L’arte mite e ostinata del pensiero critico

Pubblicato: giugno 10, 2019 in Uncategorized

20150912_171321Diversi anni or sono gli studi di Gregory Bateson hanno mostrato quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire gruppi e comunità inclusive dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà. Senza questa fondamentale operazione mentale l’uso delle tecniche di facilitazione risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione. In virtù di ciò riteniamo importante tenere ben presenti alcune caratteristiche della contemporaneità che possono rendere difficile e faticoso il confronto aperto e il dialogo.

Contenere l’invadenza dell’opinionismo acritico

Il sociologo francese Guy Debord già nel 1967 aveva intuito la tendenza alla spettacolarizzazione delle società moderne. L’analisi dei problemi (salute, sicurezza, istruzione, economia e via dicendo) prende la forma di messaggi semplificati nei contenuti e impoveriti nella forma che, nel contempo, indulgono in un esasperato antagonismo che congela ed estremizza le posizioni degli interlocutori. Più di recente il filosofo americano Harry Frankfurt ha messo in luce quanto il fenomeno dell’opinionismo reca con sé un grande deficit nell’interpretazione delle complesse questioni con cui la società è chiamata a misurarsi. Questa cornice di permanente spettacolarità, sostituzione del linguaggio con le immagini e vistosa sottovalutazione del pensare e del ragionare configura lo scenario ideale per l’emergere di una soffusa dittatura dell’ignoranza.

Il potere della mediocrazia

La proliferazione dell’opinionismo alimenta, e nel contempo trae forza, dall’affermarsi di una forma particolare di potere che di recente è stata definita mediocrazia, cioè da figure sociali (nel mondo economico, politico, giornalistico, educativo) più attente ad assecondare il mainstream che a sviluppare capacità critiche e creatività Si tratta di fenomeni tutt’altro che irrilevanti poiché contribuiscono a diffondere l’idea che è impossibile conoscere davvero le cose e che, di conseguenza, ogni argomentazione intellettuale vale come un’altra, se è persuasiva. Le insoddisfazioni e le paure delle persone possono trasformarsi, per chi le sa usare abilmente, in un ricco giacimento di argomentazioni di tipo retorico e demagogico, in particolare su questioni come disoccupazione, immigrazione e sicurezza. Come operatori psicosociali siamo chiamati a proteggere il dialogo dalla irruzione di forme di comunicazione sociale rigide, monotone, banalizzanti o aggressive e a promuovere apertura, curiosità, tolleranza e ascolto. Coinvolgere diversi attori sociali intorno ad un problema richiede, prima di tutto, di attrezzarsi mentalmente ad entrare in contatto e far interagire persone appartenenti a culture diverse che partono da premesse implicite che sono spesso distanti fra di loro.

Sollecitare forme di pensiero aperto

La complessità tipica dei problemi sociali e dei contesti comunitari implica, come suggeriscono Marianella Sclavi e Lawrence Susskind, l’impiego di modalità di pensiero in grado di:

  • tenere conto che i significati attribuiti alle “stesse cose” mutano al cambiare dei soggetti. Nuovi soggetti introducono continuamente nuovi significati, in una spirale potenzialmente infinita;
  • considerare che la comunicazione prende le mosse da premesse implicite diverse e non sempre conosciute dagli stessi soggetti. Si può entrare in contatto profondo con un altro punto di vista quando si ha modo di accedere alle premesse e non solo all’opinione espressa;
  • prevedere che la comunicazione può essere fortemente compromessa da aspetti delle convinzioni profonde delle persone che vengono ritenute scontate;
  • assumere che il processo di valutazione delle scelte fa riferimento non solo alle condizioni di quel preciso contesto e che vengono messe in atto comparazioni con altri contesti diversi e distanti (un genitore di recente immigrazione potrà apprezzare l’esperienza scolastica del figlio anche alla luce dell’esperienza di scuola del suo paese di origine oltre che di quella italiana in cui si trova oggi);
  • contemplare la complessità rappresentata dal politeismo dei valori e delle ragioni in campo, un fenomeno largamente presente nelle situazioni di lavoro sociale territoriale;
  • costruire forme di convivenza non riducibili ad un unico universo di significati: i sistemi complessi sono anche mondi multipli.

Si tratta di premesse al contempo filosofiche, psicologiche e metodologiche imprescindibili per allestire situazioni di dialogo sociale e che chiamano in causa direttamente l’equipe che facilita e conduce il processo. Come ognuno degli attori coinvolti anche l’operatore sociale guarda il mondo da un certo punto di vista. Questa posizione visuale è determinata da molti fattori: ruolo professionale, età, genere, ceto, valori di riferimento, e altri ancora.

L’umorismo come arte nobile

Per facilitare in modo efficace i processi collaborativi è indispensabile riuscire a vedersi da altre angolature e saper sospendere il giudizio. La sospensione del giudizio è un’operazione mentale suggerita da molti studiosi dell’ascolto ma la sua messa in pratica è un esercizio tutt’altro che semplice poiché richiede di uscire dalla propria «cornice» (frame) e imparare ad osservarsi. Un modo per evitare la rigidità delle posizioni e la deriva tecnicistica nell’uso degli strumenti è adottare un approccio umoristico al dialogo. L’esperienza del riso accompagna l’umanità fin dalle sue origini e l’umorismo rappresenta un aspetto centrale della conoscenza segnalando i limiti della razionalità e dell’astrattezza e valorizzando un sapere relazionale e locale che sovverte e ristruttura le definizioni. Adottare un approccio umoristico consente di cogliere le mille sfumature dell’esperienza individuale e delle relazioni sociali. Assumere un atteggiamento aperto, empatico, accogliente, gentile, curioso e umoristico non è una scelta di bon ton ma corrisponde alla deliberata e consapevole decisione di promuovere (nel senso di “muovere verso”) una cultura del confronto e della cooperazione.

Per approfondimenti vai all’articolo pubblicato sulla rivista Animazione Sociale 325-2019

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