REINVENTARE LA PROSSIMITA’ SOCIALE

Pubblicato: settembre 2, 2020 in Educazione, Formazione, Lavoro sociale di rete, Sanità, Servizi sociali, Sviluppo di Comunità, Uncategorized, Volontariato

Di fronte ad una brusca interruzione di «schema» come quella provocata dall’emergenza Covid è necessario osservare come cambiano le relazioni sociali e in che modo associazioni, cittadini attivi e volontari stanno reinventando la propria azione sociale sul territorio, proponendo elementi di riflessione per un nuovo posizionamento e una differente riorganizzazione strategica dei loro progetti [1]. Questa attitudine auto-riflessiva ci pare quanto mai opportuna nel contesto di un evento di portata epocale. Oggi più che mai è prezioso osservare che cosa avviene nelle nostre comunità locali, affinché la tensione attuale al “ritorno alla normalità” non sacrifichi spazi di apprendimento, occasioni di rigenerazione. Ci pare che sette verbi possano cogliere alcune trasformazioni, in atto o potenziali, della prossimità sociale e indicarci qualche prospettiva di sviluppo nello scenario post-pandemico: esserci, resistere, reagire, approssimarsi, connettere, cooperare, intraprendere, imparare

«Esserci». La pandemia ha cambiato da un giorno all’altro la vita delle persone e delle organizzazioni. L’impatto non è stato uguale per tutti, ma ognuno si è trovato a decidere cosa fare, come riorganizzarsi. Alcuni sono rimasti paralizzati. Altri si sono reinventati. Come hanno fatto? Dove hanno trovato energia e intelligenza per riuscire ad «esserci», comunque? Nel pieno del lockdown abbiamo visto amministrazioni pubbliche, associazioni, enti del terzo settore e gruppi informali trovare il modo di stare in contatto con i problemi, stare in contatto con le persone, e connettere problemi e persone.Questo «esserci», anche nel disorientamento e nella confusione di una situazione inedita, ci pare d’importanza capitale, soprattutto in una società dove cresce da tempo il fenomeno della solitudine. Fino a poco più di un secolo fa, appena il 5% della popolazione viveva da solo. La norma erano famiglie numerose che abitavano in spazi più o meno ampi, a seconda delle possibilità. In Italia, nel 2019, un terzo delle famiglie sono composte da una sola persona. L’impatto del Covid-19 è stato imponente a questo proposito, e tutto non siamo in grado di stimarne fino in fondo gli effetti. Non sono poche le persone che continuano a non uscire di casa anche ora che i contagi sono in regressione, perché rimane la paura, il disorientamento. Sappiamo anche che la povertà economica tende a peggiorare se accompagnata da povertà relazionale, in un circolo vizioso che può depotenziare gli stessi interventi di aiuto. Per questo non basta l’aiuto economico, il pacco alimentare, il buono spesa: se non si interviene sulle povertà relazionali si rischia di scivolare, magari inconsapevolmente, verso forme di neo-assistenzialismo. È l’epoca di azioni di aiuto capacitanti e relazionali, che offrono appigli per uscire dalla solitudine. Il lavoro sociale di comunità dei prossimi anni sarà anche questo: rigenerare reticoli di relazioni, di prossimità, di vicinato, di quartiere, di caseggiato. Abbiamo le organizzazioni e l’energia per lavorare su questo: non ti consegno solo il pacco, ma ti telefono, ti vengo a trovare, ti citofono, ti coinvolgo. È fondamentale ricostruire la prossimità, recuperare la tradizione mutualistica del nostro Paese: lavorare su un welfare comunitario prossimale, capitalizzando anche l’energia molecolare diffusa di giovani under 30, di volontari occasionali, di reti di vicinato. Lavorare su questi legami permette anche di attivare codici di mutualismo più riconoscibile, scovando anche il bisogno inespresso: la vergogna può bloccare una persona in difficoltà nel chiedere aiuto ai servizi o alle associazioni strutturate, mentre chiedere aiuto ad un vicino potrebbe essere più semplice, meno doloroso. Ma per far bene tutto ciò, l’abbiamo capito, è fondamentale «esserci».

«Resistere». L’emergenza sanitaria ha costretto individui, famiglie e organizzazioni a stare in una situazione altamente disorientante per un periodo di tempo prolungato, senza uno scenario chiaro. Oltre a trovare il modo di «esserci» diverse organizzazione sono riuscite a r-esistere allo stress, accettando di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. La pandemia da Covid 19 è il più grande evento collettivo che conosciamo, ed è difficile trovare precedenti storici di questa portata, se non lontani nel tempo. Dagli studi di psicologia dell’emergenza sappiamo che le società umane reagiscono in modo diversi alle tragedie collettive: aumentando la coesione e l’altruismo o, di contro, disgregandosi e esacerbando i conflitti. Per secoli la nostra specie si è mossa nella tensione fra egoismo e altruismo, fra attenzione all’individuo e attenzione alla collettività. La mentalità comune delle moderne società neoliberiste incoraggia l’interesse personale e il pensiero a breve termine. Le organizzazioni più adatte all’evento pandemico saranno, con molta probabilità, quelle in grado sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e rabbia, coltivando coesione, fiducia e solidarietà. Come sostiene il filosofo Miguel Benasayag «resistere è creare».

«Approssimarsi». Se c’è una grande scoperta provocata dal lockdown è che numerose persone si sono riapprossimate alla microfisica della comunità più vicina alla loro casa: il cortile, il parchetto, la via, i giardinetti. Spazi solitamente frequentati dalle figure più fragili della comunità: bambini piccoli, anziani, famiglie, migranti. Spesso i più attivi, i più mobili, i più inclusi, attraversano questi spazi “minori” ma non li frequentano, non li abitano. La pandemia ha consento, per un certo periodo di tempo, che questi spazi ridiventassero «luoghi», aree di interazione e mitigazione della solitudine. Magari a distanza, da un balcone all’altro, da un lato della strada all’altro, ma ugualmente interazionali. Chi aveva già spazi che erano luoghi (cioè non privatizzati ma concepiti come «beni comuni») se ne è avvantaggiato anche in questa pandemia. Chi ne era sprovvisto si è ritrovato in uno spazio privato microscopico, per certi versi deprivato. Abbiamo potuto osservare il sorgere, certo straordinario e unico, di inedite dinamiche condominiali e di relazionalità di vicinato. Non siamo certo ingenui, i condomini continueranno a conoscere fenomeni di indifferenza o micro-conflittualità. Ma questo straordinario evento sociale ci ha mostrato i vantaggi (e in fondo anche il piacere) di una vicinanza gentile e solerte, di una microfisica della convivenza meno sospettosa. L’azione sociale di comunità può ispirarsi a queste esperienze ritrovando la sua territorialità prossimale in modo più convinto, c’è un tesoro di spazi che possono ridiventare luoghi, cioè spazi in cui le persone ri-fanno comunità.

«Connettere». Nel disorientamento prodotto dalla pandemia una lezione fondamentale è stata quella dell’importanza di saper «fare rete». Nelle settimane più dure, più difficili, le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono riuscite a catalizzare energie diffuse, non sempre organizzate. Chi in questi anni ha creduto e investito davvero in un buon lavoro di rete, si è ritrovato in mano un formidabile dispositivo operativo e un capitale di fiducia sedimentato con lo sforzo e la tenacia. Altre reti sono nate ex-novo a partire dall’emergenza, magari fra realtà territoriali che raramente si erano trovate a collaborare. E anche questo è interessante. Si tratta di capire se le reti scaturire nella fase di criticità conclamata hanno vita breve o possono radicarsi e durare. Una cosa è certa, l’azione sociale complessa in una società frammentata ha bisogno di capacità connettive per evitare la dissipazione delle risorse. L’approccio individualista alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di molti attori sociali). Ci è fin troppo noto, anche nel mondo associativo, l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo. Questa consapevolezza si proietta con forza nella fase post-pandemica, nell’inevitabile bisogno di progettualità condivise, di una massa critica di intelligenze e risorse (pubbliche, private, formali, informali) da finalizzare in modo coerente.

«Cooperare». Chi ha agito meglio nel contesto pandemico è stato in grado non solo di connettere più attori ma anche di far dialogare e agire culture differenti, intrecciando sociale e sanitario, psicologico ed economico. Non si tratta solo di connettere azioni separate, per quando lodevoli, ma anche di concertare azioni congiunte: facendo progetti insieme, dando vita a forme di corresponsabilità di tutti gli attori del territorio. Come hanno mostrato in modo inequivocabile alcune esperienze presentate nel corso degli incontri formativi il salto di qualità più significativo si è verificato nel momento in cui si è intrapresa la strada di un allargamento della platea degli attori, aprendosi a incontri inediti, fuori dalla comfort zone dei “soliti noti”. Inevitabilmente entra in gioco il livello di «capitale fiduciario» delle organizzazioni, e non è certo uguale per tutti. Persone e organizzazioni che non si fidano di nessuno trovano difficile credere che gli altri si impegneranno per il bene comune. Perché dovrebbero farlo? La fiducia è la benzina del motore cooperativo. Nella fase post-pandemica avremo un gran bisogni di cooperare, per questo è conveniente, da subito, allenarci alla fiducia.

«Intraprendere». La cultura di molte organizzazioni sociali è caratterizzata da un elevato tasso di pragmatismo, non di rado accompagnata da qualche limite sul versante relazionale. Associazioni di volontariato e cittadini attivi trovano nel fare il loro momento topico, per certi versi il senso stesso del loro impegno. Non è stato facile sapere “cosa fase” durante il lockdown, soprattutto quando le forme stesso del fase diventavano un problema, per via delle norme di sicurezza e il distanziamento fisico. Ma anche su questo versante ci sono molti motivi di interesse e di riflessione. Una seconda testimonianza portata al corso riferiva dell’importanza di tentare un’azione anche quando permanevano dubbi circa gli effetti poiché, diceva il collega, “da cosa nasce cosa”. Le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono quelle che hanno provato, comunque, a mettere in campo un’azione, a prendere un’iniziativa, a «intraprendere», appunto. Questo spunto ci restituisce il senso profondo di ogni azione sociale poiché «ogni azione è una interazione», non ne conosciamo ma la natura se non quando a “mettiamo al mondo”, facendola, praticandola. Molte esperienze di solidarietà nate durante l’emergenza hanno catalizzato grandi energie e disponibilità (anche da parte di persone meno vicine al mondo dell’associazionismo e del volontariato) a partire da azioni esemplari, capaci di “contagiare” positivamente il contesto locale.

«Imparare». Nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19 sono state molte le testimonianze incentrare sull’apprendimento. Dai personaggi più noti al normale cittadino, si sono moltiplicate le riflessioni su “ciò che sto imparando” da questa esperienza. Forse è un bisogno umano profondo quello di trovare un senso agli eventi della vita, soprattutto a quelli più imprevisti e spiazzanti. Anche per il composito mondo del sociale sono diversi gli elementi su cui riflettere, se si accetta di farlo, ovviamente. Intanto che l’esperienza è ancora “calda”, abbiamo l’opportunità di trarre degli insegnamenti, per noi, le nostre organizzazioni, i nostri gruppi le nostre amministrazioni pubbliche.  Ma come? In che modo? È interessante osservare che, dal punto di vista dei teorici della complessità, vi sono almeno tre tipologie di apprendimento: 1) Imparare, 2) Imparare a imparare, 3) Imparare e disimparare. Se ci interessa sviluppare apprendimento per rinnovare il nostro modo di agire nel sociale ci interessano tutti e tre le tipologie. Durante la pandemia, ad esempio, molti insegnanti si sono visti costretti ad imparare a gestire la didattica a distanza (DAD), acquisendo conoscenze e abilità che non avevano (o avevano in parte) dal punto di vista tecnologico. Sappiamo però che il mondo digitale è caratterizzato da processi di innovazione continui che rendono velocemente obsolete le conoscenze. Si tratta quindi di imparare a imparare nel corso del tempo, di sviluppare una capacità di apprendimento continuo (life long learning), non solo perché cambiano le tecnologie (tool) ma perché mutano i processi stessi resi possibili dalle tecnologie. Ma la tipologia più rilevante (e più faticosa) di apprendimento in età adulta riguarda la capacità di «disimparare», cioè di cambiare schema (frame), di abbandonare la certezza di ciò che facevo prima e fase qualcosa di completamente diverso. Allora il problema non è più, da insegnante, imparare a usare Zoom per fare una lezione a distanza; tantomeno essere aperto a nuove tecnologie per migliorare le lezioni future. La vera sfida è reinventare la didattica facendo meno lezioni frontali e sperimentando processi di apprendimento basati sullo studio di casi, sui compiti di realtà e sull’attività di gruppo. Non basta imparare qualcosa di nuovo, devo riuscire a cambiare la mia cultura formativa, la mia idea di scuola e di apprendimento. Per riscoprire la nuova prossimità affiorata in tempo di Covid-19 le Associazioni potrebbero essere costrette, fra le altre cose, a disimparare alcuni di funzionare (progettare, riunirsi, decidere, agire), perché solo cosi il nuovo può essere accolto e riconosciuto.


[1] Testo tratto dall’articolo di Ennio Ripamonti e Alice Rossi Una prossimità differente Chi è l’altro nel nuovo mondo? Sette verbi per sette azioni che curano le nostre relazioni, pubblicato sulla rivista Vdossier, n 1, luglio 2020. Vai al link: https://www.csvlombardia.it/wp-content/uploads/2020/08/vdossier-1-2020-web.pdf


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