72.
  • [2] Ibidem, pag.72.
  • [3] Cfr. http://www.nejm.org
  • [4] Cfr. Pisano G.P, Sadun R, Zanini M, Lessons from Italy’s Response to Coronavirus, in “Harvard Business Review”, March 27, 2020
  • [5] Cfr. Barbisch D, Koenig KL, Shih FY, Is there a case for quarantine? Perspectives from SARS to Ebola. Disaster Med Public Health Prep 2015; 9: 547-53.
  • [6] Crf. Miller G, Social distancing prevents infections, but it can have unintended consequences, Science, Mar. 16, 2020
  • [7] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino, 2020, pag.24
  • [8] Zaoui P, Ibidem, pag.80
  • [9] Cfr. Marean C. W, La più invadente di tutte le specie, in “Le Scienze”, 566: 2015, pp. 35-41.
  • [10] Giordano P, Ibidem, pag.27
  • [11] Cfr. Riccardo Saporiti, Solitudine: Italia in testa alla classifica. Ecco perché ci sentiamo soli, “Il Sole 24 Ore”, 30 agosto 2017
  • [12] Harari Y.N, Il mondo dopo il virus, in “Internazionale”, 1315:2020, pag. 18
  • [13] Ibidem, pag. 18
  • [14] Ibidem, pag. 20
  • [15] Cfr. Bonanni A, Lo strappo di Orban e la “cura” dei pieni poteri, in “La Repubblica”, 30 marzo 2020
  • [16] Cfr. Foucault M, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano, 1978
  • [17] Cfr. Esposito R, Immunitas: protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002
  • [18] Cfr. Bonomi A, L’importanza di essere comunità di cura, in “Il Sole 24 ore”, 10 marzo 2020
  • [19] Cfr. Bonomi A, Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • [20] Cfr. Brannon L, Health psychology: an introduction to behavior and health, 7ª ed., Wadsworth, Cengage Learning, 2010
  • [21] Cfr. Taylor A., Hunt-Hendrix L, Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327:2019

Cattura

Un seminario di studio organizzato a Trento il 18 maggio 2018 su iniziativa della Fondazione Fontana. La cooperazione internazionale si trova ad operare in un contesto globale sempre più complesso, frammentato e in trasformazione. Ecco quindi la necessità di superare modelli e visioni non più attuali. Operare con approcci unidirezionali, di mero aiuto allo sviluppo e come unici agenti di crescita non permette di costruire azioni che rispondano ai reali bisogni della comunità e che siano efficaci
e sostenibili. Il seminario è rivolto agli operatori della cooperazione internazionale,
agli insegnanti, agli studenti e ai ricercatori interessati alle questioni
sociali internazionali, indipendentemente dagli ambiti d’intervento o di specializzazione. Interventi in programma

  • Lo sviluppo di comunità: paradigmi, evoluzioni e pratiche Ennio Ripamonti
  • ll ruolo delle comunità e dei territori nella cooperazione internazionale:
    una mappa degli approcci e delle sfide Jenny Capuano
  • Formarsi all’empowerment di comunità nella cooperazione
    internazionale Alessandra Crimi
  • Comunità in difesa dei beni comuni: esperienze di partecipazione
    e autogoverno in America Latina Francesca Caprini
  • Il fareassieme trentino: un approccio alla salute mentale di comunità Renzo De Stefani, Roberto Cuni, Andrea Puecher
  • Cooperazione di comunità e partenariato territoriale nei Balcani Maurizio Camin
  • Quando la comunità è la risorsa. L’esperienza del Saint Martin CSA in Kenya Gathoni Njenga
    Modera Silvia Nejrotti – Fondazione Fontana onlus

Per maggiori  informazioni va al LINK World Social Agenda

COLLABORARE cover 2018

Dal 18 gennaio è disponibile nelle librerie una nuova edizione del volume Collaborare: metodi partecipativi per il sociale, edito da Carocci (Roma). Il testo, ampliato e aggiornato, si propone come uno strumento per pensare e agire in un welfare plurale, capace di valorizzare le competenze, formali e informali, presenti in una comunità. Vai alla SCHEDA LIBRO                                                                                Promuovere coesione sociale, salute e qualità di vita attraverso l’azione congiunta di istituzioni, terzo settore, imprese e cittadini attivi è una prospettiva indicata da molte leggi e una vasta letteratura scientifica. Dalle politiche sociali alla prevenzione, dai programmi d’integrazione alla rigenerazione urbana, è sempre più evidente l’importanza di fiducia e cooperazione nel determinare benessere e sviluppo. Gli approcci partecipativi sono oggi chiamati a rimodularsi sui tratti di società locali profondamente mutate sul piano demografico (invecchiamento, migrazione), occupazionale (flessibilità, precarietà), relazionale (forme del legame) e culturale (valori, stili di vita, tecnologie). La collaborazione rappresenta il processo cardine dei nostri tempi. Di seguito l’indice completo del volume

Introduzione
1. Operare in un welfare in trasformazione 

Genesi e crisi di una grande conquista sociale/Crisi e complessità come parole chiave del contemporaneo/L’apoteosi dell’individuo consumatore/Le molte concezioni del benessere
2. Trasformazioni sociali e azione pubblica 
Una società in piena mutazione demografica e culturale/Pervasività della tecnica/Apatia politica e nuove forme dell’azione pubblica
3. Alle radici della collaborazione
La dialettica egoismo-altruismo: un dibattito ricorrente/Gli esseri umani come collaboratori nati?/Il processo collaborativo/Collaborazione e conflitto: un intreccio imprescindibile
4. Politiche pubbliche e coprogettazione 
Una molteplicità di attori/La collaborazione come requisito di una governance efficace
5. La partecipazione oltre la mitologia 
Un processo multiforme a intensità variabile/Creare condizioni favorevoli alla partecipazione/Esiste una domanda di partecipazione?/Creare un ambiente favorevole all’impegno sociale
6. Partecipare nell’epoca dei social media 
La comunicazione nel tempo dei social network/New media e pratiche collaborative
7. Politiche sociali e di cittadinanza attiva 
Includere generazioni e culture/Nuove generazioni e politiche giovanili/Un’inedita similitudine: anzianità e immigrazione
8. Promozione della salute e politiche territoriali 
Qualificare gli ambienti di vita/Le politiche territoriali
9. Conoscere contesti, attivare soggetti 
La metafora ecologica dell’intervento sociale/La ricerca-azione partecipata/L’osservazione partecipante/L’ascolto attivo/L’outreach/Photovoice e autonarratività/Il focus group
10. Costruire reti sociali, coordinare azioni locali 
Tessere reti collaborative/Coordinare gli sforzi su obiettivi comuni
11. Trasformare conflitti, sostenere percorsi di autopromozione 
Energia per il cambiamento/Accompagnare indirettamente
Bibliografia

Scuola SDCPrende il via il 5 Ottobre 2018 a Milano la XX° edizione della Scuola di Sviluppo di Comunità (SCARICA IL PROGRAMMAorganizzata da Metodi in collaborazione con ARCO Cesena (FC), Cooperativa B-Cam (MI), Cooperativa Caracol (CN), Cooperativa Nivalis (MI)Istituto Italiano di Valutazione (MI). La Scuola, di durata annuale, è organizzata in 21 giornate formative (con cadenza mensile fino a giugno 2019) che mirano a sviluppare competenze pratico-applicative (metodologie e tecniche) relative a: paradigmi dello sviluppo di comunità – ricerca-azione partecipata – progettazione dialogica e concertativa – attivazione e conduzione di gruppi – facilitazione di riunioni e meetings – costruzione e mantenimento di reti sociali – gestione della comunicazione sociale e new media – negoziazione e gestione dei conflitti – problem solving collaborativo. Sconto per iscrizioni entro il 30 giugno 2018. Per maggiori informazioni scrivere a comunicazione@retemetodi.it

AstrattaSeminario formativo residenziale organizzato da MetodiEupilio (Como) nei giorni 8-9-10 maggio 2015. Il Laboratorio si propone di offrire ai partecipanti un’opportunità per aumentare la sensibilità relativa alle dinamiche ed ai processi che caratterizzano le relazioni tra gruppi e comunità, con particolare riferimento alle tematiche della crisi e del cambiamento.

Apprendere dalle situazioni di difficoltà . Il termine «crisi» costituisce un elemento ricorrente del dibattito pubblico degli ultimi anni e rappresenta un tratto distintivo e peculiare della contemporaneità, o forse di un’intera fase storica. Sappiamo che le crisi, di qualsiasi tipo esse siano, hanno un aspetto visibile e uno più occulto. Sebbene tendono a manifestarsi come rotture improvvise sono in realtà il frutto di un accumulo parossistico di squilibri. Ma se è vero che le crisi possono rappresentare delle straordinarie occasioni di cambiamento cosa rende possibile che ciò avvenga? Quali comportamenti – individuali e collettivi – consentono di «sopravvivere alle crisi» riuscendo nel contempo a generare mondi possibili? A dare vita a nuove configurazioni sociali e culturali? Abbiamo voluto scegliere come focus tematico del laboratorio di comunità 2015 il tema «crisi, motivazione, cambiamento» poiché si tratta processi cruciali del lavoro psicosociale, oggi più che mai intrecciati e sfidanti.

Saper cogliere i processi sociali. Il laboratorio di comunità è un potente e originale dispositivo formativo si consente ai partecipanti di comprendere in maniera approfondita alcuni dei principali processi che caratterizzano la vita di un sistema sociale complesso. Il laboratorio si configura come un luogo di ricerca e di sperimentazione, una sorta di teatro nel quale si può far vivere ciò che ancora non esiste e creare, attraverso una visione condivisa, un mondo di possibilità inedite. Si tratta di un’esperienza forte sul piano del coinvolgimento emotivo, poiché questa intensità favorisce l’invenzione, la costruzione e il cambiamento. Nel laboratorio non c’è un’ipotesi precostituita da verificare né tantomeno una tesi da dimostrare. C’è un punto di partenza e un’interazione dalla quale viene alimentata la ricerca e la scoperta; una palestra dove ci si può allenare ad essere protagonisti degli eventi sociali. Per questo insieme di ragioni assomiglia ad un percorso di esplorazione di un territorio sconosciuto, un itinerario non tracciato dove servono guide, attrezzature e punti di riferimento, ma nel quale non è dato sapere in partenza il risultato che si raggiungerà. In questo senso il Laboratorio è una straordinaria esperienza di training alla intraprendenza e alla gestione degli imprevisti, fenomeni altamente frequenti nel lavoro sociale contemporaneo.

Affinare le capacità di azione nella complessità e nell’incertezza. Il Laboratorio è un’esperienza formativa che ottimizza l’impiego della metodologia attiva, in particolare: è basato sulla immersione totale dei partecipanti nella situazione attraverso un dispositivo didattico-formativo appositamente concepito; ha un focus operativo e di analisi centrato sul «qui ed ora», concependo quindi – sulla base della lezione del T-Group ideato da Kurt Lewin – l’unità di spazio e di tempo come una possibilità d’intensificazione dei processi di apprendimento dall’esperienza; non parte da tesi precostituite ma, attraverso l’esplorazione e la ricerca collettiva, si pone nell’ottica di creare nuove risposte e sperimentare nuovi comportamenti; cerca di recuperare e sviluppare la creatività, l’inventiva, il senso di responsabilità ed il protagonismo dei partecipanti per interagire in un quadro di relazioni sociali; è attento ad indagare i diversi livelli delle interazioni sociali (interpersonali, intra-gruppo, inter-gruppo); si propone di collegare gli aspetti metodologici alla progettazione e alla gestione delle relazioni e dei processi. Il presente Laboratorio è inserito nella Scuola di Sviluppo di Comunità organizzata da Metodi ma è aperto a partecipanti esterni al corso.

Staff di conduzione Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, socio fondatore e presidente di Metodi. Svolge attività di docenza presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università Milano-Bicocca. Davide Boniforti, psicologo di comunità e formatore di Metodi, cultore della materia di psicologia di comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Mario Valzania, psicodrammatista e formatore, socio fondatore di Metodi ed esperto di conduzione di gruppo con metodologie di azione. Dirige la Scuola internazionale di psicodramma integrato di Metodi. Vai a: Programma dettagliato 

 

Cattura

Il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento organizza il giorno 11 dicembre 2014 un seminario di formazione continua dal titolo “Educatore promotore” presso l’Aula Magna, del Palazzo Piomarta, in corso Bettini 84 a Rovereto (TN). L’iniziativa è dedicata ai processi di partecipazione di cittadini e di persone in difficoltà alla soluzione dei problemi e alla costruzione della propria comunità; alla riorganizzazione dei servizi; al ruolo di advocacy dell’educatore in tempo di crisi. Il seminario è rivolto particolarmente ad Educatori professionali esperti, supervisori EP, studenti del terzo anno del Corso di Laurea in Educazione Professionale, assistenti sociali, insegnanti, animatori, dirigenti e coordinatori degli Enti nella Provincia di Trento. Programma: Introduzione – Dario Fortin, Università degli Studi di Trento; Facilitazione dello sviluppo di comunità e cittadinanza attiva – Ennio Ripamonti, Metodi – Università Milano Bicocca; Workshop: Stefano Bertoldi, Diego Giacometti, Diego Valentini – tutors Università degli Studi di Trento Marco Degasperi, Katia Guerriero, Lino Guidolin – ricercatori Università degli Studi di Trento. Restituzione dei lavori dei workshop; Ruolo del terzo settore e professionalità socio-sanitarie oggi – Johnny Dotti, Welfare Italia. Moderatori: Dario Fortin e Marco Dallari – Università degli Studi di Trento

Immaginea Torino dal 17 al 20 settembre 2014 si terrà il IX Forum internazionale Paulo Freire, promosso da Istituto Paulo Freire Italia e Gruppo Abele, con la partecipazione degli IPF di tutti i continenti. Il Forum costituisce il momento di incontro biennale tra gruppi, movimenti e persone che – in tutto il mondo – si richiamano all’eredità educativa e sociale del pedagogista brasiliano, scomparso nel 1997. La proposta freiriana di un’educazione emancipatrice è estremamente attuale in un’epoca nella quale i processi di globalizzazione moltiplicano ed aggravano le forme di disuguaglianza sociale. Il Forum si rivolge al mondo del lavoro sociale ed educativo per ricercare insieme sentieri di sviluppo della coscienza critica dinanzi alle contraddizioni attuali e per conoscere e scambiare pratiche spesso sommerse ma molto significative di alternativa costruttiva. Per informazioni approfondite sul Forum: www.paulofreire.it

InterculturaIl 28 Febbraio 2014 si chiudono le iscrizioni alla XI° edizione del Master universitario di I livello in “Competenze interculturali. Formazione per l’integrazione sociale” dell’Università Cattolica di Milano. Il Master ha lo scopo di fornire competenze teorico-pratiche nel campo della formazione interculturale e delle relazioni etniche. Nell’ambito del corso si intende formare professionisti capaci di progettare interventi educativi a carattere interculturale nella scuola, in ambito sociale, nel campo dell’educazione allo sviluppo e della cooperazione internazionale. Le competenze acquisite nel corso forniranno gli strumenti per operare sia a livello del confronto interculturale, sia delle problematiche dell’inserimento ed integrazione sociale, nonché dell’intervento formativo con minori e adulti. Le competenze pedagogiche e psicosociali acquisite sono dirette a: comunicazione e confronto tra culture in diversi ambiti (centri, servizi, scuole, organizzazioni etc.); funzioni di integrazione, inserimento, sostegno e mediazione culturale nel campo delle relazioni interculturali; progettazione, organizzazione e valutazione di percorsi educativi, interventi e servizi nel campo delle relazioni interculturali e della cooperazione internazionale; progettazione di interventi di rete, soprattutto nel rapporto tra la scuola e extrascuola e nel coordinamento territoriale dei servizi; sviluppo e animazione delle risorse della comunità locale in campo interculturale. Informazioni http://milano.unicatt.it/master/competenze-interculturali-formazione-per-l-integrazione-presentazione-2013-2014