E’ IL MOMENTO DI UNA COLLABORAZIONE INTENSIVA E RADICALE

Pubblicato: maggio 19, 2020 in Uncategorized

GRUPPO4

Ennio Ripamonti[1]

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita (Joan Didion)

L’IRRUZIONE DELL’INATTESO, DELL’IMPREVISTO E DELL’INQUIETANTE

APPUNTO 1: Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie. Lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’esistenza umana e delle società

Siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. Ed è proprio in questo tempo inedito, nel bene e nel male indimenticabile, che il filosofo Edgar Morin, dall’alto dei suoi 99 anni, ci ricorda che nella storia umana c’è una gran parte d’ignoto e che l’inquietudine che stiamo vivendo non possiamo nascondercela, ed è molto meglio guardarla in faccia[2]. Certo non è la prima pandemia della storia (e non sarà l’ultima), ma è la prima per «noi», un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi. Stiamo sperimentando quanto la pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, la più comune, quella che ci lega a tutte le generazioni vissute prima di noi. Ci ritroviamo così ad osservare, con malcelato stupore, fotografie di un secolo fa, affollate di famiglie, operai e commercianti attrezzati di mascherina durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1920. Un parallelismo e una vicinanza stupefacente e imprevedibile. Ancora oggi, come allora, ci dice la storia della medicina, le epidemie cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e di spazio limitata, seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale e poi si avviano alla conclusione[3]. Da un certo punto di vista, potremmo dire, niente di nuovo sotto il sole. Il mondo continua. È successo in passato, si verifica adesso, accadrà di nuovo. Ma un conto è saperlo astrattamente, un conto è viverlo concretamente. Da sempre le epidemie esercitano sulle società colpite una forte pressione che porta alla luce le strutture nascoste, rivelando quali sono le priorità e i valori presenti in un dato contesto. Ogni società crea i propri punti deboli e studiarli significa comprendere a fondo le strutture sociali su cui si basa e si articola[4]. Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie, anche se solo da poco tempo le scienze sociali hanno cominciato ad occuparsene. Ma forse anche questo è destinato a cambiare se si considera la mole di ricerche che si stanno avviando in queste settimane, non solo sul fronte medico (terapie, vaccino) ma anche sul fronte psicologico, psichiatrico, sociologico, antropologico, e pedagogico. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità.  Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

POST-IT 1: Il lavoro sociale contemporaneo non può (e non deve) sfuggire da questi temi, ma candidarsi ad accompagnare persone, gruppi e comunità a costruire un senso condiviso

LA FATICOSA RICERCA DI UN APPROCCIO ADEGUATO ALLA POLIEDRICITA’ DELLA CRISI

APPUNTO 2: Conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore

La pandemia crea una situazione straordinaria di crisi prolungata, di quella che possiamo chiamare una policrisi (sanitaria, economica, ecologica, psicologica, sociale), Nella Grecia classica il termine krisis veniva utilizzato soprattutto in ambito medico per indicare una situazione estrema limitata nel tempo. In questo senso nella crisi è implicito il suo superamento: alla fase acuta della malattia segue la guarigione o la morte. Proprio in virtù della crisi si esce dall’incertezza, si decide una strategia e si individua una via di uscita. Ma la situazione policritica con cui ci stiamo misurando è decisamente più complessa e implica una trasformazione della nostra relazione con il tempo e la difficoltà a pensare il futuro: è emerso un tempo denso di incognite. Non a caso circolano le profezie più disparate rispetto a ciò che ci attenderebbe: dalle più positive visioni palingenetiche, agli scenari più cupi e deprimenti. Una cosa è certa, la sovrabbondanza di informazioni non ci libera dall’inquietudine, anzi. Non è facile accettare la parzialità delle nostre conoscenze e abbandonare l’idea che possiamo pianificare una via di uscita certa, funzionante e programmabile. Dal secondo dopoguerra in poi le formidabili conquiste del welfare europeo hanno aumentato i sistemi di protezione e mitigato l’impatto delle crisi. Ma quali sono i punti deboli del nostro modello sociale messi in evidenza dalla pandemia? Alcuni dei più importanti vengono riassunti in un recente editoriale del Financial Times, vale a dire uno dei più autorevoli giornali economico-finanziari del mondo, cantore del neoliberismo. Nell’articolo si sostiene la necessità di riforme radicali, capaci di invertire la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni, soprattutto in termini di disuguaglianze. Si auspica che i governi accettino di svolgere un ruolo più attivo nell’economia e considerino i servizi pubblici come un investimento anziché un peso. Ma non è tutto, il Financial Times prevede che il tema della redistribuzione della ricchezza tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più ricchi e che bisognerà in considerazione misure fino a ieri considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali[5]. Il fondo auspica radical reforms per forgiare una società del lavoro per tutti. Difficile credere che assisteremo a una così radicale svolta nelle politiche pubbliche. Di certo, al momento, assistiamo al ritorno di centralità del pubblico e del tema dei beni comuni, forse perché, come dice un altro grande vecchio della sociologia europea, Jurgen Habermas, “quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare”

POST-IT 2: Il lavoro sociale di comunità deve candidarsi convintamente ad aiutare le pubbliche amministrazioni ad articolare interventi territoriali compositi e integrati

ADOTTARE LA STRUTTURA PSICHICA DEI MARATONETI PER VIVERE AL MEGLIO QUESTO TEMPO INCERTO

APPUNTO 3: Allenarsi per sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento

Le decisioni che riguardano gli interventi devono essere prese avendo come prospettiva che dovranno essere mantenute finchè non sarà disponibile un vaccino (potenzialmente 18 mesi secondo l’Imperial College di Londra). Dato che, al momento, non possono essere fatte previsioni sull’effettiva efficacia dei vaccini conviene stimare il tempo per difetto. Sappiamo con certezza che distanziamento fisico, mascherine, diversa organizzazione del lavoro, nuove modalità di fruizione dei servizi, degli spazi pubblici, del tempo libero, dell’istruzione e della cultura ci accompagneranno a lungo. Tutto questo ci porta a dire che per vivere al meglio questo tempo è interessante guardare alla struttura psichica dei maratoneti piuttosto che dei velocisti. La psicologia dello sport ci insegna che sono due gli elementi distintivi a questo proposito: la soglia di sofferenza (intesa come la fatica psicologica massima che l’atleta riesce a tollerare durante la gara) e la capacità di sofferenza (cioè il tempo che l’atleta riesce a reggere alla fatica massima). Mentre per il velocista è la soglia di sofferenza l’elemento che più incide sulla qualità della performance, nel caso del maratoneta diventa decisiva la capacità di sofferenza. Non solo. Le due performance sono influenzate anche da una diversità di centratura degli atleti rispetto agli stimoli. Nel velocista il focus d’attenzione prioritario è esterno, un’escalation avviata dallo start, che prosegue costante, al massimo della proiezione, fino al traguardo. Il maratoneta, di contro, ha bisogno di sviluppare una notevole consapevolezza delle sensazioni corporee così da poter riconoscere e anticipare eventuali momenti critici durante la gara. La concentrazione che inizialmente può essere poco orientata, con il progredire dello sforzo viene orientata all’ascolto dei segnali corporei in un costante monitoraggio dei parametri fisiologici. Nella condizione in cui ci troviamo, fuori di metafora, ci serve un approccio euristico alla ripresa, fatto di tentativi, errori e correzioni, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas, tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Un elemento decisivo è rappresentato dalla fiducia, anche perché “l’anno che verrà sarà alieno e il paesaggio sarà qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto e, per una volta, abbiamo l’occasione di disegnarlo più simile a come lo vogliamo”[6].

POST-IT 3: Il lavoro sociale di comunità deve attrezzarsi a riconoscere e trasformare, con pazienza e tenacia, sentimenti di disperazione, rabbia e rancore, generando fiducia

RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, FORMULARE IPOTESI E DOTARSI DI STRATEGIE INCREMENTALI

APPUNTO 4: Attingere a piene mani dalle capacità nostre cooperative e mettere a valore e istituzionalizzare le migliori esperienze di welfare di comunità degli ultimi dieci anni

È vero, siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso, ma non eravamo con le mani in mano dal punto di vista del lavoro sociale. Ci era già chiaro che le società attuali hanno bisogno di un valido settore pubblico, un privato efficiente, una società civile dinamica e una cittadinanza attiva e informata, il tutto interconnesso attraverso una governance condivisa. Stavamo già provando, con risultati più o meno soddisfacenti a riformare i nostri sistemi di welfare locale in modo da aumentarne l’efficacia mettendo al centro partecipazione, democrazia, sussidiarietà, imprenditorialità e responsabilità pubblica. Forse è giunto il momento per intensificare e radicalizzare (non nel senso di “estremizzare” ma di “andare alla radice”) questa prospettiva in almeno cinque direzioni:

POST-IT 5.1: Riprendere, rilanciare e intensificare la collaborazione fra sanitario e sociale alla luce di una forte prospettiva di salute pubblica e prevenzione territoriale

POST-IT 5.2: Sintonizzare il lavoro sociale individuale con il lavoro sociale di comunità mettendo al centro i micro-ambienti di vita delle persone e le loro reti di sostegno

POST-IT 5.3: Potenziare la collaborazione fra imprenditorialità sociale, attori economici e auto-organizzazione comunitaria attorno a beni comuni condivisi e fasce sociali fragili

POST-IT 5.4: Rinforzare azioni di rigenerazione urbana e sociale moltiplicando forme di welfare di prossimità basate sul luogo di vita (housing, negozi di vicinato)

POST-IT 5.4: Incrementare competenze sociali diffuse attraverso azioni informative e formative che coniugano attività in presenza e piattaforma digitali

  • [1] Articolo pubblicato sulla rivista “Animazione Sociale” n. 335/2020
  • [2] Edgar Morin, Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso, intervista in “Avvenire”, 15 aprile 2020
  • [3] Charles Rosenberg, Explaining Epidemics, Cambridge University Press, New York, 1992
  • [4] Frank M. Snowden, Epidemics & Society. From the black death to the present, Yale University Press, 2019
  • [5] Cfr. Financial Times, La pandemia ha rilevato la fragilità del contratto sociale, in “Internazionale”, 1353/2020, pag. 15
  • [6] Paolo Giordano, La vita dopo? Il futuro è un puzzle che va costruito insieme, in “Il Corriere della Sera”, 8 aprile 2020

 

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