COMUNITA’ DISTANZIATE

Pubblicato: marzo 31, 2020 in Animazione, Educazione, Lavoro sociale di rete, Sanità, Servizi sociali, Sviluppo di Comunità, Volontariato

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Riflessioni e pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva in epoca di “distanziamento sociale” di massa

La malattia come esperienza ancestrale. Per contrastare la diffusione della pandemia di covid-19 svariati milioni di persone in tutto il mondo sono costrette a adottare uno stile di vita caratterizzato dal cosiddetto «distanziamento sociale». Oltre agli evidenti (e drammatici) problemi sanitari ed economici si stanno cominciando a studiare gli effetti psicosociali, politici e culturali di questa imponente (e imprevista) situazione di isolamento di massa, un evento che mostra, in tutta la sua spettacolarità, la nostra condizione di fragilità. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. In un certo senso potremmo dire, con le parole del filosofo Pierre Zaoui, che il covid-19 “è l’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, ed è abbondantemente impossibile confinare a lungo il suo senso a una sola e unica coscienza o a un solo e unico corpo”[1]. La pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, cioè “l’esperienza più comune, più pre-individuale e più pre-personale, quella che ci lega ancora ai primi uomini”[2].

La pandemia come esperienza collettiva. La portata collettiva di quanto stiamo vivendo in termini di salute pubblica, emerge con forza dalla lettera inviata da un gruppo di medici italiani alla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, una riflessione circostanziata che esordisce con una precisa indicazione: “in una pandemia, l’assistenza centrata sul paziente è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulla comunità”[3]. Per quanto la malattia sia personale la situazione pandemica obbliga ad una visione d’insieme e suggerisce strategia di cura, protezione e prevenzione allargate e integrate[4]. Ovviamente i punti di vista degli esperti sono variegati e si procede per ipotesi, anche perché ci troviamo di fronte a un’esperienza che, per dimensioni e diffusione, non ha precedenti nella storia recente. Per quanto riguarda la dimensione psico-sociale sappiamo che diverse ricerche condotte sulla quarantena (in particolare nelle epidemie di Sars-Cov e Ebola) indicano una serie di probabili effetti sulla salute mentale: dai sintomi del disturbo post traumatico da stress al disorientamento, dall’angoscia alla depressione[5]. Effettivamente, se non viene scelto dalle persone, l’isolamento prolungato è una condizione innaturale che incide sulla qualità della vita e metta a dura prova la capacità umana di cooperare[6].

Deprivazione relazionale, desiderio di comunità ed esperienza del caos. Una condizione, questa, ben descritta dallo scrittore Paolo Giordano nel suo recente libro Nel contagio, quando osserva: “abbiamo un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, a meno di un metro dalle persone che per noi hanno importanza. È un’esigenza costante che assomiglia al respiro”[7]. Le relazioni interpersonali sono ossigeno e la loro rarefazione finisce per produrre sofferenza. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo (scadenze, incombenze, impegni, compiti, attività, obiettivi, priorità) ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria “effusione di senso al di fuori delle categorie dello spazio e del tempo”[8]. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Sappiamo peraltro che gli essere umani sono caratterizzati da una forte capacità di adattamento. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità della vita. Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

Attingere a piene mani alle nostre capacità cooperative. Numerose ricerche condotte nell’ambito della psicologia evolutiva più recente hanno evidenziato con forza e chiarezza le raffinate capacità di mutua collaborazione e di altruismo che caratterizzano la nostra specie. Per affrontare efficacemente una situazione pandemica abbiamo bisogno di attingere appieno a queste capacità, facendo leva su quella che l’antropologo Curtis Marean ha definito iperprosocialità[9]. È esattamente questo di cui oggi abbiamo bisogno, per curare e assistere chi è malato e, ancor di più, per contenere il contagio e promuovere la salute (fisica e mentale) della moltitudine degli isolati. Scrive ancora a questo riguardo Paolo Giordano:

“(…) l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga ad uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo ad essere una comunità”[10].

Siamo in grado di raccogliere questo incoraggiamento nonostante trent’anni super-individualismo, competizione esasperata e solitudine[11] diffusa? Nessuno può dirlo con certezza. Sono diversi gli analisti che stanno provando ad ipotizzare degli scenari per il dopo pandemia, sia sul piano globale che su quello locale. Con tutti i limiti evidenti di questa stessa articolazione in un contesto profondamente interconnesso.

La gestione della pandemia come test di cittadinanza. In un recente articolo lo storico Yuval Noah Harari riflette sulla profondità dell’impatto delle decisioni attuali nelle società future. L’invito è quello di tenere conto, nella scelta fra diverse alternative, non solo dell’efficacia nel fronteggiare il pericolo immediato ma anche “in che tipo di mondo vivremo quando la tempesta sarà passata”[12]. Secondo Harari nell’affrontare questa crisi epocale le nostre società sarebbero di fronte a due scelte fondamentali: “la prima è tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini; la seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale”[13]. Da questo punto di vista l’epidemia di covid-19 può essere visto come un vero e proprio test di cittadinanza e occorrerebbe intraprendere con decisione e coraggio la strada della informazione consapevole, della responsabilizzazione, della fiducia e della solidarietà sociale. Anche perché:

(…) Il monitoraggio generalizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo per ottenere che le persone rispettino le regole. Quando sono informati sui fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche che gliene parlano, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che li spia. Di solito una popolazione motivata e consapevole è molto più utile di una ignorante e controllata[14]

Un’analisi tutt’altro che campata per aria se si osserva la deriva autocratica impressa in Ungheria proprio in questi giorni[15] e che rende di straordinaria attualità il concetto di «biopolitica» introdotto da Michel Foucault a metà degli anni Settanta[16]. Inevitabilmente la gestione di una pandemia chiama in causa le modalità in cui la rete dei poteri (delle istituzioni e delle discipline scientifiche) gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione del comportamento sociale. In anni più recenti il filosofo Roberto Esposito ci aveva già esortato a sfuggire da una visione ingenua e benevola della «comunità», mostrando lucidamente quanto ogni communitas può finire per sviluppare tensioni immunitarie (immunitas) verso l’Altro da sé (il diverso, lo straniero, il malato)[17]. Benché si sia sovente espressa nella forma della nostalgia del calore umano contro il grande freddo delle moderne società atomizzate la riproposizione del tema della comunità non può essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas[18], tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Ma è altrettanto verso che il discorso sulla comunità non è tramontato ma è cambiato poiché è profondamente cambiata la comunità, un concetto che ha oramai poco a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue descritta dai sociologi del secolo scorso. A differenza delle forme comunitarie tradizionali che implicavano un universo stabile, rassicurante e per molti versi costrittivo, abbiamo visto emergere e coagularsi nel tempo forme comunitarie nuove, basate sull’intermittenza e la libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati[19].

Condividere pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva. Questa riflessione c’induce a reinvestire in una prospettiva di sviluppo di comunità capace di vivere il necessario distanziamento sociale con modalità protettive e nel contempo solidali, facendo leva responsabilità sociale e cooperazione e solidarietà. Le scienze umane, ad esempio, indagano da tempo le strategie di coping, cioè quella variegata serie di meccanismi messi in atto dalle persone, più o meno consapevolmente, per fronteggiare i problemi che s’incontrano nella vita e tollerare lo stress ad essi correlati, sia a livello individuale che di gruppo (o familiare). Nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo sono ulteriormente interessanti le strategie di coping sociale (cioè basate sul supporto reciproco e il mutuo-aiuto) e di coping centrato sul significato (dove ci si concentra sui processi di apprendimento generati dall’esperienza stressante)[20]. Ma non solo, riteniamo che sia il momento per sostenere ogni sforzo che vada nella direzione di coltivare al massimo grado la solidarietà, nelle forme compatibili con la situazione di crisi e le misure di distanziamento sociale. Con «solidarietà» non intendiamo un vago sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro) ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo: la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi si presenta contemporaneamente come un mezzo e un fine[21]. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. Cosa ci può essere di più condiviso di una pandemia su scala globale? In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca.

Il progetto #ComunitàDistanziate. Questa riflessione ha portato la società di consulenza Metodi a promuovere il progetto #ComunitàDistanziate. Metodi è un’organizzazione indipendente fondata a Milano nel 1985 e impegnata in programmi di promozione della qualità della vita, innovazione e coesione sociale attraverso modalità partecipative e collaborative (www.retemetodi.it) Con il progetto di ricerca #ComunitàDistanziate Metodi intende censire, studiare e diffondere esperienze pratiche (attivate da istituzioni, organizzazioni, gruppi o singoli cittadini) che promuovono strategie di coping (individuale e sociale) tese a mitigare il peso dell’isolamento sociale e sviluppano relazioni di comunità caratterizzate da altruismo, mutuo-aiuto, prosocialità e solidarietà collettiva, in particolare a favore dei soggetti più fragili (anziani, bambini, disabili). Per segnalare un’esperienza scrivere comunicazione@retemetodi.it          (Ennio Ripamonti, 2020)

  • [1] Zaoui P, L’arte di essere felici: come sopravvivere alle avversità e riscoprire il valore della vita, Il Saggiatore, Milano, 2016, pag.72.
  • [2] Ibidem, pag.72.
  • [3] Cfr. http://www.nejm.org
  • [4] Cfr. Pisano G.P, Sadun R, Zanini M, Lessons from Italy’s Response to Coronavirus, in “Harvard Business Review”, March 27, 2020
  • [5] Cfr. Barbisch D, Koenig KL, Shih FY, Is there a case for quarantine? Perspectives from SARS to Ebola. Disaster Med Public Health Prep 2015; 9: 547-53.
  • [6] Crf. Miller G, Social distancing prevents infections, but it can have unintended consequences, Science, Mar. 16, 2020
  • [7] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino, 2020, pag.24
  • [8] Zaoui P, Ibidem, pag.80
  • [9] Cfr. Marean C. W, La più invadente di tutte le specie, in “Le Scienze”, 566: 2015, pp. 35-41.
  • [10] Giordano P, Ibidem, pag.27
  • [11] Cfr. Riccardo Saporiti, Solitudine: Italia in testa alla classifica. Ecco perché ci sentiamo soli, “Il Sole 24 Ore”, 30 agosto 2017
  • [12] Harari Y.N, Il mondo dopo il virus, in “Internazionale”, 1315:2020, pag. 18
  • [13] Ibidem, pag. 18
  • [14] Ibidem, pag. 20
  • [15] Cfr. Bonanni A, Lo strappo di Orban e la “cura” dei pieni poteri, in “La Repubblica”, 30 marzo 2020
  • [16] Cfr. Foucault M, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano, 1978
  • [17] Cfr. Esposito R, Immunitas: protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002
  • [18] Cfr. Bonomi A, L’importanza di essere comunità di cura, in “Il Sole 24 ore”, 10 marzo 2020
  • [19] Cfr. Bonomi A, Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • [20] Cfr. Brannon L, Health psychology: an introduction to behavior and health, 7ª ed., Wadsworth, Cengage Learning, 2010
  • [21] Cfr. Taylor A., Hunt-Hendrix L, Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327:2019
commenti
  1. Enrico Cassanelli ha detto:

    complimenti caro Ennio mi sembra un’ottima idea

  2. Max Capitanio ha detto:

    Grazie Ennio, analisi interessante e, come sempre, proattività immediata con il progetto di ricerca di Metodi.

    Un caro saluto

    Max Capitanio

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