I METODI COLLABORATIVI COME ENZIMI COMUNITARI

Pubblicato: luglio 13, 2020 in Animazione, Formazione, Lavoro di gruppo, Lavoro sociale di rete, Sviluppo di Comunità, Valutazione, Volontariato

Il lavoro sociale di comunità degli ultimi anni ha conosciuto un maggior grado di strutturazione e rigore, sia sul piano teorico che metodologico. Dopo una stagione caratterizzata da un vivace spontaneismo progettuale è cresciuta la consapevolezza circa il bisogno di dotarsi di metodi di lavoro in grado di trasformare intenzioni lodevoli in azioni efficaci. L’inattesa e sorprendente irruzione sulla scena della pandemia di Covid-19 ha ulteriormente evidenziato la necessità di rinnovare le forme del welfare in una prospettiva di tipo comunitario e territoriale, mettendo in evidenza i temi della salute pubblica, delle disuguaglianze e della coesione sociale.

Metodi di lavoro all’altezza della situazione Per fare ciò abbiamo bisogno di metodi di lavoro all’altezza della situazione. Il termine «metodo» si riferisce, generalmente, ad un insieme organico di regole e di principi in base al quale si svolge una determinata attività (teorica o pratica). Da questo punto di vista i metodi, in qualsiasi campo dell’attività umana, indicano un modo di procedere dotato di una certa razionalità (più o meno strutturata) che dovrebbe garantire un maggior livello di raggiungimento dei risultati. Così visti i metodi guidano il comportamento umano e lo indirizzano dentro un determinato percorso. Se applicassimo in maniera lineare questo ragionamento potremmo dire che i metodi collaborativi sono fondamentalmente una serie di principi, di regole e di procedure per “produrre” un bene atteso: cioè la collaborazione. Per quanto ci sia del vero in questa affermazione sono del tutto evidenti i limiti che contiene. È esperienza comune a chiunque operi in campo sociale ed educativo constatare il rischio che un certo metodo si riveli inadeguato, la sua applicazione troppo rigida, oppure eccessivamente lasca. Ma il rischio più grande è che il metodo si trasfiguri in una procedura meccanica e impersonale: un meccanismo, appunto. In un’epoca caratterizzata dal mito della tecnica dobbiamo guardarci dall’idea di concepire i metodi come delle fattispecie di “algoritmi sociali”, procedimenti articolati in una serie di passaggi logici chiari, finiti e non ambigui. Chiarezza, finitezza e non ambiguità non sono requisiti così facilmente riscontrabili nelle relazioni umane che, al contrario, mostrano innumerevoli lati oscuri, modi infiniti d’essere e molteplici ambivalenze e contraddizioni.

La duplice forma dei metodi: processo e procedura Parafrasando il filosofo Alfred Korzybski possiamo dire che i metodi collaborativi non sono la collaborazione. Come la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Parlare di metodi collaborativi richiede di assumere appieno il significato profondo e complesso del fenomeno a cui ci si riferisce, a quell’esperienza di lavoro comune a cui rimanda il collaborare: da «cum» (con, insieme) e «laborare» (lavorare, praticare), una congiunzione che implica il “mettere accanto” e “unire” più soggetti fra loro diversi e separati, la cui identità distinta va salvaguardata e valorizzata. L’approfondimento etimologico ci viene in soccorso anche con il termine «mètodo» (dal latino mèthodus), derivante dalla parola greca methòdos (μέϑοδος), a sua volta composta dalla particella «mèta» (μετα) che indica “superamento” e dalla parola «hodós», cioè “strada”, “cammino”, “via”. La combinazione dei termini ci restituisce il senso dell’investigazione e della ricerca, implicito in ogni metodo e, nel contempo, la doppia valenza di “via” e di “modo” di percorrerla. Così concepiti i metodi sono tentativi umani di istituire un ordine razionale di ricerca (regole, principi) al fine di pervenire ad un’azione efficace, un modo di operare per ottenere uno scopo. I metodi collaborativi rappresentano perciò una proposta (ragionata, meditata e organizzata) per chi è interessato a ricercare le strade più fertili per coltivare l’impegno congiunto rispetto ai problemi sociali, nella situazione data (con il correlato di vincoli e opportunità) e con gli attori esistenti. Così descritti i metodi collaborativi mostrano una duplice forma: quella di modello «processuale» da un lato e di dispositivo «procedurale» dall’altro.  Un fenomeno complesso come la collaborazione non può essere immaginato come l’esito di una procedura da applicare (anche con il massimo dell’adesione al modello originale).

Agire con metodo per sviluppare l’«efficacia situazionale» Forzando l’analogia biochimica possiamo paragonare i metodi a degli enzimi, a dei catalizzatori che aiutano ad accelerare una serie di processi sociali (comunicazione, ascolto, confronto, ideazione e altri ancora). L’aumento della velocità processuale comporta un diverso livello della energia di attivazione (nel nostro caso l’energia potenziale di un certo gruppo sociale rispetto ad un problema concreto) che deve essere raggiunto per far sì che i soggetti sociali evolvano poi autonomamente verso il risultato atteso. Così come in biochimica gli enzimi possono aumentare la velocità di reazione anche di dieci volte, in campo sociale buoni metodi possono sviluppare l’«efficacia situazionale» di un determinato progetto. Così concepiti i metodi collaborativi richiedono analoghe attitudini da parte di chi li usa. Si tratta cioè, come vedremo meglio nelle pagine che seguono, di assecondare i processi di crescita, trarre partito dalle propensioni all’opera che sono in atto spontaneamente, portandole a loro pieno regime. L’idea cardine è quella di «non guidare» (mettendosi davanti) ma, appunto, di «assecondare» (mettendosi di lato e/o dietro) modestamente, in modo discreto e persino senza attirare troppo l’attenzione, in modo da portare la propensione della situazione al suo dispiegamento. Ne scaturisce l’idea di operare in maniera indiretta e discreta. L’efficacia indiretta procede fondamentalmente per catalizzazione di fattori favorevoli, o che vengono resi tali. Il carattere discreto è l’appoggio, non soffocante, di una crescita che si dispiega da sé.

Metodi collaborativi: quattro funzioni cruciali Proponiamo pertanto quattro funzioni corrispondenti ad altrettanti processi sociali e obiettivi operativi, nel quale collocare i metodi presentati nel volume. La prima riguarda l’innesco di fiducia e di impegno richiesta in ogni fase di avvio di un intervento sociale, con il cruciale e delicato avvicinamento a persone e/o gruppi per nulla o poco conosciuti, un’azione imprescindibile per dare vita ad un processo di maturazione collettiva. Come facilitare l’espressione di punti di vista, difficoltà e risorse che animano un contesto? Come aiutare a connetterli tra loro? Come favorire quell’apertura di credito iniziale propedeutica alla scelta di un impegno comune? La seconda funzione attiene la facilitazione di interazioni costruttive. Il lavoro con i gruppi e la comunità implica l’allestimento di contesti e situazioni d’incontro fra interlocutori con ruoli e provenienze molteplici, in cui sia possibile esprimersi in modo libero, apprezzando convergenze ma anche divergenze, tollerando diversità e dissensi. Come approfondire conoscenza, fiducia reciproca, limiti e risorse presenti nelle persone e nel loro contesto di vita? Come esprimere racconti, avvenimenti e simboli vissuti nella comunità?  La terza funzione chiama in causa la promozione (ma anche la produzione) di immaginazione progettuale rispetto ai problemi sociali, con tutto il correlato di creatività e capacità innovativa in essa contenuta. Un buon piano di azione è incentivato dalla condivisione di strategie che raccolgono visioni e chiare direzioni di intervento in cui le persone possano riconoscersi. Come fare emergere gli orientamenti presenti, pianificare possibili soluzioni ai problemi e dare forma a desideri di cambiamento? Come andare oltre il noto e dare vita a nuove ipotesi? La quarta e ultima funzione si misura con i processi convergenti della scelta, della ponderazione e della presa di decisione. Si tratta quindi di accompagnare scelte condivise per azioni congiunte. Per poter scegliere è importante mettere in evidenza le diverse alternative, avviando un processo di confronto attorno agli ipotetici scenari che si andranno a configurare. La genesi di un consenso è l’anticamera per la sperimentazione e la cooperazione sul campo. Come dare vita a questo complesso processo, coltivando l’impegno e la responsabilità personale e collettiva? 

Schema 1: Principali funzioni e obiettivi dei metodi di collaborazione sociale

FUNZIONI1 INNESCARE FIDUCIA E IMPEGNO INIZIALE2 FACILITARE INTERAZIONI COSTRUTTIVE  3 PROMUOVERE IMMAGINAZIONE PROGETTUALE    4 ACCOMPAGNARE SCELTE CONDIVISE PER AZIONI CONGIUNTE  
OBIETTIVI OPERATIVIAscoltare, raccogliere informazioni e stimolare le persone a prendere consapevolezza delle proprie risorseApprofondire conoscenza e fiducia reciproca, apprezzando limiti e risorse presenti nelle persone e nel contesto di vita  Chiarire l’orientamento dalla comunità, al fine di pianificare possibili soluzioni ai problemi presenti e dare forma a desideri di cambiamento  Dare vita ad un’assunzione di responsabilità personale e collettiva
METODIPhotovoice Restorative circles Sociogramma degli attori sociali  World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Photovoice    World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Collaborative Problem Solving  Open Space Technology (Fase di Action Planning) Future Search Collaborative Problem Solving

Articolo tratto dalla introduzione al libro Metodi Collaborativi curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti: vai al LINK https://www.animazionesociale-abbonamenti.it/negozio/pubblicazioni/le-matite/5-metodicollaborativi/

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