In questi mesi ci siamo visti costretti ad intensificare quanto mai in precedenza l’utilizzo delle tecnologie digitali, avendo modo di esplorarne a fondo sia le notevoli potenzialità (indiscutibili) che gli evidenti limiti (variegati e compositi), in particolare sui terreni del lavoro sociale e dell’educazione. Coerentemente con la storia e la filosofia dello sviluppo di comunità che caratterizza la nostra attività ci siamo dedicati a sperimentare principi e strumenti ad alto tasso di coinvolgimento, condivisione, partecipazione, interazione e collaborazione da remoto. Con questo ciclo di Workshop di intendiamo proporre una serie di metodi (che combinano valori, principi, tecniche e processi) che hanno il carattere di prototipi da collaudare sul campo e da adattare a contesti e scopi

  • WORKSHOP 1: MAPPARE LA COMUNITÀ LOCALE CON PHOTOVOICE – VENERDÌ 19 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 2: NETWORK ANALYSIS PER SVILUPPARE RETI SOCIALI – VENERDÌ 26 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 3: ACCOMPAGNARE PROCESSI DECISIONALI CON MENTIMETER – VENERDÌ 3 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 4: NARRAZIONE DI COMUNITÀ CON DIGITAL STORYTELLING – VENERDÌ 17 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 5: FACILITARE IL DIALOGO NEI GRUPPI CON RESTORATIVE CIRCLE – VENERDÌ 11 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 6: PROGETTARE IN MODO COOPERATIVO CON FUTURE LAB – VENERDÌ 25 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)

programma completo https://www.retemetodi.it/corsi/rigenerare-comunita-online/

GRUPPO4

Ennio Ripamonti[1]

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita (Joan Didion)

L’IRRUZIONE DELL’INATTESO, DELL’IMPREVISTO E DELL’INQUIETANTE

APPUNTO 1: Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie. Lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’esistenza umana e delle società

Siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. Ed è proprio in questo tempo inedito, nel bene e nel male indimenticabile, che il filosofo Edgar Morin, dall’alto dei suoi 99 anni, ci ricorda che nella storia umana c’è una gran parte d’ignoto e che l’inquietudine che stiamo vivendo non possiamo nascondercela, ed è molto meglio guardarla in faccia[2]. Certo non è la prima pandemia della storia (e non sarà l’ultima), ma è la prima per «noi», un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi. Stiamo sperimentando quanto la pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, la più comune, quella che ci lega a tutte le generazioni vissute prima di noi. Ci ritroviamo così ad osservare, con malcelato stupore, fotografie di un secolo fa, affollate di famiglie, operai e commercianti attrezzati di mascherina durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1920. Un parallelismo e una vicinanza stupefacente e imprevedibile. Ancora oggi, come allora, ci dice la storia della medicina, le epidemie cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e di spazio limitata, seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale e poi si avviano alla conclusione[3]. Da un certo punto di vista, potremmo dire, niente di nuovo sotto il sole. Il mondo continua. È successo in passato, si verifica adesso, accadrà di nuovo. Ma un conto è saperlo astrattamente, un conto è viverlo concretamente. Da sempre le epidemie esercitano sulle società colpite una forte pressione che porta alla luce le strutture nascoste, rivelando quali sono le priorità e i valori presenti in un dato contesto. Ogni società crea i propri punti deboli e studiarli significa comprendere a fondo le strutture sociali su cui si basa e si articola[4]. Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie, anche se solo da poco tempo le scienze sociali hanno cominciato ad occuparsene. Ma forse anche questo è destinato a cambiare se si considera la mole di ricerche che si stanno avviando in queste settimane, non solo sul fronte medico (terapie, vaccino) ma anche sul fronte psicologico, psichiatrico, sociologico, antropologico, e pedagogico. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità.  Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

POST-IT 1: Il lavoro sociale contemporaneo non può (e non deve) sfuggire da questi temi, ma candidarsi ad accompagnare persone, gruppi e comunità a costruire un senso condiviso

LA FATICOSA RICERCA DI UN APPROCCIO ADEGUATO ALLA POLIEDRICITA’ DELLA CRISI

APPUNTO 2: Conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore

La pandemia crea una situazione straordinaria di crisi prolungata, di quella che possiamo chiamare una policrisi (sanitaria, economica, ecologica, psicologica, sociale), Nella Grecia classica il termine krisis veniva utilizzato soprattutto in ambito medico per indicare una situazione estrema limitata nel tempo. In questo senso nella crisi è implicito il suo superamento: alla fase acuta della malattia segue la guarigione o la morte. Proprio in virtù della crisi si esce dall’incertezza, si decide una strategia e si individua una via di uscita. Ma la situazione policritica con cui ci stiamo misurando è decisamente più complessa e implica una trasformazione della nostra relazione con il tempo e la difficoltà a pensare il futuro: è emerso un tempo denso di incognite. Non a caso circolano le profezie più disparate rispetto a ciò che ci attenderebbe: dalle più positive visioni palingenetiche, agli scenari più cupi e deprimenti. Una cosa è certa, la sovrabbondanza di informazioni non ci libera dall’inquietudine, anzi. Non è facile accettare la parzialità delle nostre conoscenze e abbandonare l’idea che possiamo pianificare una via di uscita certa, funzionante e programmabile. Dal secondo dopoguerra in poi le formidabili conquiste del welfare europeo hanno aumentato i sistemi di protezione e mitigato l’impatto delle crisi. Ma quali sono i punti deboli del nostro modello sociale messi in evidenza dalla pandemia? Alcuni dei più importanti vengono riassunti in un recente editoriale del Financial Times, vale a dire uno dei più autorevoli giornali economico-finanziari del mondo, cantore del neoliberismo. Nell’articolo si sostiene la necessità di riforme radicali, capaci di invertire la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni, soprattutto in termini di disuguaglianze. Si auspica che i governi accettino di svolgere un ruolo più attivo nell’economia e considerino i servizi pubblici come un investimento anziché un peso. Ma non è tutto, il Financial Times prevede che il tema della redistribuzione della ricchezza tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più ricchi e che bisognerà in considerazione misure fino a ieri considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali[5]. Il fondo auspica radical reforms per forgiare una società del lavoro per tutti. Difficile credere che assisteremo a una così radicale svolta nelle politiche pubbliche. Di certo, al momento, assistiamo al ritorno di centralità del pubblico e del tema dei beni comuni, forse perché, come dice un altro grande vecchio della sociologia europea, Jurgen Habermas, “quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare”

POST-IT 2: Il lavoro sociale di comunità deve candidarsi convintamente ad aiutare le pubbliche amministrazioni ad articolare interventi territoriali compositi e integrati

ADOTTARE LA STRUTTURA PSICHICA DEI MARATONETI PER VIVERE AL MEGLIO QUESTO TEMPO INCERTO

APPUNTO 3: Allenarsi per sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento

Le decisioni che riguardano gli interventi devono essere prese avendo come prospettiva che dovranno essere mantenute finchè non sarà disponibile un vaccino (potenzialmente 18 mesi secondo l’Imperial College di Londra). Dato che, al momento, non possono essere fatte previsioni sull’effettiva efficacia dei vaccini conviene stimare il tempo per difetto. Sappiamo con certezza che distanziamento fisico, mascherine, diversa organizzazione del lavoro, nuove modalità di fruizione dei servizi, degli spazi pubblici, del tempo libero, dell’istruzione e della cultura ci accompagneranno a lungo. Tutto questo ci porta a dire che per vivere al meglio questo tempo è interessante guardare alla struttura psichica dei maratoneti piuttosto che dei velocisti. La psicologia dello sport ci insegna che sono due gli elementi distintivi a questo proposito: la soglia di sofferenza (intesa come la fatica psicologica massima che l’atleta riesce a tollerare durante la gara) e la capacità di sofferenza (cioè il tempo che l’atleta riesce a reggere alla fatica massima). Mentre per il velocista è la soglia di sofferenza l’elemento che più incide sulla qualità della performance, nel caso del maratoneta diventa decisiva la capacità di sofferenza. Non solo. Le due performance sono influenzate anche da una diversità di centratura degli atleti rispetto agli stimoli. Nel velocista il focus d’attenzione prioritario è esterno, un’escalation avviata dallo start, che prosegue costante, al massimo della proiezione, fino al traguardo. Il maratoneta, di contro, ha bisogno di sviluppare una notevole consapevolezza delle sensazioni corporee così da poter riconoscere e anticipare eventuali momenti critici durante la gara. La concentrazione che inizialmente può essere poco orientata, con il progredire dello sforzo viene orientata all’ascolto dei segnali corporei in un costante monitoraggio dei parametri fisiologici. Nella condizione in cui ci troviamo, fuori di metafora, ci serve un approccio euristico alla ripresa, fatto di tentativi, errori e correzioni, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas, tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Un elemento decisivo è rappresentato dalla fiducia, anche perché “l’anno che verrà sarà alieno e il paesaggio sarà qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto e, per una volta, abbiamo l’occasione di disegnarlo più simile a come lo vogliamo”[6].

POST-IT 3: Il lavoro sociale di comunità deve attrezzarsi a riconoscere e trasformare, con pazienza e tenacia, sentimenti di disperazione, rabbia e rancore, generando fiducia

RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, FORMULARE IPOTESI E DOTARSI DI STRATEGIE INCREMENTALI

APPUNTO 4: Attingere a piene mani dalle capacità nostre cooperative e mettere a valore e istituzionalizzare le migliori esperienze di welfare di comunità degli ultimi dieci anni

È vero, siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso, ma non eravamo con le mani in mano dal punto di vista del lavoro sociale. Ci era già chiaro che le società attuali hanno bisogno di un valido settore pubblico, un privato efficiente, una società civile dinamica e una cittadinanza attiva e informata, il tutto interconnesso attraverso una governance condivisa. Stavamo già provando, con risultati più o meno soddisfacenti a riformare i nostri sistemi di welfare locale in modo da aumentarne l’efficacia mettendo al centro partecipazione, democrazia, sussidiarietà, imprenditorialità e responsabilità pubblica. Forse è giunto il momento per intensificare e radicalizzare (non nel senso di “estremizzare” ma di “andare alla radice”) questa prospettiva in almeno cinque direzioni:

POST-IT 5.1: Riprendere, rilanciare e intensificare la collaborazione fra sanitario e sociale alla luce di una forte prospettiva di salute pubblica e prevenzione territoriale

POST-IT 5.2: Sintonizzare il lavoro sociale individuale con il lavoro sociale di comunità mettendo al centro i micro-ambienti di vita delle persone e le loro reti di sostegno

POST-IT 5.3: Potenziare la collaborazione fra imprenditorialità sociale, attori economici e auto-organizzazione comunitaria attorno a beni comuni condivisi e fasce sociali fragili

POST-IT 5.4: Rinforzare azioni di rigenerazione urbana e sociale moltiplicando forme di welfare di prossimità basate sul luogo di vita (housing, negozi di vicinato)

POST-IT 5.4: Incrementare competenze sociali diffuse attraverso azioni informative e formative che coniugano attività in presenza e piattaforma digitali

  • [1] Articolo pubblicato sulla rivista “Animazione Sociale” n. 335/2020
  • [2] Edgar Morin, Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso, intervista in “Avvenire”, 15 aprile 2020
  • [3] Charles Rosenberg, Explaining Epidemics, Cambridge University Press, New York, 1992
  • [4] Frank M. Snowden, Epidemics & Society. From the black death to the present, Yale University Press, 2019
  • [5] Cfr. Financial Times, La pandemia ha rilevato la fragilità del contratto sociale, in “Internazionale”, 1353/2020, pag. 15
  • [6] Paolo Giordano, La vita dopo? Il futuro è un puzzle che va costruito insieme, in “Il Corriere della Sera”, 8 aprile 2020

 

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Riflessioni e pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva in epoca di “distanziamento sociale” di massa

La malattia come esperienza ancestrale. Per contrastare la diffusione della pandemia di covid-19 svariati milioni di persone in tutto il mondo sono costrette a adottare uno stile di vita caratterizzato dal cosiddetto «distanziamento sociale». Oltre agli evidenti (e drammatici) problemi sanitari ed economici si stanno cominciando a studiare gli effetti psicosociali, politici e culturali di questa imponente (e imprevista) situazione di isolamento di massa, un evento che mostra, in tutta la sua spettacolarità, la nostra condizione di fragilità. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. In un certo senso potremmo dire, con le parole del filosofo Pierre Zaoui, che il covid-19 “è l’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, ed è abbondantemente impossibile confinare a lungo il suo senso a una sola e unica coscienza o a un solo e unico corpo”[1]. La pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, cioè “l’esperienza più comune, più pre-individuale e più pre-personale, quella che ci lega ancora ai primi uomini”[2].

La pandemia come esperienza collettiva. La portata collettiva di quanto stiamo vivendo in termini di salute pubblica, emerge con forza dalla lettera inviata da un gruppo di medici italiani alla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, una riflessione circostanziata che esordisce con una precisa indicazione: “in una pandemia, l’assistenza centrata sul paziente è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulla comunità”[3]. Per quanto la malattia sia personale la situazione pandemica obbliga ad una visione d’insieme e suggerisce strategia di cura, protezione e prevenzione allargate e integrate[4]. Ovviamente i punti di vista degli esperti sono variegati e si procede per ipotesi, anche perché ci troviamo di fronte a un’esperienza che, per dimensioni e diffusione, non ha precedenti nella storia recente. Per quanto riguarda la dimensione psico-sociale sappiamo che diverse ricerche condotte sulla quarantena (in particolare nelle epidemie di Sars-Cov e Ebola) indicano una serie di probabili effetti sulla salute mentale: dai sintomi del disturbo post traumatico da stress al disorientamento, dall’angoscia alla depressione[5]. Effettivamente, se non viene scelto dalle persone, l’isolamento prolungato è una condizione innaturale che incide sulla qualità della vita e metta a dura prova la capacità umana di cooperare[6].

Deprivazione relazionale, desiderio di comunità ed esperienza del caos. Una condizione, questa, ben descritta dallo scrittore Paolo Giordano nel suo recente libro Nel contagio, quando osserva: “abbiamo un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, a meno di un metro dalle persone che per noi hanno importanza. È un’esigenza costante che assomiglia al respiro”[7]. Le relazioni interpersonali sono ossigeno e la loro rarefazione finisce per produrre sofferenza. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo (scadenze, incombenze, impegni, compiti, attività, obiettivi, priorità) ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria “effusione di senso al di fuori delle categorie dello spazio e del tempo”[8]. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Sappiamo peraltro che gli essere umani sono caratterizzati da una forte capacità di adattamento. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità della vita. Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

Attingere a piene mani alle nostre capacità cooperative. Numerose ricerche condotte nell’ambito della psicologia evolutiva più recente hanno evidenziato con forza e chiarezza le raffinate capacità di mutua collaborazione e di altruismo che caratterizzano la nostra specie. Per affrontare efficacemente una situazione pandemica abbiamo bisogno di attingere appieno a queste capacità, facendo leva su quella che l’antropologo Curtis Marean ha definito iperprosocialità[9]. È esattamente questo di cui oggi abbiamo bisogno, per curare e assistere chi è malato e, ancor di più, per contenere il contagio e promuovere la salute (fisica e mentale) della moltitudine degli isolati. Scrive ancora a questo riguardo Paolo Giordano:

“(…) l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga ad uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo ad essere una comunità”[10].

Siamo in grado di raccogliere questo incoraggiamento nonostante trent’anni super-individualismo, competizione esasperata e solitudine[11] diffusa? Nessuno può dirlo con certezza. Sono diversi gli analisti che stanno provando ad ipotizzare degli scenari per il dopo pandemia, sia sul piano globale che su quello locale. Con tutti i limiti evidenti di questa stessa articolazione in un contesto profondamente interconnesso.

La gestione della pandemia come test di cittadinanza. In un recente articolo lo storico Yuval Noah Harari riflette sulla profondità dell’impatto delle decisioni attuali nelle società future. L’invito è quello di tenere conto, nella scelta fra diverse alternative, non solo dell’efficacia nel fronteggiare il pericolo immediato ma anche “in che tipo di mondo vivremo quando la tempesta sarà passata”[12]. Secondo Harari nell’affrontare questa crisi epocale le nostre società sarebbero di fronte a due scelte fondamentali: “la prima è tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini; la seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale”[13]. Da questo punto di vista l’epidemia di covid-19 può essere visto come un vero e proprio test di cittadinanza e occorrerebbe intraprendere con decisione e coraggio la strada della informazione consapevole, della responsabilizzazione, della fiducia e della solidarietà sociale. Anche perché:

(…) Il monitoraggio generalizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo per ottenere che le persone rispettino le regole. Quando sono informati sui fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche che gliene parlano, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che li spia. Di solito una popolazione motivata e consapevole è molto più utile di una ignorante e controllata[14]

Un’analisi tutt’altro che campata per aria se si osserva la deriva autocratica impressa in Ungheria proprio in questi giorni[15] e che rende di straordinaria attualità il concetto di «biopolitica» introdotto da Michel Foucault a metà degli anni Settanta[16]. Inevitabilmente la gestione di una pandemia chiama in causa le modalità in cui la rete dei poteri (delle istituzioni e delle discipline scientifiche) gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione del comportamento sociale. In anni più recenti il filosofo Roberto Esposito ci aveva già esortato a sfuggire da una visione ingenua e benevola della «comunità», mostrando lucidamente quanto ogni communitas può finire per sviluppare tensioni immunitarie (immunitas) verso l’Altro da sé (il diverso, lo straniero, il malato)[17]. Benché si sia sovente espressa nella forma della nostalgia del calore umano contro il grande freddo delle moderne società atomizzate la riproposizione del tema della comunità non può essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas[18], tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Ma è altrettanto verso che il discorso sulla comunità non è tramontato ma è cambiato poiché è profondamente cambiata la comunità, un concetto che ha oramai poco a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue descritta dai sociologi del secolo scorso. A differenza delle forme comunitarie tradizionali che implicavano un universo stabile, rassicurante e per molti versi costrittivo, abbiamo visto emergere e coagularsi nel tempo forme comunitarie nuove, basate sull’intermittenza e la libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati[19].

Condividere pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva. Questa riflessione c’induce a reinvestire in una prospettiva di sviluppo di comunità capace di vivere il necessario distanziamento sociale con modalità protettive e nel contempo solidali, facendo leva responsabilità sociale e cooperazione e solidarietà. Le scienze umane, ad esempio, indagano da tempo le strategie di coping, cioè quella variegata serie di meccanismi messi in atto dalle persone, più o meno consapevolmente, per fronteggiare i problemi che s’incontrano nella vita e tollerare lo stress ad essi correlati, sia a livello individuale che di gruppo (o familiare). Nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo sono ulteriormente interessanti le strategie di coping sociale (cioè basate sul supporto reciproco e il mutuo-aiuto) e di coping centrato sul significato (dove ci si concentra sui processi di apprendimento generati dall’esperienza stressante)[20]. Ma non solo, riteniamo che sia il momento per sostenere ogni sforzo che vada nella direzione di coltivare al massimo grado la solidarietà, nelle forme compatibili con la situazione di crisi e le misure di distanziamento sociale. Con «solidarietà» non intendiamo un vago sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro) ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo: la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi si presenta contemporaneamente come un mezzo e un fine[21]. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. Cosa ci può essere di più condiviso di una pandemia su scala globale? In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca.

Il progetto #ComunitàDistanziate. Questa riflessione ha portato la società di consulenza Metodi a promuovere il progetto #ComunitàDistanziate. Metodi è un’organizzazione indipendente fondata a Milano nel 1985 e impegnata in programmi di promozione della qualità della vita, innovazione e coesione sociale attraverso modalità partecipative e collaborative (www.retemetodi.it) Con il progetto di ricerca #ComunitàDistanziate Metodi intende censire, studiare e diffondere esperienze pratiche (attivate da istituzioni, organizzazioni, gruppi o singoli cittadini) che promuovono strategie di coping (individuale e sociale) tese a mitigare il peso dell’isolamento sociale e sviluppano relazioni di comunità caratterizzate da altruismo, mutuo-aiuto, prosocialità e solidarietà collettiva, in particolare a favore dei soggetti più fragili (anziani, bambini, disabili). Per segnalare un’esperienza scrivere comunicazione@retemetodi.it          (Ennio Ripamonti, 2020)

  • [1] Zaoui P, L’arte di essere felici: come sopravvivere alle avversità e riscoprire il valore della vita, Il Saggiatore, Milano, 2016, pag.72.
  • [2] Ibidem, pag.72.
  • [3] Cfr. http://www.nejm.org
  • [4] Cfr. Pisano G.P, Sadun R, Zanini M, Lessons from Italy’s Response to Coronavirus, in “Harvard Business Review”, March 27, 2020
  • [5] Cfr. Barbisch D, Koenig KL, Shih FY, Is there a case for quarantine? Perspectives from SARS to Ebola. Disaster Med Public Health Prep 2015; 9: 547-53.
  • [6] Crf. Miller G, Social distancing prevents infections, but it can have unintended consequences, Science, Mar. 16, 2020
  • [7] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino, 2020, pag.24
  • [8] Zaoui P, Ibidem, pag.80
  • [9] Cfr. Marean C. W, La più invadente di tutte le specie, in “Le Scienze”, 566: 2015, pp. 35-41.
  • [10] Giordano P, Ibidem, pag.27
  • [11] Cfr. Riccardo Saporiti, Solitudine: Italia in testa alla classifica. Ecco perché ci sentiamo soli, “Il Sole 24 Ore”, 30 agosto 2017
  • [12] Harari Y.N, Il mondo dopo il virus, in “Internazionale”, 1315:2020, pag. 18
  • [13] Ibidem, pag. 18
  • [14] Ibidem, pag. 20
  • [15] Cfr. Bonanni A, Lo strappo di Orban e la “cura” dei pieni poteri, in “La Repubblica”, 30 marzo 2020
  • [16] Cfr. Foucault M, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano, 1978
  • [17] Cfr. Esposito R, Immunitas: protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002
  • [18] Cfr. Bonomi A, L’importanza di essere comunità di cura, in “Il Sole 24 ore”, 10 marzo 2020
  • [19] Cfr. Bonomi A, Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • [20] Cfr. Brannon L, Health psychology: an introduction to behavior and health, 7ª ed., Wadsworth, Cengage Learning, 2010
  • [21] Cfr. Taylor A., Hunt-Hendrix L, Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327:2019

Mappa Città 2

I problemi esistono quando qualcuno li avverte. Ci appare a tutti evidente che una parte rilevante delle policy e dei programmi sociali è fondamentalmente orientata ad affrontare problemi (disagio, povertà, esclusione, dipendenza, violenza, solitudine, etc.). Inevitabilmente questa constatazione chiama in causa alcune questioni di fondo che ruotano intorno al concetto di «problema», un’espressione che utilizziamo quotidianamente, sia nella sfera personale che nella vita pubblica, ma il cui significato non possiamo dare per scontato. Da un certo punto di vista potremmo descrivere l’intera l’attività umana come una continua ricerca di soluzioni a problemi, piccoli o grandi che siano. Per semplicità possiamo parlare di problema nel caso in una situazione nella quale un soggetto (individuale o collettivo) avverte una difficoltà e/o una mancanza che è motivo di disagio e/o di insoddisfazione. Così descritti i problemi si presentano come fenomeni relativi e soggettivi, in un duplice senso: poiché implicano la presenza di soggettività umane che li qualifichino come tali (“c’è un problema quando qualcuno avverte una determinata situazione come problematica”); perché chiamano in causa l’esistenza di molteplici visioni a riguardo (“la stessa situazione può essere avvertita come problematica da qualcuno e non problematica da altri”). Detto in altri termini sono problematiche le situazioni che s’intendono modificare rendendole (quantomeno) accettabili.

Alimentare processi di riconoscimento sociale. Le situazioni-problema che ci si trova oggi ad affrontare mettono in luce la centralità di due processi sociali quanto mai delicati: il riconoscimento e la solidarietà.  Gli studi del filosofo tedesco Axel Honneth hanno consentito di comprendere a fondo la centralità dei fenomeni di «riconoscimento», cioè del processo attraverso cui un attore sociale prende consapevolezza di sé e viene collocato e apprezzato. Da parte di soggetti deboli e marginali il processo di riconoscimento del punto di vista rispetto ad una determinata situazione-problematica chiama in causa dimensioni di senso e di identità ad almeno tre livelli: relazioni primarie, relazioni giuridiche e comunità etica[1]. Prima ancora della risoluzione (più o meno compiuta) di un certo problema ci misuriamo con la legittimazione di chi lo vive e, in mancanza di ciò, con una spirale di ingiustizia e umiliazione che colpisce l’integrità, i diritti e l’autonomia morale delle persone. Per questi motivi, come vedremo meglio di seguito, la facilitazione di problem solving collaborativi non può prescindere da un vasto e profondo impegno di riconoscimento di ogni soggettività coinvolta, in particolare se fragile, precaria e/o minoritaria.

Il circolo virtuoso solidarietà-comunità. Un secondo processo sociale decisivo è rappresentato dalla «solidarietà». Con questo concetto non intendiamo un vago e indistinto sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro), né tantomeno una generica propensione al confronto e al dialogo. A differenza dell’identità, la solidarietà non si presenta come un attributo del soggetto ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo. Detto in altri termini la solidarietà non è «data» ma deve essere «creata», va costruita e non trovata. Parafrasando le attiviste Astra Taylor e Leah Hunt-Hendrix possiamo dire che la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi è contemporaneamente un mezzo e un fine. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca[2]. L’analisi semantica ci aiuta a trovare la radice di senso più profonda di questo fenomeno, oggi quantomai in crisi. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Ogni processo di problem solving collaborativo si fonda infatti sull’idea che i problemi sociali sono problemi comuni. Una solidarietà che aspiri al cambiamento e alla trasformazione, impone non solo di vedere i problemi degli altri e farsene carico emotivamente, ma anche di riconoscere gli altri come uguali, superando le differenze senza cancellarle[3]. Da questo punto di vista promuovere dinamiche solidali significa sviluppare anticorpi all’indifferenza e all’egoismo, consentendo a soggetti altrimenti isolati di andare oltre le proprie limitate esperienze personali e costruire coalizioni.

Un processo a spirale evolutiva. I temi del riconoscimento, della solidarietà e dello sviluppo comunitario inclusivo sono stati oggetto di numerosi studi in molteplici aree disciplinari che ci siamo qui limitati ad accennare. Per quanto riguarda l’andamento concreto dei percorsi di problem solving in campo sociale, la ricerca scientifica e molte esperienze sul campo evidenziano quattro grandi ricorrenze di cui tenere conto nel ruolo di facilitatori:

  • Potere narrativo: chiama in causa il peso rilevante, in fase iniziale, delle narrative dominanti nell’incorniciare una certa situazione come “oggettivamente” problematica sotto-valutando la pluralità dei punti di vista (riconoscimento).
  • Designazione paralizzante: si manifesta nella tendenza a formulare i problemi in modo generico o ponendoli in termini tali da risultare sostanzialmente irrisolvibili.
  • Ansia risolutiva: si riferisce all’abitudine ad investire molto tempo nella ricerca di soluzioni prima ancora di essersi accordati sulla natura, le cause e gli effetti del problema in quanto tale.
  • Anticipazione consensuale: include il rischio, correlato al punto precedente, di concentrare l’energia degli attori nella ricerca di un accordo sulla soluzione prima ancora che ci sia un accordo sul problema.

Detto ciò possiamo avviarci a presentare nel dettaglio il ciclo del Collaborative Problem Solving, un processo a spirale che si sviluppa in 6 fasi.

Articolo tratto dall’inserto curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti e pubblicato sulla Rivista Animazione Sociale n.332 del 2019

[1] Honneth A., Riconoscimento: storia di una idea europea, Feltrinelli, Milano, 2019

[2] Taylor A., Hunt-Hendrix L. (2019), Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327, pag. 98

[3] Ibidem, pag. 102

20130204_124616.jpgIn psicologia sociale è nota la tendenza sistematica ad interpretare la vita quotidiana e i comportamenti delle persone attraverso la lente dell’individualismo, un fenomeno che è stato definito «errore fondamentale di attribuzione». È piuttosto frequente cercare spiegazioni interiori per le azioni delle persone (se non di interi gruppi sociali) sottostimando l’influenza dell’ambiente e del contesto. Questo fenomeno viene anche descritto come la tendenza a credere che “quello che le persone fanno rispecchia quello che sono”. Sono numerosi gli studi e le evidenze che mostrano la capacità del contesto di influenzare in modo significativo le condotte personali. I comportamenti di ognuno di noi sono originati da una totalità di fattori interdipendenti, in funzione degli spazi di vita collettivamente percepiti e costruiti. Per quanto non sia facile accettarlo la verità è che la maggior parte delle nostre idee è plasmata da pensieri di gruppo piuttosto che dalla nostra (presunta) razionalità individuale e tendiamo ad attenerci a queste concezioni, più o meno consapevolmente, per lealtà di gruppo[1].

Da questo ambito di studi ricaviamo alcuni principi che sono al base delle metodologie di community visioning che ci apprestiamo a descrivere in questo appuntamento; principi basati su tre importanti concetti elaborati nell’ambito della ricerca: apprendimento sociale, razionalità limitata, intenzionalità condivisa.

In primo luogo c’interessa fare leva sui processi di «apprendimento sociale», in particolare sul potere esercitato da modelli e situazioni nel dare origine a credenze, aspettative e atteggiamenti, motivando a mettere in atto specifici comportamenti. Gli studi di Albert Bandura hanno consentito di capire che il comportamento del singolo soggetto è il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti dagli altri. Si tratta di una teoria psicosociale che sta alla base, per esempio, di molti programmi di prevenzione e promozione della salute condotti attraverso attività di educazione e supporto tra pari, dove il coinvolgimento e il confronto con persone percepite come “simili” per storia, provenienza e condizioni diventa potente nel generare apprendimenti (modeling).

Il secondo principio che ci guida deriva dal concetto di «razionalità limitata», una chiave di lettura che decostruisce la visione del comportamento umano affermatasi con il successo del neoliberismo e fondata sull’idea di homo oeconomicus. Si può infatti osservare che in molte situazioni della vita gli esseri umani non sono assolutamente in grado di massimizzare la propria utilità essendo incapaci di calcolarne il valore effettivo, anche perché non sempre hanno le informazioni complete per poterci riuscire. E sarebbe proprio il deficit di conoscenza a indurre le persone a adottare comportamenti convenzionali, dettati dall’adesione a norme sociali e abitudini consolidate più che dall’effettiva massimizzazione dell’interesse. Anche gli studi di economia comportamentale stanno dimostrando quanto sia importante il ruolo esercitato dalle emozioni e dell’irrazionalità. Fenomeni di riduzionismo razionalista sono osservabili anche in campo sociale e culturale, un approccio che rischia di derubricare il ruolo svolto dal mondo affettivo ed emotivo e dalle scorciatoie cognitive quotidianamente messe in gioco[2]. La funzione esercitata da affetti, stati d’animo, credenze e valori è altresì protagonista nel dirigere le scelte personali e collettive: dai comportamenti d’acquisto, alla programmazione giornaliera, all’opinione pubblica.

Il terzo principio-guida fa infine riferimento al concetto di «intenzionalità condivisa». Le neuroscienze contemporanee ci stanno aiutando a comprendere quanto le interazioni con l’ambiente influenzano direttamente lo sviluppo biologico delle nostre strutture cerebrali. La mente si forma attraverso processi di sintonizzazione fra diverse aree cerebrali non solo all’interno di un unico cervello ma soprattutto fra cervelli diversi. La mente relazionale[3] non nasce già formata e per svilupparsi deve sintonizzarsi con le menti con cui ha relazioni. Se la mente è relazionale allora non è collocabile nella scatola cranica ma è letteralmente “sparpagliata” in tutte le attività e le menti con cui il soggetto interagisce. Le ricerche più recenti nell’ambito della psicologia evolutiva e dell’antropologia sembrano confermare in modo sempre più convincente la predisposizione altruistica e la nostra capacità di collaborare. Alla base delle caratteristiche specifiche della cultura umana (come gli artefatti cumulativi e le istituzioni sociali) si troverebbero infatti una serie di abilità e motivazioni cooperative specie-specifiche. Queste forme sono rese possibili da una serie di processi psicologici definibili come «intenzionalità condivisa», cioè la capacità di creare con altri impegni congiunti in un’ottica di sforzo cooperativo.

Le metodologie collaborative in campo sociale e organizzativo fanno perno sui tre principi descritti sopra: attingendo allo straordinario giacimento di idee che si produce attraverso l’apprendimento sociale; attivando forme di intelligenza multiple per approcciare i problemi nella consapevolezza dei limiti della pura razionalità calcolante (e quantitativa); confidando nelle competenze umane (cognitive e relazionali) che sono alla base della intenzionalità condivisa e della cooperazione. L’ipotesi di fondo è che la conoscenza rivoluzionaria di rado si produce al centro (delle organizzazioni e delle istituzioni), poiché, come scrive Yuval Noah Harari, “il centro è costituito sulla conoscenza consolidata”[4].

Questo non significa che sia una strada facile e che le situazioni siano sempre favorevoli. Tutt’altro. È frequente, per chi opera nel sociale, misurarsi con la frustrazione, il disincanto e la rassegnazione di persone e gruppi periferici, scollegati e sfiduciati. Ci si interroga su come coinvolgere attori sociali in crisi, persone poco interessate o associazioni fortemente polemiche e conflittuali. Sappiamo che i comportamenti in contesti collettivi conoscono derive egoistiche e distruttive, fenomeni de-individuazione e de-responsabilizzazione come ha mostrato Gustave Le Bon nel celebre (e controverso) Psicologia delle folle nel lontano 1895. Sappiamo anche che l’empatia umana ci consente di sintonizzarci con gli altri e di costruire relazioni pro-sociali, altruistiche, amichevoli e cooperative. In psicologia il termine «empatia» ha il triplice significato di conoscere lo stato d’animo di un’altra persona, percepire ciò che l’altro sente e compatire le sofferenze altrui, una costellazione di eventi che dischiude, anche in modo non automatico, la possibilità dell’azione.

Questa condizione di permeabilità fa in modo che nelle interazioni con gli altri la nostra vita mentale sia co-generata. La mutua comprensione rende possibile l’individuazione di un fine condiviso, qualcosa che può dirsi pienamente realizzato quando entrambe i soggetti ne traggono beneficio.

Fra i molti aspetti che caratterizzano questi fenomeni risultano particolarmente interessanti l’interdipendenza positiva e l’interazione simultanea e costruttiva, due fenomeni rilevanti rispetto al tema della collaborazione nel suo insieme.

L’interdipendenza positiva consiste nella consapevolezza, da parte dei componenti del gruppo, di essere legati l’un l’altro da una dipendenza relazionale la cui intensità è direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento presente. Per certi versi potremmo dire che l’interdipendenza positiva rappresenti il cuore stesso dell’apprendimento cooperativo.

Linterazione simultanea e costruttiva rende possibile la conoscenza reciproca fra i membri del gruppo e l’equità dei contributi portati dalla maggioranza degli stessi, requisito determinante per il successo della cooperazione.

Vi sono una serie di condizioni necessarie (e abilitanti) affinché i gruppi sociali possano stimolare e catalizzare processi di trasformazione di tipo collaborativo: la presenza di un setting in cui si promuovono occasioni di confronto autentico e approfondito; il mantenimento di un atteggiamento aperto e inclusivo capace di accogliere nuovi soggetti (da parte di chi promuove, dirige o coordina l’azione); l’esplorazione costante dell’ambiente di vita delle persone, in grado di far emergere le questioni più rilevanti e le risorse in gioco. La capacità di diventare attrattivi necessita non da ultimo di monitorare in maniera collaborativa le diverse azioni, invitando ad elaborare ragionamenti critici e orientati ad affrontare collettivamente i problemi che, di volta in volta, possono sorgere.

 

[1] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), 21 Lezioni per il XXI° secolo, Bompiani, Milano

[2] Cfr. William Davis (2019) Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo, Einaudi, Torino.

[3] Cfr. Daniel Siegel (2001), La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano.

[4] Cfr. Yuval Noah Harari (2018), Ibidem, pag. 322

Sviluppodicomunità

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Prende il via il 4 ottobre 2019 la XXI° edizione della Scuola di Sviluppo di Comunità (scarica il programma completo)  organizzata da Metodi. Il corso, di durata annuale,  prende il via il 4 ottobre 2019 ed è articolata in 21 giornate formative (con cadenza mensile fino a giugno 2020) che mirano a sviluppare competenze pratico-applicative (metodologie e tecniche) relative a: paradigmi dello sviluppo di comunità – ricerca-azione partecipata – progettazione dialogica e concertativa – attivazione e conduzione di gruppi – facilitazione di riunioni e meetings – costruzione e mantenimento di reti sociali – gestione della comunicazione sociale e new media – negoziazione e gestione dei conflitti – problem solving collaborativo.  Per maggiori informazioni scrivere a comunicazione@retemetodi.it

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20150912_171321Diversi anni or sono gli studi di Gregory Bateson hanno mostrato quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire gruppi e comunità inclusive dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà. Senza questa fondamentale operazione mentale l’uso delle tecniche di facilitazione risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione. In virtù di ciò riteniamo importante tenere ben presenti alcune caratteristiche della contemporaneità che possono rendere difficile e faticoso il confronto aperto e il dialogo.

Contenere l’invadenza dell’opinionismo acritico

Il sociologo francese Guy Debord già nel 1967 aveva intuito la tendenza alla spettacolarizzazione delle società moderne. L’analisi dei problemi (salute, sicurezza, istruzione, economia e via dicendo) prende la forma di messaggi semplificati nei contenuti e impoveriti nella forma che, nel contempo, indulgono in un esasperato antagonismo che congela ed estremizza le posizioni degli interlocutori. Più di recente il filosofo americano Harry Frankfurt ha messo in luce quanto il fenomeno dell’opinionismo reca con sé un grande deficit nell’interpretazione delle complesse questioni con cui la società è chiamata a misurarsi. Questa cornice di permanente spettacolarità, sostituzione del linguaggio con le immagini e vistosa sottovalutazione del pensare e del ragionare configura lo scenario ideale per l’emergere di una soffusa dittatura dell’ignoranza.

Il potere della mediocrazia

La proliferazione dell’opinionismo alimenta, e nel contempo trae forza, dall’affermarsi di una forma particolare di potere che di recente è stata definita mediocrazia, cioè da figure sociali (nel mondo economico, politico, giornalistico, educativo) più attente ad assecondare il mainstream che a sviluppare capacità critiche e creatività Si tratta di fenomeni tutt’altro che irrilevanti poiché contribuiscono a diffondere l’idea che è impossibile conoscere davvero le cose e che, di conseguenza, ogni argomentazione intellettuale vale come un’altra, se è persuasiva. Le insoddisfazioni e le paure delle persone possono trasformarsi, per chi le sa usare abilmente, in un ricco giacimento di argomentazioni di tipo retorico e demagogico, in particolare su questioni come disoccupazione, immigrazione e sicurezza. Come operatori psicosociali siamo chiamati a proteggere il dialogo dalla irruzione di forme di comunicazione sociale rigide, monotone, banalizzanti o aggressive e a promuovere apertura, curiosità, tolleranza e ascolto. Coinvolgere diversi attori sociali intorno ad un problema richiede, prima di tutto, di attrezzarsi mentalmente ad entrare in contatto e far interagire persone appartenenti a culture diverse che partono da premesse implicite che sono spesso distanti fra di loro.

Sollecitare forme di pensiero aperto

La complessità tipica dei problemi sociali e dei contesti comunitari implica, come suggeriscono Marianella Sclavi e Lawrence Susskind, l’impiego di modalità di pensiero in grado di:

  • tenere conto che i significati attribuiti alle “stesse cose” mutano al cambiare dei soggetti. Nuovi soggetti introducono continuamente nuovi significati, in una spirale potenzialmente infinita;
  • considerare che la comunicazione prende le mosse da premesse implicite diverse e non sempre conosciute dagli stessi soggetti. Si può entrare in contatto profondo con un altro punto di vista quando si ha modo di accedere alle premesse e non solo all’opinione espressa;
  • prevedere che la comunicazione può essere fortemente compromessa da aspetti delle convinzioni profonde delle persone che vengono ritenute scontate;
  • assumere che il processo di valutazione delle scelte fa riferimento non solo alle condizioni di quel preciso contesto e che vengono messe in atto comparazioni con altri contesti diversi e distanti (un genitore di recente immigrazione potrà apprezzare l’esperienza scolastica del figlio anche alla luce dell’esperienza di scuola del suo paese di origine oltre che di quella italiana in cui si trova oggi);
  • contemplare la complessità rappresentata dal politeismo dei valori e delle ragioni in campo, un fenomeno largamente presente nelle situazioni di lavoro sociale territoriale;
  • costruire forme di convivenza non riducibili ad un unico universo di significati: i sistemi complessi sono anche mondi multipli.

Si tratta di premesse al contempo filosofiche, psicologiche e metodologiche imprescindibili per allestire situazioni di dialogo sociale e che chiamano in causa direttamente l’equipe che facilita e conduce il processo. Come ognuno degli attori coinvolti anche l’operatore sociale guarda il mondo da un certo punto di vista. Questa posizione visuale è determinata da molti fattori: ruolo professionale, età, genere, ceto, valori di riferimento, e altri ancora.

L’umorismo come arte nobile

Per facilitare in modo efficace i processi collaborativi è indispensabile riuscire a vedersi da altre angolature e saper sospendere il giudizio. La sospensione del giudizio è un’operazione mentale suggerita da molti studiosi dell’ascolto ma la sua messa in pratica è un esercizio tutt’altro che semplice poiché richiede di uscire dalla propria «cornice» (frame) e imparare ad osservarsi. Un modo per evitare la rigidità delle posizioni e la deriva tecnicistica nell’uso degli strumenti è adottare un approccio umoristico al dialogo. L’esperienza del riso accompagna l’umanità fin dalle sue origini e l’umorismo rappresenta un aspetto centrale della conoscenza segnalando i limiti della razionalità e dell’astrattezza e valorizzando un sapere relazionale e locale che sovverte e ristruttura le definizioni. Adottare un approccio umoristico consente di cogliere le mille sfumature dell’esperienza individuale e delle relazioni sociali. Assumere un atteggiamento aperto, empatico, accogliente, gentile, curioso e umoristico non è una scelta di bon ton ma corrisponde alla deliberata e consapevole decisione di promuovere (nel senso di “muovere verso”) una cultura del confronto e della cooperazione.

Per approfondimenti vai all’articolo pubblicato sulla rivista Animazione Sociale 325-2019