Archivio per la categoria ‘Animazione’

Il lavoro sociale di comunità degli ultimi anni ha conosciuto un maggior grado di strutturazione e rigore, sia sul piano teorico che metodologico. Dopo una stagione caratterizzata da un vivace spontaneismo progettuale è cresciuta la consapevolezza circa il bisogno di dotarsi di metodi di lavoro in grado di trasformare intenzioni lodevoli in azioni efficaci. L’inattesa e sorprendente irruzione sulla scena della pandemia di Covid-19 ha ulteriormente evidenziato la necessità di rinnovare le forme del welfare in una prospettiva di tipo comunitario e territoriale, mettendo in evidenza i temi della salute pubblica, delle disuguaglianze e della coesione sociale.

Metodi di lavoro all’altezza della situazione Per fare ciò abbiamo bisogno di metodi di lavoro all’altezza della situazione. Il termine «metodo» si riferisce, generalmente, ad un insieme organico di regole e di principi in base al quale si svolge una determinata attività (teorica o pratica). Da questo punto di vista i metodi, in qualsiasi campo dell’attività umana, indicano un modo di procedere dotato di una certa razionalità (più o meno strutturata) che dovrebbe garantire un maggior livello di raggiungimento dei risultati. Così visti i metodi guidano il comportamento umano e lo indirizzano dentro un determinato percorso. Se applicassimo in maniera lineare questo ragionamento potremmo dire che i metodi collaborativi sono fondamentalmente una serie di principi, di regole e di procedure per “produrre” un bene atteso: cioè la collaborazione. Per quanto ci sia del vero in questa affermazione sono del tutto evidenti i limiti che contiene. È esperienza comune a chiunque operi in campo sociale ed educativo constatare il rischio che un certo metodo si riveli inadeguato, la sua applicazione troppo rigida, oppure eccessivamente lasca. Ma il rischio più grande è che il metodo si trasfiguri in una procedura meccanica e impersonale: un meccanismo, appunto. In un’epoca caratterizzata dal mito della tecnica dobbiamo guardarci dall’idea di concepire i metodi come delle fattispecie di “algoritmi sociali”, procedimenti articolati in una serie di passaggi logici chiari, finiti e non ambigui. Chiarezza, finitezza e non ambiguità non sono requisiti così facilmente riscontrabili nelle relazioni umane che, al contrario, mostrano innumerevoli lati oscuri, modi infiniti d’essere e molteplici ambivalenze e contraddizioni.

La duplice forma dei metodi: processo e procedura Parafrasando il filosofo Alfred Korzybski possiamo dire che i metodi collaborativi non sono la collaborazione. Come la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Parlare di metodi collaborativi richiede di assumere appieno il significato profondo e complesso del fenomeno a cui ci si riferisce, a quell’esperienza di lavoro comune a cui rimanda il collaborare: da «cum» (con, insieme) e «laborare» (lavorare, praticare), una congiunzione che implica il “mettere accanto” e “unire” più soggetti fra loro diversi e separati, la cui identità distinta va salvaguardata e valorizzata. L’approfondimento etimologico ci viene in soccorso anche con il termine «mètodo» (dal latino mèthodus), derivante dalla parola greca methòdos (μέϑοδος), a sua volta composta dalla particella «mèta» (μετα) che indica “superamento” e dalla parola «hodós», cioè “strada”, “cammino”, “via”. La combinazione dei termini ci restituisce il senso dell’investigazione e della ricerca, implicito in ogni metodo e, nel contempo, la doppia valenza di “via” e di “modo” di percorrerla. Così concepiti i metodi sono tentativi umani di istituire un ordine razionale di ricerca (regole, principi) al fine di pervenire ad un’azione efficace, un modo di operare per ottenere uno scopo. I metodi collaborativi rappresentano perciò una proposta (ragionata, meditata e organizzata) per chi è interessato a ricercare le strade più fertili per coltivare l’impegno congiunto rispetto ai problemi sociali, nella situazione data (con il correlato di vincoli e opportunità) e con gli attori esistenti. Così descritti i metodi collaborativi mostrano una duplice forma: quella di modello «processuale» da un lato e di dispositivo «procedurale» dall’altro.  Un fenomeno complesso come la collaborazione non può essere immaginato come l’esito di una procedura da applicare (anche con il massimo dell’adesione al modello originale).

Agire con metodo per sviluppare l’«efficacia situazionale» Forzando l’analogia biochimica possiamo paragonare i metodi a degli enzimi, a dei catalizzatori che aiutano ad accelerare una serie di processi sociali (comunicazione, ascolto, confronto, ideazione e altri ancora). L’aumento della velocità processuale comporta un diverso livello della energia di attivazione (nel nostro caso l’energia potenziale di un certo gruppo sociale rispetto ad un problema concreto) che deve essere raggiunto per far sì che i soggetti sociali evolvano poi autonomamente verso il risultato atteso. Così come in biochimica gli enzimi possono aumentare la velocità di reazione anche di dieci volte, in campo sociale buoni metodi possono sviluppare l’«efficacia situazionale» di un determinato progetto. Così concepiti i metodi collaborativi richiedono analoghe attitudini da parte di chi li usa. Si tratta cioè, come vedremo meglio nelle pagine che seguono, di assecondare i processi di crescita, trarre partito dalle propensioni all’opera che sono in atto spontaneamente, portandole a loro pieno regime. L’idea cardine è quella di «non guidare» (mettendosi davanti) ma, appunto, di «assecondare» (mettendosi di lato e/o dietro) modestamente, in modo discreto e persino senza attirare troppo l’attenzione, in modo da portare la propensione della situazione al suo dispiegamento. Ne scaturisce l’idea di operare in maniera indiretta e discreta. L’efficacia indiretta procede fondamentalmente per catalizzazione di fattori favorevoli, o che vengono resi tali. Il carattere discreto è l’appoggio, non soffocante, di una crescita che si dispiega da sé.

Metodi collaborativi: quattro funzioni cruciali Proponiamo pertanto quattro funzioni corrispondenti ad altrettanti processi sociali e obiettivi operativi, nel quale collocare i metodi presentati nel volume. La prima riguarda l’innesco di fiducia e di impegno richiesta in ogni fase di avvio di un intervento sociale, con il cruciale e delicato avvicinamento a persone e/o gruppi per nulla o poco conosciuti, un’azione imprescindibile per dare vita ad un processo di maturazione collettiva. Come facilitare l’espressione di punti di vista, difficoltà e risorse che animano un contesto? Come aiutare a connetterli tra loro? Come favorire quell’apertura di credito iniziale propedeutica alla scelta di un impegno comune? La seconda funzione attiene la facilitazione di interazioni costruttive. Il lavoro con i gruppi e la comunità implica l’allestimento di contesti e situazioni d’incontro fra interlocutori con ruoli e provenienze molteplici, in cui sia possibile esprimersi in modo libero, apprezzando convergenze ma anche divergenze, tollerando diversità e dissensi. Come approfondire conoscenza, fiducia reciproca, limiti e risorse presenti nelle persone e nel loro contesto di vita? Come esprimere racconti, avvenimenti e simboli vissuti nella comunità?  La terza funzione chiama in causa la promozione (ma anche la produzione) di immaginazione progettuale rispetto ai problemi sociali, con tutto il correlato di creatività e capacità innovativa in essa contenuta. Un buon piano di azione è incentivato dalla condivisione di strategie che raccolgono visioni e chiare direzioni di intervento in cui le persone possano riconoscersi. Come fare emergere gli orientamenti presenti, pianificare possibili soluzioni ai problemi e dare forma a desideri di cambiamento? Come andare oltre il noto e dare vita a nuove ipotesi? La quarta e ultima funzione si misura con i processi convergenti della scelta, della ponderazione e della presa di decisione. Si tratta quindi di accompagnare scelte condivise per azioni congiunte. Per poter scegliere è importante mettere in evidenza le diverse alternative, avviando un processo di confronto attorno agli ipotetici scenari che si andranno a configurare. La genesi di un consenso è l’anticamera per la sperimentazione e la cooperazione sul campo. Come dare vita a questo complesso processo, coltivando l’impegno e la responsabilità personale e collettiva? 

Schema 1: Principali funzioni e obiettivi dei metodi di collaborazione sociale

FUNZIONI1 INNESCARE FIDUCIA E IMPEGNO INIZIALE2 FACILITARE INTERAZIONI COSTRUTTIVE  3 PROMUOVERE IMMAGINAZIONE PROGETTUALE    4 ACCOMPAGNARE SCELTE CONDIVISE PER AZIONI CONGIUNTE  
OBIETTIVI OPERATIVIAscoltare, raccogliere informazioni e stimolare le persone a prendere consapevolezza delle proprie risorseApprofondire conoscenza e fiducia reciproca, apprezzando limiti e risorse presenti nelle persone e nel contesto di vita  Chiarire l’orientamento dalla comunità, al fine di pianificare possibili soluzioni ai problemi presenti e dare forma a desideri di cambiamento  Dare vita ad un’assunzione di responsabilità personale e collettiva
METODIPhotovoice Restorative circles Sociogramma degli attori sociali  World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Photovoice    World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Collaborative Problem Solving  Open Space Technology (Fase di Action Planning) Future Search Collaborative Problem Solving

Articolo tratto dalla introduzione al libro Metodi Collaborativi curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti: vai al LINK https://www.animazionesociale-abbonamenti.it/negozio/pubblicazioni/le-matite/5-metodicollaborativi/

Un ciclo di 6 seminari formativi proposti da Metodi, in collaborazione con il Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche (https://circex.org/it) e Unità di Strada Sociale, e coordinati da Davide Fant (www.pedagogiahiphop.org) per pensare ad un lavoro educativo e formativo nel digitale con un approccio esperienziale, consapevole ed “ecologico”. Uno spazio di pensiero al termine dell’emergenza e all’inizio di quello che verrà, che non sappiamo ancora. Per esplorare le possibilità di attivazioni esperienziali, ludiche, artistiche, negli ambienti digitali. Per approfondire come usare a distanza la narrazione, le immagini, la poesia, i videogiochi, i GDR. Per ri-elaborare – insieme ad esperti – gli apprendimenti, le intuizioni, le perplessità, emerse nelle sperimentazioni del periodo di quarantena. Per ipotizzare come andare avanti, come integrare il lavoro in digitale con quello in presenza, per arricchire la nostra possibilità di stare accanto ai ragazzi in questi tempi inquieti.
Ogni seminario include: 1) proposte di attività formative per adolescenti nel digitale, e testimonianze di sperimentazioni messi in campo nel periodo di lockdown che si sono rivelati particolarmente generativi; 2) presentazione e sperimentazione di alcune applicazioni digitali utili al lavoro educativo nel digitale; 3) attivazione dei partecipanti (o solo di chi lo desidera…) e momenti di condivisione.
Il fine non è quello di addestrare all’utilizzo di nuove app (anche se anche di app si parlerà, e magari qualcuna sarà una bella scoperta) ma è quello ragionare e sperimentarsi su modalità consapevoli e creative per approcciare il lavoro educativo nel digitale, talvolta, se necessario, mettendo in discussione o allontanandosi dagli approcci più convenzionali.

Primo seminario: CREARE SETTING “CALDI”, RIFLESSIVI E TRASFORMATIVI NEL DIGITALE giovedì 16 luglio 15.00-17.30;

Secondo seminario: ORGANIC INTERNET: EDUCARE NEL DIGITALE CON UN APPROCCIO CRITICO, LIBERO ED ECOLOGICO venerdì 4 settembre 15.00-17.30;

Terzo seminario: APPRENDIMENTO ESPERIENZIALE NEL DIGITALE ATTRAVERSO STRUMENTI ARTISTICI E NARRATIVI venerdì 11 settembre 15.00-17.30;

Quarto seminario: RE-INVENTARE GIOCHI DI RUOLO E VIDEOGAME giovedì 24 settembre 15.00-17.30;

Quinto seminario: RADIO, WEBRADIO E PODCAST PER COSTRUIRE COMUNITÀ E SVILUPPARE COMPETENZE venerdì 2 ottobre 15.00-17.30;

Sesto seminario: ATTIVARE CONFRONTO SIGNIFICATIVO CON PHOTOVOICE venerdì 9 ottobre 15.00-17.30

Informazioni e iscrizioni: https://www.retemetodi.it/en/corsi/alieni-on-line/

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Riflessioni e pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva in epoca di “distanziamento sociale” di massa

La malattia come esperienza ancestrale. Per contrastare la diffusione della pandemia di covid-19 svariati milioni di persone in tutto il mondo sono costrette a adottare uno stile di vita caratterizzato dal cosiddetto «distanziamento sociale». Oltre agli evidenti (e drammatici) problemi sanitari ed economici si stanno cominciando a studiare gli effetti psicosociali, politici e culturali di questa imponente (e imprevista) situazione di isolamento di massa, un evento che mostra, in tutta la sua spettacolarità, la nostra condizione di fragilità. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. In un certo senso potremmo dire, con le parole del filosofo Pierre Zaoui, che il covid-19 “è l’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, ed è abbondantemente impossibile confinare a lungo il suo senso a una sola e unica coscienza o a un solo e unico corpo”[1]. La pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, cioè “l’esperienza più comune, più pre-individuale e più pre-personale, quella che ci lega ancora ai primi uomini”[2].

La pandemia come esperienza collettiva. La portata collettiva di quanto stiamo vivendo in termini di salute pubblica, emerge con forza dalla lettera inviata da un gruppo di medici italiani alla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, una riflessione circostanziata che esordisce con una precisa indicazione: “in una pandemia, l’assistenza centrata sul paziente è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulla comunità”[3]. Per quanto la malattia sia personale la situazione pandemica obbliga ad una visione d’insieme e suggerisce strategia di cura, protezione e prevenzione allargate e integrate[4]. Ovviamente i punti di vista degli esperti sono variegati e si procede per ipotesi, anche perché ci troviamo di fronte a un’esperienza che, per dimensioni e diffusione, non ha precedenti nella storia recente. Per quanto riguarda la dimensione psico-sociale sappiamo che diverse ricerche condotte sulla quarantena (in particolare nelle epidemie di Sars-Cov e Ebola) indicano una serie di probabili effetti sulla salute mentale: dai sintomi del disturbo post traumatico da stress al disorientamento, dall’angoscia alla depressione[5]. Effettivamente, se non viene scelto dalle persone, l’isolamento prolungato è una condizione innaturale che incide sulla qualità della vita e metta a dura prova la capacità umana di cooperare[6].

Deprivazione relazionale, desiderio di comunità ed esperienza del caos. Una condizione, questa, ben descritta dallo scrittore Paolo Giordano nel suo recente libro Nel contagio, quando osserva: “abbiamo un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, a meno di un metro dalle persone che per noi hanno importanza. È un’esigenza costante che assomiglia al respiro”[7]. Le relazioni interpersonali sono ossigeno e la loro rarefazione finisce per produrre sofferenza. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo (scadenze, incombenze, impegni, compiti, attività, obiettivi, priorità) ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria “effusione di senso al di fuori delle categorie dello spazio e del tempo”[8]. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Sappiamo peraltro che gli essere umani sono caratterizzati da una forte capacità di adattamento. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità della vita. Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

Attingere a piene mani alle nostre capacità cooperative. Numerose ricerche condotte nell’ambito della psicologia evolutiva più recente hanno evidenziato con forza e chiarezza le raffinate capacità di mutua collaborazione e di altruismo che caratterizzano la nostra specie. Per affrontare efficacemente una situazione pandemica abbiamo bisogno di attingere appieno a queste capacità, facendo leva su quella che l’antropologo Curtis Marean ha definito iperprosocialità[9]. È esattamente questo di cui oggi abbiamo bisogno, per curare e assistere chi è malato e, ancor di più, per contenere il contagio e promuovere la salute (fisica e mentale) della moltitudine degli isolati. Scrive ancora a questo riguardo Paolo Giordano:

“(…) l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga ad uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo ad essere una comunità”[10].

Siamo in grado di raccogliere questo incoraggiamento nonostante trent’anni super-individualismo, competizione esasperata e solitudine[11] diffusa? Nessuno può dirlo con certezza. Sono diversi gli analisti che stanno provando ad ipotizzare degli scenari per il dopo pandemia, sia sul piano globale che su quello locale. Con tutti i limiti evidenti di questa stessa articolazione in un contesto profondamente interconnesso.

La gestione della pandemia come test di cittadinanza. In un recente articolo lo storico Yuval Noah Harari riflette sulla profondità dell’impatto delle decisioni attuali nelle società future. L’invito è quello di tenere conto, nella scelta fra diverse alternative, non solo dell’efficacia nel fronteggiare il pericolo immediato ma anche “in che tipo di mondo vivremo quando la tempesta sarà passata”[12]. Secondo Harari nell’affrontare questa crisi epocale le nostre società sarebbero di fronte a due scelte fondamentali: “la prima è tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini; la seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale”[13]. Da questo punto di vista l’epidemia di covid-19 può essere visto come un vero e proprio test di cittadinanza e occorrerebbe intraprendere con decisione e coraggio la strada della informazione consapevole, della responsabilizzazione, della fiducia e della solidarietà sociale. Anche perché:

(…) Il monitoraggio generalizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo per ottenere che le persone rispettino le regole. Quando sono informati sui fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche che gliene parlano, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che li spia. Di solito una popolazione motivata e consapevole è molto più utile di una ignorante e controllata[14]

Un’analisi tutt’altro che campata per aria se si osserva la deriva autocratica impressa in Ungheria proprio in questi giorni[15] e che rende di straordinaria attualità il concetto di «biopolitica» introdotto da Michel Foucault a metà degli anni Settanta[16]. Inevitabilmente la gestione di una pandemia chiama in causa le modalità in cui la rete dei poteri (delle istituzioni e delle discipline scientifiche) gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione del comportamento sociale. In anni più recenti il filosofo Roberto Esposito ci aveva già esortato a sfuggire da una visione ingenua e benevola della «comunità», mostrando lucidamente quanto ogni communitas può finire per sviluppare tensioni immunitarie (immunitas) verso l’Altro da sé (il diverso, lo straniero, il malato)[17]. Benché si sia sovente espressa nella forma della nostalgia del calore umano contro il grande freddo delle moderne società atomizzate la riproposizione del tema della comunità non può essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas[18], tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Ma è altrettanto verso che il discorso sulla comunità non è tramontato ma è cambiato poiché è profondamente cambiata la comunità, un concetto che ha oramai poco a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue descritta dai sociologi del secolo scorso. A differenza delle forme comunitarie tradizionali che implicavano un universo stabile, rassicurante e per molti versi costrittivo, abbiamo visto emergere e coagularsi nel tempo forme comunitarie nuove, basate sull’intermittenza e la libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati[19].

Condividere pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva. Questa riflessione c’induce a reinvestire in una prospettiva di sviluppo di comunità capace di vivere il necessario distanziamento sociale con modalità protettive e nel contempo solidali, facendo leva responsabilità sociale e cooperazione e solidarietà. Le scienze umane, ad esempio, indagano da tempo le strategie di coping, cioè quella variegata serie di meccanismi messi in atto dalle persone, più o meno consapevolmente, per fronteggiare i problemi che s’incontrano nella vita e tollerare lo stress ad essi correlati, sia a livello individuale che di gruppo (o familiare). Nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo sono ulteriormente interessanti le strategie di coping sociale (cioè basate sul supporto reciproco e il mutuo-aiuto) e di coping centrato sul significato (dove ci si concentra sui processi di apprendimento generati dall’esperienza stressante)[20]. Ma non solo, riteniamo che sia il momento per sostenere ogni sforzo che vada nella direzione di coltivare al massimo grado la solidarietà, nelle forme compatibili con la situazione di crisi e le misure di distanziamento sociale. Con «solidarietà» non intendiamo un vago sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro) ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo: la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi si presenta contemporaneamente come un mezzo e un fine[21]. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. Cosa ci può essere di più condiviso di una pandemia su scala globale? In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca.

Il progetto #ComunitàDistanziate. Questa riflessione ha portato la società di consulenza Metodi a promuovere il progetto #ComunitàDistanziate. Metodi è un’organizzazione indipendente fondata a Milano nel 1985 e impegnata in programmi di promozione della qualità della vita, innovazione e coesione sociale attraverso modalità partecipative e collaborative (www.retemetodi.it) Con il progetto di ricerca #ComunitàDistanziate Metodi intende censire, studiare e diffondere esperienze pratiche (attivate da istituzioni, organizzazioni, gruppi o singoli cittadini) che promuovono strategie di coping (individuale e sociale) tese a mitigare il peso dell’isolamento sociale e sviluppano relazioni di comunità caratterizzate da altruismo, mutuo-aiuto, prosocialità e solidarietà collettiva, in particolare a favore dei soggetti più fragili (anziani, bambini, disabili). Per segnalare un’esperienza scrivere comunicazione@retemetodi.it          (Ennio Ripamonti, 2020)

  • [1] Zaoui P, L’arte di essere felici: come sopravvivere alle avversità e riscoprire il valore della vita, Il Saggiatore, Milano, 2016, pag.72.
  • [2] Ibidem, pag.72.
  • [3] Cfr. http://www.nejm.org
  • [4] Cfr. Pisano G.P, Sadun R, Zanini M, Lessons from Italy’s Response to Coronavirus, in “Harvard Business Review”, March 27, 2020
  • [5] Cfr. Barbisch D, Koenig KL, Shih FY, Is there a case for quarantine? Perspectives from SARS to Ebola. Disaster Med Public Health Prep 2015; 9: 547-53.
  • [6] Crf. Miller G, Social distancing prevents infections, but it can have unintended consequences, Science, Mar. 16, 2020
  • [7] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino, 2020, pag.24
  • [8] Zaoui P, Ibidem, pag.80
  • [9] Cfr. Marean C. W, La più invadente di tutte le specie, in “Le Scienze”, 566: 2015, pp. 35-41.
  • [10] Giordano P, Ibidem, pag.27
  • [11] Cfr. Riccardo Saporiti, Solitudine: Italia in testa alla classifica. Ecco perché ci sentiamo soli, “Il Sole 24 Ore”, 30 agosto 2017
  • [12] Harari Y.N, Il mondo dopo il virus, in “Internazionale”, 1315:2020, pag. 18
  • [13] Ibidem, pag. 18
  • [14] Ibidem, pag. 20
  • [15] Cfr. Bonanni A, Lo strappo di Orban e la “cura” dei pieni poteri, in “La Repubblica”, 30 marzo 2020
  • [16] Cfr. Foucault M, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano, 1978
  • [17] Cfr. Esposito R, Immunitas: protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002
  • [18] Cfr. Bonomi A, L’importanza di essere comunità di cura, in “Il Sole 24 ore”, 10 marzo 2020
  • [19] Cfr. Bonomi A, Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • [20] Cfr. Brannon L, Health psychology: an introduction to behavior and health, 7ª ed., Wadsworth, Cengage Learning, 2010
  • [21] Cfr. Taylor A., Hunt-Hendrix L, Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327:2019

Cattura

Un seminario di studio organizzato a Trento il 18 maggio 2018 su iniziativa della Fondazione Fontana. La cooperazione internazionale si trova ad operare in un contesto globale sempre più complesso, frammentato e in trasformazione. Ecco quindi la necessità di superare modelli e visioni non più attuali. Operare con approcci unidirezionali, di mero aiuto allo sviluppo e come unici agenti di crescita non permette di costruire azioni che rispondano ai reali bisogni della comunità e che siano efficaci
e sostenibili. Il seminario è rivolto agli operatori della cooperazione internazionale,
agli insegnanti, agli studenti e ai ricercatori interessati alle questioni
sociali internazionali, indipendentemente dagli ambiti d’intervento o di specializzazione. Interventi in programma

  • Lo sviluppo di comunità: paradigmi, evoluzioni e pratiche Ennio Ripamonti
  • ll ruolo delle comunità e dei territori nella cooperazione internazionale:
    una mappa degli approcci e delle sfide Jenny Capuano
  • Formarsi all’empowerment di comunità nella cooperazione
    internazionale Alessandra Crimi
  • Comunità in difesa dei beni comuni: esperienze di partecipazione
    e autogoverno in America Latina Francesca Caprini
  • Il fareassieme trentino: un approccio alla salute mentale di comunità Renzo De Stefani, Roberto Cuni, Andrea Puecher
  • Cooperazione di comunità e partenariato territoriale nei Balcani Maurizio Camin
  • Quando la comunità è la risorsa. L’esperienza del Saint Martin CSA in Kenya Gathoni Njenga
    Modera Silvia Nejrotti – Fondazione Fontana onlus

Per maggiori  informazioni va al LINK World Social Agenda

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Dal 18 gennaio è disponibile nelle librerie una nuova edizione del volume Collaborare: metodi partecipativi per il sociale, edito da Carocci (Roma). Il testo, ampliato e aggiornato, si propone come uno strumento per pensare e agire in un welfare plurale, capace di valorizzare le competenze, formali e informali, presenti in una comunità. Vai alla SCHEDA LIBRO                                                                                Promuovere coesione sociale, salute e qualità di vita attraverso l’azione congiunta di istituzioni, terzo settore, imprese e cittadini attivi è una prospettiva indicata da molte leggi e una vasta letteratura scientifica. Dalle politiche sociali alla prevenzione, dai programmi d’integrazione alla rigenerazione urbana, è sempre più evidente l’importanza di fiducia e cooperazione nel determinare benessere e sviluppo. Gli approcci partecipativi sono oggi chiamati a rimodularsi sui tratti di società locali profondamente mutate sul piano demografico (invecchiamento, migrazione), occupazionale (flessibilità, precarietà), relazionale (forme del legame) e culturale (valori, stili di vita, tecnologie). La collaborazione rappresenta il processo cardine dei nostri tempi. Di seguito l’indice completo del volume

Introduzione
1. Operare in un welfare in trasformazione 

Genesi e crisi di una grande conquista sociale/Crisi e complessità come parole chiave del contemporaneo/L’apoteosi dell’individuo consumatore/Le molte concezioni del benessere
2. Trasformazioni sociali e azione pubblica 
Una società in piena mutazione demografica e culturale/Pervasività della tecnica/Apatia politica e nuove forme dell’azione pubblica
3. Alle radici della collaborazione
La dialettica egoismo-altruismo: un dibattito ricorrente/Gli esseri umani come collaboratori nati?/Il processo collaborativo/Collaborazione e conflitto: un intreccio imprescindibile
4. Politiche pubbliche e coprogettazione 
Una molteplicità di attori/La collaborazione come requisito di una governance efficace
5. La partecipazione oltre la mitologia 
Un processo multiforme a intensità variabile/Creare condizioni favorevoli alla partecipazione/Esiste una domanda di partecipazione?/Creare un ambiente favorevole all’impegno sociale
6. Partecipare nell’epoca dei social media 
La comunicazione nel tempo dei social network/New media e pratiche collaborative
7. Politiche sociali e di cittadinanza attiva 
Includere generazioni e culture/Nuove generazioni e politiche giovanili/Un’inedita similitudine: anzianità e immigrazione
8. Promozione della salute e politiche territoriali 
Qualificare gli ambienti di vita/Le politiche territoriali
9. Conoscere contesti, attivare soggetti 
La metafora ecologica dell’intervento sociale/La ricerca-azione partecipata/L’osservazione partecipante/L’ascolto attivo/L’outreach/Photovoice e autonarratività/Il focus group
10. Costruire reti sociali, coordinare azioni locali 
Tessere reti collaborative/Coordinare gli sforzi su obiettivi comuni
11. Trasformare conflitti, sostenere percorsi di autopromozione 
Energia per il cambiamento/Accompagnare indirettamente
Bibliografia

Scuola SDCPrende il via il 5 Ottobre 2018 a Milano la XX° edizione della Scuola di Sviluppo di Comunità (SCARICA IL PROGRAMMAorganizzata da Metodi in collaborazione con ARCO Cesena (FC), Cooperativa B-Cam (MI), Cooperativa Caracol (CN), Cooperativa Nivalis (MI)Istituto Italiano di Valutazione (MI). La Scuola, di durata annuale, è organizzata in 21 giornate formative (con cadenza mensile fino a giugno 2019) che mirano a sviluppare competenze pratico-applicative (metodologie e tecniche) relative a: paradigmi dello sviluppo di comunità – ricerca-azione partecipata – progettazione dialogica e concertativa – attivazione e conduzione di gruppi – facilitazione di riunioni e meetings – costruzione e mantenimento di reti sociali – gestione della comunicazione sociale e new media – negoziazione e gestione dei conflitti – problem solving collaborativo. Sconto per iscrizioni entro il 30 giugno 2018. Per maggiori informazioni scrivere a comunicazione@retemetodi.it

Teatro di Comunità 2Nello scenario complessivo di un welfare in profonda trasformazione sta crescendo l’attenzione all’impiego dei gruppi all’interno di servizi, programmi e progetti dalle molteplici mission: dall’educazione alla riabilitazione, dalla promozione della salute al mutuo-aiuto, dalla prevenzione specifica all’inclusione sociale, dalla promozione del volontariato all’animazione di comunità. Metodi propone un CORSO DI FORMAZIONE ANNUALE (gennaio-dicembre 2016 a Milano)  (SCARICA IL PROGRAMMA) mirato  ad acquisire un bagaglio esperienziale e metodologico per il lavoro di cura e di sviluppo delle risorse e delle potenzialità delle persone, dei gruppi e delle comunità. Il corso ha come finalità lo sviluppo delle capacità strategiche e metodologiche per condurre gruppi in diversi contesti professionali (ospedali, scuole, servizi territoriali, associazioni, centri di formazione) attraverso un intenso training al ruolo di conduttore unito ad un approfondimento dei modelli teorici di riferimento. Per maggiori informazioni scrivere a comunicazione@retemetodi.it

 

 

AstrattaSeminario formativo residenziale organizzato da MetodiEupilio (Como) nei giorni 8-9-10 maggio 2015. Il Laboratorio si propone di offrire ai partecipanti un’opportunità per aumentare la sensibilità relativa alle dinamiche ed ai processi che caratterizzano le relazioni tra gruppi e comunità, con particolare riferimento alle tematiche della crisi e del cambiamento.

Apprendere dalle situazioni di difficoltà . Il termine «crisi» costituisce un elemento ricorrente del dibattito pubblico degli ultimi anni e rappresenta un tratto distintivo e peculiare della contemporaneità, o forse di un’intera fase storica. Sappiamo che le crisi, di qualsiasi tipo esse siano, hanno un aspetto visibile e uno più occulto. Sebbene tendono a manifestarsi come rotture improvvise sono in realtà il frutto di un accumulo parossistico di squilibri. Ma se è vero che le crisi possono rappresentare delle straordinarie occasioni di cambiamento cosa rende possibile che ciò avvenga? Quali comportamenti – individuali e collettivi – consentono di «sopravvivere alle crisi» riuscendo nel contempo a generare mondi possibili? A dare vita a nuove configurazioni sociali e culturali? Abbiamo voluto scegliere come focus tematico del laboratorio di comunità 2015 il tema «crisi, motivazione, cambiamento» poiché si tratta processi cruciali del lavoro psicosociale, oggi più che mai intrecciati e sfidanti.

Saper cogliere i processi sociali. Il laboratorio di comunità è un potente e originale dispositivo formativo si consente ai partecipanti di comprendere in maniera approfondita alcuni dei principali processi che caratterizzano la vita di un sistema sociale complesso. Il laboratorio si configura come un luogo di ricerca e di sperimentazione, una sorta di teatro nel quale si può far vivere ciò che ancora non esiste e creare, attraverso una visione condivisa, un mondo di possibilità inedite. Si tratta di un’esperienza forte sul piano del coinvolgimento emotivo, poiché questa intensità favorisce l’invenzione, la costruzione e il cambiamento. Nel laboratorio non c’è un’ipotesi precostituita da verificare né tantomeno una tesi da dimostrare. C’è un punto di partenza e un’interazione dalla quale viene alimentata la ricerca e la scoperta; una palestra dove ci si può allenare ad essere protagonisti degli eventi sociali. Per questo insieme di ragioni assomiglia ad un percorso di esplorazione di un territorio sconosciuto, un itinerario non tracciato dove servono guide, attrezzature e punti di riferimento, ma nel quale non è dato sapere in partenza il risultato che si raggiungerà. In questo senso il Laboratorio è una straordinaria esperienza di training alla intraprendenza e alla gestione degli imprevisti, fenomeni altamente frequenti nel lavoro sociale contemporaneo.

Affinare le capacità di azione nella complessità e nell’incertezza. Il Laboratorio è un’esperienza formativa che ottimizza l’impiego della metodologia attiva, in particolare: è basato sulla immersione totale dei partecipanti nella situazione attraverso un dispositivo didattico-formativo appositamente concepito; ha un focus operativo e di analisi centrato sul «qui ed ora», concependo quindi – sulla base della lezione del T-Group ideato da Kurt Lewin – l’unità di spazio e di tempo come una possibilità d’intensificazione dei processi di apprendimento dall’esperienza; non parte da tesi precostituite ma, attraverso l’esplorazione e la ricerca collettiva, si pone nell’ottica di creare nuove risposte e sperimentare nuovi comportamenti; cerca di recuperare e sviluppare la creatività, l’inventiva, il senso di responsabilità ed il protagonismo dei partecipanti per interagire in un quadro di relazioni sociali; è attento ad indagare i diversi livelli delle interazioni sociali (interpersonali, intra-gruppo, inter-gruppo); si propone di collegare gli aspetti metodologici alla progettazione e alla gestione delle relazioni e dei processi. Il presente Laboratorio è inserito nella Scuola di Sviluppo di Comunità organizzata da Metodi ma è aperto a partecipanti esterni al corso.

Staff di conduzione Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, socio fondatore e presidente di Metodi. Svolge attività di docenza presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università Milano-Bicocca. Davide Boniforti, psicologo di comunità e formatore di Metodi, cultore della materia di psicologia di comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Mario Valzania, psicodrammatista e formatore, socio fondatore di Metodi ed esperto di conduzione di gruppo con metodologie di azione. Dirige la Scuola internazionale di psicodramma integrato di Metodi. Vai a: Programma dettagliato 

 

Cattura

Il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento organizza il giorno 11 dicembre 2014 un seminario di formazione continua dal titolo “Educatore promotore” presso l’Aula Magna, del Palazzo Piomarta, in corso Bettini 84 a Rovereto (TN). L’iniziativa è dedicata ai processi di partecipazione di cittadini e di persone in difficoltà alla soluzione dei problemi e alla costruzione della propria comunità; alla riorganizzazione dei servizi; al ruolo di advocacy dell’educatore in tempo di crisi. Il seminario è rivolto particolarmente ad Educatori professionali esperti, supervisori EP, studenti del terzo anno del Corso di Laurea in Educazione Professionale, assistenti sociali, insegnanti, animatori, dirigenti e coordinatori degli Enti nella Provincia di Trento. Programma: Introduzione – Dario Fortin, Università degli Studi di Trento; Facilitazione dello sviluppo di comunità e cittadinanza attiva – Ennio Ripamonti, Metodi – Università Milano Bicocca; Workshop: Stefano Bertoldi, Diego Giacometti, Diego Valentini – tutors Università degli Studi di Trento Marco Degasperi, Katia Guerriero, Lino Guidolin – ricercatori Università degli Studi di Trento. Restituzione dei lavori dei workshop; Ruolo del terzo settore e professionalità socio-sanitarie oggi – Johnny Dotti, Welfare Italia. Moderatori: Dario Fortin e Marco Dallari – Università degli Studi di Trento

SEM-KINell’ambito del Piano territoriale per le politiche giovanili della provincia di Sondrio il giorno 10 ottobre 2014 viene organizzato un seminario pubblico dal titolo “Giovani amministratori: cittadinanza, responsabilità, partecipazione”. L’incontro è l’occasione per presentare e discutere gli esiti di una ricerca-intervento realizzata nei diversi ambiti del territorio valtellinese e tesa ad indagare le motivazioni, le aspettative e le intenzioni che stanno alla base della scelta d’impegno di un numero crescente di ragazzi e ragazze under 35 nella gestione della “cosa pubblica”, con ruoli di consigliere comunale, assessore o sindaco. Intervengono Luca Della Bitta (Presidente della Provincia di Sondrio),  Giovanni Confortola (Presidente della Comunità Montana Alta Valtellina), Monica Antognoli (Comunità Montana Alta Valle – ufficio di piano), Marco Duca (Cooperativa Lotta Contro L’Emarginazione) Ennio Ripamonti (Metodi – Università Milano Bicocca), Lucia Angelini (Provincia di Sondrio – Servizio politiche sociali).