“Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa”

Pubblicato: maggio 28, 2019 in Uncategorized

20161101_112044La progettazione sociale basata sull’intelligenza collettiva. Non di rado i contesti di confronto ed elaborazione in campo sociale e educativo appaiono “ingessati” in forme e modalità routinarie, con il rischio di risultare noiosi, ridondanti e poco creativi. D’altra parte l’efficacia della progettazione sociale contemporanea, in particolare su questioni complesse e contraddittorie, si basa sulla adozione di approcci capaci di mobilitare quella che il filosofo francese Pierre Lévy ha definito «intelligenza collettiva».

Urge coltivare l’arte della collaborazione sociale. Nella sua formulazione originaria questo concetto si riferiva alle dinamiche d’interazione cognitiva e ideativa rese possibili dal cyberspazio di Internet. L’osservazione del formidabile processo di diffusione e moltiplicazione delle fonti del sapere nelle società dell’informazione ha portato Lèvy a formulare un assioma tanto semplice quanto potente: “nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa”. Potremmo dire che la collaborazione sociale stessa fonda la sua ragion d’essere su questo assioma, sia sul piano etico che su quello metodologico.

L’intelligenza collettiva è una struttura che connette «saperi» dispersi ovunque (anche dove meno te l’aspetti), riuscendo a scovarli, catalizzarli, valorizzarli e finalizzarli. I metodi di progettazione partecipata fanno leva su questa “struttura” sollecitando la mobilitazione effettiva delle competenze esistenti in un determinato ambiente (più o meno visibili, conosciute, legittimate). Da questo punto di vista l’intelligenza collettiva consente di espandere le capacità di problem solving di una comunità, poiché consente a persone, gruppi e organizzazioni di affidarsi ad una gamma più vasta e diversificata di competenze.

L’uscita dolce dalla comfort zone. Se conosciamo i limiti di forme d’interazione sociale troppo rigidi, schematici e scarsamente coinvolgenti, dobbiamo considerare i rischi correlati all’impiego di metodologie che sollecitano le persone a prendere parola, discutere e fare proposte. Rispetto alla partecipazione sociale, soprattutto in grandi gruppi, ognuno di noi conosce bene l’ambivalenza fra il “desiderio di prendere parte” e il “timore di esporsi”. L’espressione comfort zone rende bene la condizione in cui sperimentiamo la tranquillità e la sicurezza data da una situazione familiare, che possiamo controllare agevolmente. Va quindi tenuto presente che le metodologie di progettazione sociale partecipata invitano le persone e gli attori sociali (con i loro diversi ruoli) ad avventurarsi fuori da questi confini rassicuranti. È quasi impossibile costruire progetti su base comunitaria senza, in qualche misura, andare oltre l’esistente e il consueto, in termini di idee, analisi, proposte e azioni.

Il processo di connessione fra soggetti e saperi eterogenei, tipico dell’intelligenza collettiva, si alimenta quindi di sconfinamenti progressivi verso le zone dell’apprendimento (dove si possono acquisire nuove conoscenze, competenze, abilità) e della crescita (in cui è possibile maturare nuove consapevolezze e generare cambiamenti più profondi). Ma l’uscita dalla comfort zone non sempre è facile e lineare poiché ci si misura con contesti nuovi, modalità d’interazione inedite, persone sconosciute e idee dissonanti, che possono generare ansia e preoccupazione (zona del timore). Per queste ragioni la contestualizzazione dei metodi e uno stile di conduzione sapiente e sostenibile sono due prerogative imprescindibili per l’efficacia.

Per approfondire vai all’articolo pubblicato su Animazione Sociale 326/2019

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