La collaborazione come scelta e investimento

Pubblicato: ottobre 30, 2019 in Uncategorized

20130204_124616.jpgIn psicologia sociale è nota la tendenza sistematica ad interpretare la vita quotidiana e i comportamenti delle persone attraverso la lente dell’individualismo, un fenomeno che è stato definito «errore fondamentale di attribuzione». È piuttosto frequente cercare spiegazioni interiori per le azioni delle persone (se non di interi gruppi sociali) sottostimando l’influenza dell’ambiente e del contesto. Questo fenomeno viene anche descritto come la tendenza a credere che “quello che le persone fanno rispecchia quello che sono”. Sono numerosi gli studi e le evidenze che mostrano la capacità del contesto di influenzare in modo significativo le condotte personali. I comportamenti di ognuno di noi sono originati da una totalità di fattori interdipendenti, in funzione degli spazi di vita collettivamente percepiti e costruiti. Per quanto non sia facile accettarlo la verità è che la maggior parte delle nostre idee è plasmata da pensieri di gruppo piuttosto che dalla nostra (presunta) razionalità individuale e tendiamo ad attenerci a queste concezioni, più o meno consapevolmente, per lealtà di gruppo[1].

Da questo ambito di studi ricaviamo alcuni principi che sono al base delle metodologie di community visioning che ci apprestiamo a descrivere in questo appuntamento; principi basati su tre importanti concetti elaborati nell’ambito della ricerca: apprendimento sociale, razionalità limitata, intenzionalità condivisa.

In primo luogo c’interessa fare leva sui processi di «apprendimento sociale», in particolare sul potere esercitato da modelli e situazioni nel dare origine a credenze, aspettative e atteggiamenti, motivando a mettere in atto specifici comportamenti. Gli studi di Albert Bandura hanno consentito di capire che il comportamento del singolo soggetto è il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti dagli altri. Si tratta di una teoria psicosociale che sta alla base, per esempio, di molti programmi di prevenzione e promozione della salute condotti attraverso attività di educazione e supporto tra pari, dove il coinvolgimento e il confronto con persone percepite come “simili” per storia, provenienza e condizioni diventa potente nel generare apprendimenti (modeling).

Il secondo principio che ci guida deriva dal concetto di «razionalità limitata», una chiave di lettura che decostruisce la visione del comportamento umano affermatasi con il successo del neoliberismo e fondata sull’idea di homo oeconomicus. Si può infatti osservare che in molte situazioni della vita gli esseri umani non sono assolutamente in grado di massimizzare la propria utilità essendo incapaci di calcolarne il valore effettivo, anche perché non sempre hanno le informazioni complete per poterci riuscire. E sarebbe proprio il deficit di conoscenza a indurre le persone a adottare comportamenti convenzionali, dettati dall’adesione a norme sociali e abitudini consolidate più che dall’effettiva massimizzazione dell’interesse. Anche gli studi di economia comportamentale stanno dimostrando quanto sia importante il ruolo esercitato dalle emozioni e dell’irrazionalità. Fenomeni di riduzionismo razionalista sono osservabili anche in campo sociale e culturale, un approccio che rischia di derubricare il ruolo svolto dal mondo affettivo ed emotivo e dalle scorciatoie cognitive quotidianamente messe in gioco[2]. La funzione esercitata da affetti, stati d’animo, credenze e valori è altresì protagonista nel dirigere le scelte personali e collettive: dai comportamenti d’acquisto, alla programmazione giornaliera, all’opinione pubblica.

Il terzo principio-guida fa infine riferimento al concetto di «intenzionalità condivisa». Le neuroscienze contemporanee ci stanno aiutando a comprendere quanto le interazioni con l’ambiente influenzano direttamente lo sviluppo biologico delle nostre strutture cerebrali. La mente si forma attraverso processi di sintonizzazione fra diverse aree cerebrali non solo all’interno di un unico cervello ma soprattutto fra cervelli diversi. La mente relazionale[3] non nasce già formata e per svilupparsi deve sintonizzarsi con le menti con cui ha relazioni. Se la mente è relazionale allora non è collocabile nella scatola cranica ma è letteralmente “sparpagliata” in tutte le attività e le menti con cui il soggetto interagisce. Le ricerche più recenti nell’ambito della psicologia evolutiva e dell’antropologia sembrano confermare in modo sempre più convincente la predisposizione altruistica e la nostra capacità di collaborare. Alla base delle caratteristiche specifiche della cultura umana (come gli artefatti cumulativi e le istituzioni sociali) si troverebbero infatti una serie di abilità e motivazioni cooperative specie-specifiche. Queste forme sono rese possibili da una serie di processi psicologici definibili come «intenzionalità condivisa», cioè la capacità di creare con altri impegni congiunti in un’ottica di sforzo cooperativo.

Le metodologie collaborative in campo sociale e organizzativo fanno perno sui tre principi descritti sopra: attingendo allo straordinario giacimento di idee che si produce attraverso l’apprendimento sociale; attivando forme di intelligenza multiple per approcciare i problemi nella consapevolezza dei limiti della pura razionalità calcolante (e quantitativa); confidando nelle competenze umane (cognitive e relazionali) che sono alla base della intenzionalità condivisa e della cooperazione. L’ipotesi di fondo è che la conoscenza rivoluzionaria di rado si produce al centro (delle organizzazioni e delle istituzioni), poiché, come scrive Yuval Noah Harari, “il centro è costituito sulla conoscenza consolidata”[4].

Questo non significa che sia una strada facile e che le situazioni siano sempre favorevoli. Tutt’altro. È frequente, per chi opera nel sociale, misurarsi con la frustrazione, il disincanto e la rassegnazione di persone e gruppi periferici, scollegati e sfiduciati. Ci si interroga su come coinvolgere attori sociali in crisi, persone poco interessate o associazioni fortemente polemiche e conflittuali. Sappiamo che i comportamenti in contesti collettivi conoscono derive egoistiche e distruttive, fenomeni de-individuazione e de-responsabilizzazione come ha mostrato Gustave Le Bon nel celebre (e controverso) Psicologia delle folle nel lontano 1895. Sappiamo anche che l’empatia umana ci consente di sintonizzarci con gli altri e di costruire relazioni pro-sociali, altruistiche, amichevoli e cooperative. In psicologia il termine «empatia» ha il triplice significato di conoscere lo stato d’animo di un’altra persona, percepire ciò che l’altro sente e compatire le sofferenze altrui, una costellazione di eventi che dischiude, anche in modo non automatico, la possibilità dell’azione.

Questa condizione di permeabilità fa in modo che nelle interazioni con gli altri la nostra vita mentale sia co-generata. La mutua comprensione rende possibile l’individuazione di un fine condiviso, qualcosa che può dirsi pienamente realizzato quando entrambe i soggetti ne traggono beneficio.

Fra i molti aspetti che caratterizzano questi fenomeni risultano particolarmente interessanti l’interdipendenza positiva e l’interazione simultanea e costruttiva, due fenomeni rilevanti rispetto al tema della collaborazione nel suo insieme.

L’interdipendenza positiva consiste nella consapevolezza, da parte dei componenti del gruppo, di essere legati l’un l’altro da una dipendenza relazionale la cui intensità è direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento presente. Per certi versi potremmo dire che l’interdipendenza positiva rappresenti il cuore stesso dell’apprendimento cooperativo.

Linterazione simultanea e costruttiva rende possibile la conoscenza reciproca fra i membri del gruppo e l’equità dei contributi portati dalla maggioranza degli stessi, requisito determinante per il successo della cooperazione.

Vi sono una serie di condizioni necessarie (e abilitanti) affinché i gruppi sociali possano stimolare e catalizzare processi di trasformazione di tipo collaborativo: la presenza di un setting in cui si promuovono occasioni di confronto autentico e approfondito; il mantenimento di un atteggiamento aperto e inclusivo capace di accogliere nuovi soggetti (da parte di chi promuove, dirige o coordina l’azione); l’esplorazione costante dell’ambiente di vita delle persone, in grado di far emergere le questioni più rilevanti e le risorse in gioco. La capacità di diventare attrattivi necessita non da ultimo di monitorare in maniera collaborativa le diverse azioni, invitando ad elaborare ragionamenti critici e orientati ad affrontare collettivamente i problemi che, di volta in volta, possono sorgere.

 

[1] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), 21 Lezioni per il XXI° secolo, Bompiani, Milano

[2] Cfr. William Davis (2019) Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo, Einaudi, Torino.

[3] Cfr. Daniel Siegel (2001), La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano.

[4] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), Ibidem, pag. 322

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