I problemi sociali sono problemi comuni

Pubblicato: gennaio 27, 2020 in Uncategorized

Mappa Città 2

I problemi esistono quando qualcuno li avverte. Ci appare a tutti evidente che una parte rilevante delle policy e dei programmi sociali è fondamentalmente orientata ad affrontare problemi (disagio, povertà, esclusione, dipendenza, violenza, solitudine, etc.). Inevitabilmente questa constatazione chiama in causa alcune questioni di fondo che ruotano intorno al concetto di «problema», un’espressione che utilizziamo quotidianamente, sia nella sfera personale che nella vita pubblica, ma il cui significato non possiamo dare per scontato. Da un certo punto di vista potremmo descrivere l’intera l’attività umana come una continua ricerca di soluzioni a problemi, piccoli o grandi che siano. Per semplicità possiamo parlare di problema nel caso in una situazione nella quale un soggetto (individuale o collettivo) avverte una difficoltà e/o una mancanza che è motivo di disagio e/o di insoddisfazione. Così descritti i problemi si presentano come fenomeni relativi e soggettivi, in un duplice senso: poiché implicano la presenza di soggettività umane che li qualifichino come tali (“c’è un problema quando qualcuno avverte una determinata situazione come problematica”); perché chiamano in causa l’esistenza di molteplici visioni a riguardo (“la stessa situazione può essere avvertita come problematica da qualcuno e non problematica da altri”). Detto in altri termini sono problematiche le situazioni che s’intendono modificare rendendole (quantomeno) accettabili.

Alimentare processi di riconoscimento sociale. Le situazioni-problema che ci si trova oggi ad affrontare mettono in luce la centralità di due processi sociali quanto mai delicati: il riconoscimento e la solidarietà.  Gli studi del filosofo tedesco Axel Honneth hanno consentito di comprendere a fondo la centralità dei fenomeni di «riconoscimento», cioè del processo attraverso cui un attore sociale prende consapevolezza di sé e viene collocato e apprezzato. Da parte di soggetti deboli e marginali il processo di riconoscimento del punto di vista rispetto ad una determinata situazione-problematica chiama in causa dimensioni di senso e di identità ad almeno tre livelli: relazioni primarie, relazioni giuridiche e comunità etica[1]. Prima ancora della risoluzione (più o meno compiuta) di un certo problema ci misuriamo con la legittimazione di chi lo vive e, in mancanza di ciò, con una spirale di ingiustizia e umiliazione che colpisce l’integrità, i diritti e l’autonomia morale delle persone. Per questi motivi, come vedremo meglio di seguito, la facilitazione di problem solving collaborativi non può prescindere da un vasto e profondo impegno di riconoscimento di ogni soggettività coinvolta, in particolare se fragile, precaria e/o minoritaria.

Il circolo virtuoso solidarietà-comunità. Un secondo processo sociale decisivo è rappresentato dalla «solidarietà». Con questo concetto non intendiamo un vago e indistinto sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro), né tantomeno una generica propensione al confronto e al dialogo. A differenza dell’identità, la solidarietà non si presenta come un attributo del soggetto ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo. Detto in altri termini la solidarietà non è «data» ma deve essere «creata», va costruita e non trovata. Parafrasando le attiviste Astra Taylor e Leah Hunt-Hendrix possiamo dire che la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi è contemporaneamente un mezzo e un fine. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca[2]. L’analisi semantica ci aiuta a trovare la radice di senso più profonda di questo fenomeno, oggi quantomai in crisi. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Ogni processo di problem solving collaborativo si fonda infatti sull’idea che i problemi sociali sono problemi comuni. Una solidarietà che aspiri al cambiamento e alla trasformazione, impone non solo di vedere i problemi degli altri e farsene carico emotivamente, ma anche di riconoscere gli altri come uguali, superando le differenze senza cancellarle[3]. Da questo punto di vista promuovere dinamiche solidali significa sviluppare anticorpi all’indifferenza e all’egoismo, consentendo a soggetti altrimenti isolati di andare oltre le proprie limitate esperienze personali e costruire coalizioni.

Un processo a spirale evolutiva. I temi del riconoscimento, della solidarietà e dello sviluppo comunitario inclusivo sono stati oggetto di numerosi studi in molteplici aree disciplinari che ci siamo qui limitati ad accennare. Per quanto riguarda l’andamento concreto dei percorsi di problem solving in campo sociale, la ricerca scientifica e molte esperienze sul campo evidenziano quattro grandi ricorrenze di cui tenere conto nel ruolo di facilitatori:

  • Potere narrativo: chiama in causa il peso rilevante, in fase iniziale, delle narrative dominanti nell’incorniciare una certa situazione come “oggettivamente” problematica sotto-valutando la pluralità dei punti di vista (riconoscimento).
  • Designazione paralizzante: si manifesta nella tendenza a formulare i problemi in modo generico o ponendoli in termini tali da risultare sostanzialmente irrisolvibili.
  • Ansia risolutiva: si riferisce all’abitudine ad investire molto tempo nella ricerca di soluzioni prima ancora di essersi accordati sulla natura, le cause e gli effetti del problema in quanto tale.
  • Anticipazione consensuale: include il rischio, correlato al punto precedente, di concentrare l’energia degli attori nella ricerca di un accordo sulla soluzione prima ancora che ci sia un accordo sul problema.

Detto ciò possiamo avviarci a presentare nel dettaglio il ciclo del Collaborative Problem Solving, un processo a spirale che si sviluppa in 6 fasi.

Articolo tratto dall’inserto curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti e pubblicato sulla Rivista Animazione Sociale n.332 del 2019

[1] Honneth A., Riconoscimento: storia di una idea europea, Feltrinelli, Milano, 2019

[2] Taylor A., Hunt-Hendrix L. (2019), Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327, pag. 98

[3] Ibidem, pag. 102

commenti
  1. Nadia Ornago ha detto:

    Come sempre siete davvero attenti, capaci e competenti nell’analizzare ciò che succede agli esseri umani con lucidita e costruttivita. Grazie per il vostro supporto nella nostra quotidianità di operatori nel sociale! Cari saluti, Nadia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...