L’EPIDEMIA VISTA DALLE RAGAZZE E DAI RAGAZZI: FINALMENTE

Pubblicato: giugno 8, 2020 in Uncategorized
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Dare voce a giovani narrative. La prima sensazione che ho provato apprestandomi a leggere gli esiti di questa ricerca è stata di sollievo[1]. Dopo quasi tre mesi in cui, nel bene o nel male, le voci più scandagliate (in forma giornalistica, letteraria o scientifica) sono state quelle degli adulti, in particolare nel loro ruolo di lavoratori e/o di genitori, finalmente abbiamo l’opportunità di ascoltare le parole di altre generazioni, i pensieri e le emozioni di altre soggettività. Uno dei principi guida del lavoro di comunità chiede di incoraggiare interpretazioni pluralistiche dei problemi sociali con cui ci si misura, in modo da unire e integrare diversi tipi di conoscenza, sia di tipo oggettivo che di carattere soggettivo, in modo di moltiplicare i punti di vista da cui una certa situazione può essere considerata. In questo senso l’esperienza di una pandemia globale è indubbiamente quanto di più condivisoci possa essere, un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi, siano essi bambini, adolescenti, giovani, adulti o anziani. Pochi fenomeni nella storia umana hanno trasformato la società e la cultura come le pandemie e, qualunque siano le caratteristiche specifiche dei soggetti che le sperimentano (età, genere, ceto sociale, istruzione, etnia) risultano accomunati da una situazione di «caos» e di incredibile disorientamento. Il paesaggio risulta sconvolto e i punti di riferimento consueti si eclissano. Ed è propriamente in questa condizione che ci siamo trovati a riflettere sulle nostre vite, attuali e precedenti, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio. C’è chi non vede l’ora di ritornare velocemente alla “normalità”, chi invece pensa che “nulla sarà più come prima”. Da sempre l’uomo s’interroga sul futuro, ad ogni latitudine e ad ogni epoca storica.  Se nelle prime settimane il «caos» ha riguardato dimensioni organizzative e logistiche, con il passare del tempo ha cominciato ad agire ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso.

Saper fare le domande giuste. Nelle pagine di questa ricerca abbiamo la possibilità di capire meglio come hanno vissuto (e stanno vivendo) tutto ciò preadolescenti, adolescenti e giovani di questo spicchio di territorio piemontese. Già questo, di per sé, è un grande risultato: avere la possibilità di ascoltare voci che sono rimaste in larga parte assenti nella narrazione collettiva. Non c’è miglior lavoro educativo, per chi opera nelle politiche giovanili, che trovare il modo di offrire un’opportunità di espressione diretta, magari rompendo il tacito consenso con cui gli attori sociali accettano i sistemi di convenzione in cui sono immersi, promuovendo la produzione di nuove metafore e/o nuove narrative che rendano pensabili nuovi copioni, nuovi ruoli per gli individui e i gruppi sociali. Che cosa hanno da dire i ragazzi e le ragazze? Cosa pensano di sé e del mondo? Di sé nel mondo? Come vivono questo tempo sorprendente, questo evento spaesante? Che contributo possono dare alla comunità? Non va infatti sottovalutato il peso demografico di un paese come l’Italia che, dopo il Giappone, ha la popolazione più anziana del mondo e, com’è noto, essere una minoranza non è mai un vantaggio: gli adolescenti sono pochi e contano poco. Il fatto stesso che alle educatrici e agli educatori sia venuto in mente di interpellare queste generazioni così spesso sottovalutate o stigmatizzate è un formidabile esercizio pedagogico. Perché educare è, prima di tutto, fare le «domande giuste», come ci hanno insegnato Paulo Freire, Don Lorenzo Milani e Danilo Dolci, e quando la domanda interpella temi importanti della vita arrivano le risposte, di relazione prima ancora che di contenuto. Interpellati nel loro lockdown casalingo, nel loro confinamento domestico iper-connesso, più o meno faticoso o sereno che fosse, i ragazzi hanno risposto. Il fatto che 2600 ragazzi e ragazze dagli 11 ai 22 anni abbia compilato un questionario condividendo idee, preoccupazioni, desideri e propositi ci mostra, in filigrana, il reticolo invisibile di fiducia, stima e affetto che li tiene collegati ad adulti davvero significativi. Perché a questa età si è “costretti” a rispondere quando si è interrogati, ma si può anche decidere di rispondere perché si è interpellati, perché si percepisce che il questionario è un «pre-testo» che attiva e mantiene caldo il contatto, e il «testo» parla di riconoscimento e interesse autentico.

Un ascolto che attiva, connette, immagina. Se c’era un imperativo di questa situazione era quello di riuscire a «stare in contatto con il problema», che nel nostro caso significa: stare in contatto con i ragazzi, connettere problema e ragazzi, conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, fattori di resistenza e di benessere, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. Questo generoso sforzo di ricerca rappresenta un fondamentale «capitale narrativo»[2] che può alimentare percorsi educativi (individuali, gruppali e comunitari) pertinenti e partecipati. Tutto ciò non si produce automaticamente, non funziona come un meccanismo. È necessario un approccio aperto e una postura curiosa, un autentico interesse per queste vite giovani. Gli studi del grande antropologo Gregory Bateson hanno mostrato in maniera inequivocabile quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire percorsi educativi partecipati, dialogici e comunitari dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà[3]. Senza questa fondamentale operazione mentale l’approccio ai contenuti di questa ricerca risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione.

Ascoltare, non catalogare. E allora lasciamoci attraversare da queste voci prima ancora che catalogarle, un po’ come si sente il mare in una conchiglia. Certo sono voci diverse, ricche di variazioni e di accenti, non prive di incoerenze e di contraddizioni. Ma non sono così anche le nostre, di voci? Non sono sempre così le voci degli uomini e delle donne, in tutte le età della vita? Sono testimonianze vive e vitali, che raccontano famiglia, amicizia, scuola, tempo libero, divertimento, sport, musica, lavoro. Ci dicono, ad esempio, che nonostante tutto, per molti ragazzi la scuola è un punto di riferimento decisivo, amato e odiato, ma fondamentale: un baricentro: Come dice un ragazzo (o forse una ragazza) “da molto tempo non esco di casa e mi manca andare a scuola senza aver paura di nulla perché penso che la scuola sia un luogo di apprendimento ma nello stesso tempo anche un punto di ritrovo tra amici”. Oppure ci parlano del bisogno di amicizia, proprio a noi, adulti, che pensiamo che al tempo dei social i ragazzi non abbiano dei veri amici. E allora arriva una ragazza (o forse un ragazzo) a dirci che  “questo periodo, differentemente da altre persone, mi ha aiutato a creare e rafforzare nuovi rapporti con le persone soprattutto amici” E per chi pensa, ancora, che si tratti di una generazione superficiale e viziata può essere utile prendere atto di un pensiero all’altezza della situazione e delle molte preoccupazioni che la pandemia ha messo in moto, come dicono alcuni ragazzi e ragazze: “(…) ho paura che non ci possa essere un futuro sereno per le generazioni che verranno” o che “ (…) in futuro ci saranno pesanti conseguenze derivate da questa quarantena e di non poter vivere la vita che avrei voluto”, o ancora che “(…) tanti saranno egoisti ed irresponsabili come lo sono in questi primi giorni di fase due, il mondo andrà a rotoli”, ma anche che “(…) sarebbe bello pensare un po’ di più al bene degli altri invece di soddisfare bisogni innecessari ed egoistici”. Anche nel rapporto con sé stessi e con il mondo sono molte le suggestioni e può sorprendere il livello di maturità e consapevolezza che traspare, scrive un ragazzo “(…) ho avuto modo di pensare a me davvero tanto in questi giorni, cosa che non facevo ormai da anni. Ho trovato risposte a domande che frullavano nella mia testa da un sacco di tempo, ho riflettuto su progetti, sulle mie ambizioni e anche su rapporti con altre persone. Ho capito tante tante cose”, mentre un altro pensa che “(…) tutto quello che stiamo passando in questo periodo, ci serva a essere più responsabili sia con noi stessi che nei confronti altrui, e ci aiuta a capire la vera importanza della famiglia e degli amici. Sono molti gli adulti a cui piace dire che non ci sono più i giovani di una volta (cioè loro). Verrebbe da dire; “meno male”.


[1] il presente articolo è stato pubblicato in Il diritto alla felicità, instant book curato dalla Cooperativa Caracol nel giugno 2020 e che raccoglie i risultati di una ricerca condotta con adolescenti e giovani del territorio della provincia di Cuneo. Per scaricare: https://drive.google.com/file/d/1F7q6EhhBWXtJs6Lrk5IaZS-loN4TEU0B/view?usp=sharing

[2] Cfr. Luigino Bruni, Il capitale narrativo: le parole che faranno il domani nelle organizzazioni e nelle comunità, Città Nuova, Roma, 2018

[3] Cfr. Ripamonti Ennio, Davide Boniforti, Allestire situazioni per un dialogo aperto e plurale, in “Animazione Sociale”, n.325/2019

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