«LE SOCIETÀ DELLE CITTÀ: LA RISPOSTA DEI SISTEMI DI WELFARE DOPO LA PANDEMIA» è il titolo del convegno (in presenza e online) organizzato dal Comune di Milano in collaborazione con Metodi nella mattinata di lunedì 19 luglio a Palazzo Reale. Amministratori locali, studiosi, ricercatori, cooperatori si confrontano sulle prospettive del welfare locale. È possibile partecipare in modalità webinar iscrivendosi su: https://bit.ly/3qP4BXO Il link per connettersi sarà inviato a iscrizione avvenuta. L’incontro apre un percorso di riflessione condivisa finalizzata alla elaborazione del Piano di Zona di Milano.

PROGRAMMA

  • ore 10.00: Saluti istituzionali del Sindaco di Milano, Giuseppe Sala
  • ore 10.10: Saluti della portavoce del Forum del Terzo Settore Città di Milano, Rossella Sacco

1° SESSIONE: POLITICHE PUBBLICHE E BENESSERE SOCIALE

  • ore 10.20: USCIRE INSIEME: VERSO UN NUOVO WELFARE TERRITORIALE (Gabriele Rabaiotti, Assessore politiche sociali e abitative del Comune di Milano)
  • ore 10.30: PIÙ VOCI: LA RICERCA DELLA TRASVERSALITÀ NEL WELFARE (Cristina Tajani, Assessora a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane; Laura Galimberti, Assessora all’Educazione e Istruzione; Roberta Guaineri, Assessora a Turismo, Sport e Qualità della vita; Andrea Minetto, assessorato alla cultura)
  • ore 11.00: LA CITTÀ INCLUSIVA (Donatella Chiodo, Assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli)
  • ore 11.20: LA CENTRALITÀ DEL TERRITORIO (Marta Bonafoni, Consigliera della Regione Lazio)

2° SESSIONE: COPROGETTARE IL WELFARE LOCALE

  • ore 11.50: LE CITTÀ EUROPEE OLTRE LA CRISI: UNA PANORAMICA (Tommaso Vitale, Direttore scientifico del master “Governing the Large Metropolis” c/o Ecole Urbaine de Sciences Po, Parigi)
  • ore 12.10: COSTRUIRE BENE COMUNE: IL RAPPORTO TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ED ENTI DEL TERZO SETTORE (Angelo Stanghellini, Direttore generale ASP Città di Bologna)
  • ore 12.30: UNA NUOVA STAGIONE ANCHE PER IL TERZO SETTORE (Valeria Negrini, portavoce Forum Terzo Settore della Lombardia)
  • ore 12.50: IL BALLO CON LE QUATTRO SIGNORE: UN SOCIAL PLANNER DENTRO LE POLITICHE DI QUARTIERE (Giovanni Laino, Professore Ordinario di Pianificazione Territoriale nel Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II)
  • ore 13.10: IL TERZO SETTORE COME ATTORE DI SVILUPPO DI COMUNITÀ (Riccardo De Facci, Presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
  • ore 13.30: LE “PAROLE CHIAVE” PER IL WELFARE POST-PANDEMICO a cura di Davide Boniforti e Marco Brunod, Metodi

È fresco di stampa «Età della vita e formazione» (Unicopli, Milano, 2021). Un grazie ad Anna Marina Mariani per la bella opportunità di riflettere, dopo un anno di pandemia, su apprendimento, crescita, cura di sé e trasformazioni esistenziali. Il volume affronta le principali caratterizzazioni e le trasformazioni recenti nell’ambito del ciclo di vita delle persone. Vi trovano spazio le specifiche tematiche educative chiamate in causa nelle varie età (dall’infanzia all’invecchiamento) sotto il profilo socio-culturale e pedagogico, con particolare riferimento al ruolo dell’adulto sia nei molteplici ambiti e attività formative rivolte a minori e soggetti fragili sia nei confronti dell’impegno nella propria life-long auto-formazione. Alcune tematiche vengono presentate e discusse a partire da una particolare fase dello sviluppo umano anche se evidentemente intercettano, a vario titolo e peso relativo, l’intero corso dell’esistenza di ogni soggetto in qualità di vere proprie life skills: la gestione delle emozioni e del disagio, la capacità decisionale, l’attivazione della volontà, il costrutto della cosiddetta normalità, ecc.; tutto concorrendo a una sempre maggiore autonomia, obiettivo di ogni intenzionalità educativa. Il volume si rivolge agli educatori e formatori in qualità di premessa/prerequisito, rispetto ad approcci mirati alle specificità di ogni singola età, utile a sottolineare la continuità del soggetto, in tutta la sua complessità, nel percorrere la totalità indivisibile della sua esistenza.

L’idea della “vita al contrario” è un accorgimento noto in ambito letterario. In un racconto del 1922, Il curioso caso di Benjamin Button, Scott Fitzgerald descrive il percorso esistenziale di un uomo, Benjamin, che viene al mondo con l’aspetto di un settantenne e procede negli anni ringiovanendo progressivamente, fino a terminare la propria vita come un bambino in fasce. L’adattamento cinematografico di David Fincher del 2008, con Brad Pitt e Cate Blanchett, ha avuto il pregio di aggiornare l’idea, riconsegnandoci motivi di riflessione sulla vita e il suo divenire. Per dirla con le parole di Benjamin: “Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero”. A quasi un secolo di distanza dal racconto di Scott Fitzgerald l’invito a cogliere il valore di ogni età della vita è quanto mai attuale. Lo straordinario prolungamento della vita umana che si è verificato a partire dal ventesimo secolo è un fenomeno che influenza in maniera significativa ogni ragionamento attuale sulle età, mostrando i limiti di modelli descrittivi di tipo lineare, in cui le fasi di sviluppo si succedono, più o meno pacatamente, sempre uguali a sé stesse. (Vai alla scheda del libro:http://edizioniunicopli.it/tag/novita/)

INDICE
LE ETÀ DELLA VITA
L’arco della vita e le età dell’uomo / Le fasi dell’esistenza e le teorie stadiali / Essere ‘normali’ a qualunque età
DARE CITTADINANZA A TUTTE LE ETÀ
La vita al contrario, per capirla meglio / Disprezzo segreto per la debolezza? / Universi esistenziali poco esplorati
A UNA CERTA ETÀ: Per un mondo all age friendly
La forza corrosiva degli stereotipi / Il mascheramento intergenerazionale / Dopo l’adultità c’è l’età inutile?
GLI ADULTI IERI E OGGI
Chi è l’adulto: concetti e definizioni / Chi è adulto: fenomenologia degli adulti odierni / Il Batchild e gli adulti-ombra
L’ADULTO CHE EDUCA/SI AUTO-EDUCA Pedagogia e formazione, oggi / Educare / Autoeducazione e consapevolezza, in sintesi
GIOVANI-ADULTI
Scelte e impegno / La giovinezza / Capaci di decidere / Impegno e perseveranza
ADOLESCENZA
Educare una volontà libera / Adolescenza ‘pettine’ / Legami di libertà / Educare la volontà autonoma
PRE-ADOLESCENZA
Emozioni e autostima / Vissuti di disagio, a volte normali / Le basi della gestione delle emozioni / Senso di auto-efficacia e autostima
INFANZIA
Il diritto all’educazione / Diritti (e doveri) / Codici, condizioni e principi delle relazioni tra adulti e minori / Gli stili educativi
INFANZIA
Il dovere di tutelarle / Il senso del dovere / Il lato oscuro della forza / Per tutte le età: il potere distruttivo del risentimento

UN LABORATORIO DI FORMAZIONE ONLINE, UN’ALLEANZA STRATEGICA TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E ENTI DEL TERZO SETTORE (Marzo-Giugno 2021)

Mettere al lavoro l’intelligenza collettiva. Il mondo della cooperazione sociale e degli enti locali sta vivendo una situazione inedita e difficile legata all’emergenza Covid-19, di cui si misurano effetti fortemente critici nei diversi territori. In questa fase, così incerta, il tema dell’alleanza strategica tra terzo settore e amministrazioni pubbliche riveste un’importanza cruciale e decisiva per rinsaldare un sistema di relazioni e azioni territoriali che hanno prodotto – anche in situazioni complesse come quella che stiamo attraversando – politiche sociali e comunitarie di qualità.
Nell’attuale scenario, reso ancor più complesso dalla fase pandemica, è fondamentale investire in chiave sempre più multidisciplinare e multifattoriale del sapere sociale. Una sorta di nuova intelligenza collettiva al lavoro, che sorretta e animata da diversi sguardi abbia di mira però obiettivi comuni di lettura e operatività.
Costruire reti territoriali solide ed estese, promuovere azioni progettuali e interventi integrati, facilitare la collaborazione e la messa in comune di risorse (non solo economiche ma anche conoscitive, organizzative, professionali…) rappresentano strategie trasformative tra le più urgenti per chi lavora, con ruoli di management, nella cooperazione sociale ma altresì negli enti pubblici. Questa situazione di profonda crisi costringe a distanziarsi dagli abituali filtri ideologici e da rigidità precostituite nel tentativo di riscoprire e ricercare ciò su cui investire nel prossimo futuro per dare maggior senso e valore alla vita delle persone e delle loro comunità.
Allestire laboratori di ricostruzione sociale. Il futuro degli enti e delle organizzazioni che si occupano della vita delle persone è necessariamente legato a questa ricerca, deve nutrirsi degli interrogativi che si stanno aprendo e deve al contempo essere un “laboratorio di ricostruzione”. In questo quadro è centrale il tema della corresponsabilità: che implica da un lato la necessità di condividere e connettere le nuove traiettorie strategiche che questa fase richiede, e dall’altro l’assunzione di concrete responsabilità da parte dei diversi attori organizzativi. Corresponsabilità tra più soggetti, tra gli operatori e i beneficiari dei servizi, tra i livelli operativi e chi all’interno delle organizzazioni ha un ruolo di direzione e di gestione, tra i singoli servizi e i loro interlocutori territoriali con cui è necessario stabilire buoni livelli di cooperazione su più piani. Questi aspetti interesseranno sempre di più̀ lo sviluppo delle organizzazioni che producono servizi rivolti ai cittadini, in percorsi che richiederanno la capacità di valorizzare aperture e collaborazioni con i territori di riferimento, nella prospettiva e nella consapevolezza di essere artefici e co-costruttori di infrastrutture di protezione sociale costituite localmente e dedicate ad occuparsi delle problematiche sociali e sanitarie della comunità. La rinnovata alleanza fra Amministrazioni Pubbliche, Enti del Terzo Settore e cittadini potrà allora anche contribuire alla tenuta sociale e psicologica dei territori perché quando questi soggetti collaborano “fanno comunità”.

Coniugare politiche lungimiranti e pratiche pertinenti . Il laboratorio intende innanzitutto allestire uno spazio di confronto e riflessione sui sistemi di welfare locale nella convinzione che sia sempre più necessario porre al centro dell’attenzione i territori e le loro risorse per valorizzare il protagonismo e le competenze di coloro che operano in campo sociale: dalle Istituzioni, agli Enti del Terzo Settore, alle diverse forme di cittadinanza attiva. Il laboratorio è rivolto a coloro che in questi contesti ricoprono ruoli apicali e/o intermedi influenti nella determinazione degli assetti e delle forme di espressione dei sistemi di welfare locale: presidenti, direttori e responsabili di imprese cooperative e consortili e coloro che, negli enti pubblici, si occupano di politiche e servizi sociali (sindaci, assessori, dirigenti e responsabili di area sociale). I principali obiettivi di questa iniziativa sono: a) favorire lo sviluppo dei tradizionali sistemi di welfare locale in una prospettiva di welfare di comunità riconsiderando diversi aspetti aventi carattere strategico; b) approfondire gli elementi distintivi dei sistemi di welfare di comunità per favorire l’ideazione di adeguate declinazioni coerenti con i contesti operativi dei partecipanti; c) delineare una cornice di principi di ordine culturale e valoriale su cui far leva per sostenere i processi di innovazione dei sistemi di welfare locale. Il laboratorio propone un percorso di formazione partecipata in cui si alterneranno contributi teorici e presentazioni di esperienze. Nella conduzione delle attività saranno attivati momenti di confronto, riflessione e valorizzazione delle esperienze dei partecipanti. Agli iscritti verranno messi a disposizione materiali didattici ad hoc in formato digitale (nello specifico: articoli tematici, schemi di sintesi o dispense informative) Il percorso formativo sarà articolato in 7 incontri della durata ciascuno di tre ore (dalle 14,30 alle 17,30) da marzo a giugno 2021. Per informazioni e iscrizioni QUI

Di fronte ad una brusca interruzione di «schema» come quella provocata dall’emergenza Covid è necessario osservare come cambiano le relazioni sociali e in che modo associazioni, cittadini attivi e volontari stanno reinventando la propria azione sociale sul territorio, proponendo elementi di riflessione per un nuovo posizionamento e una differente riorganizzazione strategica dei loro progetti [1]. Questa attitudine auto-riflessiva ci pare quanto mai opportuna nel contesto di un evento di portata epocale. Oggi più che mai è prezioso osservare che cosa avviene nelle nostre comunità locali, affinché la tensione attuale al “ritorno alla normalità” non sacrifichi spazi di apprendimento, occasioni di rigenerazione. Ci pare che sette verbi possano cogliere alcune trasformazioni, in atto o potenziali, della prossimità sociale e indicarci qualche prospettiva di sviluppo nello scenario post-pandemico: esserci, resistere, reagire, approssimarsi, connettere, cooperare, intraprendere, imparare

«Esserci». La pandemia ha cambiato da un giorno all’altro la vita delle persone e delle organizzazioni. L’impatto non è stato uguale per tutti, ma ognuno si è trovato a decidere cosa fare, come riorganizzarsi. Alcuni sono rimasti paralizzati. Altri si sono reinventati. Come hanno fatto? Dove hanno trovato energia e intelligenza per riuscire ad «esserci», comunque? Nel pieno del lockdown abbiamo visto amministrazioni pubbliche, associazioni, enti del terzo settore e gruppi informali trovare il modo di stare in contatto con i problemi, stare in contatto con le persone, e connettere problemi e persone.Questo «esserci», anche nel disorientamento e nella confusione di una situazione inedita, ci pare d’importanza capitale, soprattutto in una società dove cresce da tempo il fenomeno della solitudine. Fino a poco più di un secolo fa, appena il 5% della popolazione viveva da solo. La norma erano famiglie numerose che abitavano in spazi più o meno ampi, a seconda delle possibilità. In Italia, nel 2019, un terzo delle famiglie sono composte da una sola persona. L’impatto del Covid-19 è stato imponente a questo proposito, e tutto non siamo in grado di stimarne fino in fondo gli effetti. Non sono poche le persone che continuano a non uscire di casa anche ora che i contagi sono in regressione, perché rimane la paura, il disorientamento. Sappiamo anche che la povertà economica tende a peggiorare se accompagnata da povertà relazionale, in un circolo vizioso che può depotenziare gli stessi interventi di aiuto. Per questo non basta l’aiuto economico, il pacco alimentare, il buono spesa: se non si interviene sulle povertà relazionali si rischia di scivolare, magari inconsapevolmente, verso forme di neo-assistenzialismo. È l’epoca di azioni di aiuto capacitanti e relazionali, che offrono appigli per uscire dalla solitudine. Il lavoro sociale di comunità dei prossimi anni sarà anche questo: rigenerare reticoli di relazioni, di prossimità, di vicinato, di quartiere, di caseggiato. Abbiamo le organizzazioni e l’energia per lavorare su questo: non ti consegno solo il pacco, ma ti telefono, ti vengo a trovare, ti citofono, ti coinvolgo. È fondamentale ricostruire la prossimità, recuperare la tradizione mutualistica del nostro Paese: lavorare su un welfare comunitario prossimale, capitalizzando anche l’energia molecolare diffusa di giovani under 30, di volontari occasionali, di reti di vicinato. Lavorare su questi legami permette anche di attivare codici di mutualismo più riconoscibile, scovando anche il bisogno inespresso: la vergogna può bloccare una persona in difficoltà nel chiedere aiuto ai servizi o alle associazioni strutturate, mentre chiedere aiuto ad un vicino potrebbe essere più semplice, meno doloroso. Ma per far bene tutto ciò, l’abbiamo capito, è fondamentale «esserci».

«Resistere». L’emergenza sanitaria ha costretto individui, famiglie e organizzazioni a stare in una situazione altamente disorientante per un periodo di tempo prolungato, senza uno scenario chiaro. Oltre a trovare il modo di «esserci» diverse organizzazione sono riuscite a r-esistere allo stress, accettando di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. La pandemia da Covid 19 è il più grande evento collettivo che conosciamo, ed è difficile trovare precedenti storici di questa portata, se non lontani nel tempo. Dagli studi di psicologia dell’emergenza sappiamo che le società umane reagiscono in modo diversi alle tragedie collettive: aumentando la coesione e l’altruismo o, di contro, disgregandosi e esacerbando i conflitti. Per secoli la nostra specie si è mossa nella tensione fra egoismo e altruismo, fra attenzione all’individuo e attenzione alla collettività. La mentalità comune delle moderne società neoliberiste incoraggia l’interesse personale e il pensiero a breve termine. Le organizzazioni più adatte all’evento pandemico saranno, con molta probabilità, quelle in grado sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e rabbia, coltivando coesione, fiducia e solidarietà. Come sostiene il filosofo Miguel Benasayag «resistere è creare».

«Approssimarsi». Se c’è una grande scoperta provocata dal lockdown è che numerose persone si sono riapprossimate alla microfisica della comunità più vicina alla loro casa: il cortile, il parchetto, la via, i giardinetti. Spazi solitamente frequentati dalle figure più fragili della comunità: bambini piccoli, anziani, famiglie, migranti. Spesso i più attivi, i più mobili, i più inclusi, attraversano questi spazi “minori” ma non li frequentano, non li abitano. La pandemia ha consento, per un certo periodo di tempo, che questi spazi ridiventassero «luoghi», aree di interazione e mitigazione della solitudine. Magari a distanza, da un balcone all’altro, da un lato della strada all’altro, ma ugualmente interazionali. Chi aveva già spazi che erano luoghi (cioè non privatizzati ma concepiti come «beni comuni») se ne è avvantaggiato anche in questa pandemia. Chi ne era sprovvisto si è ritrovato in uno spazio privato microscopico, per certi versi deprivato. Abbiamo potuto osservare il sorgere, certo straordinario e unico, di inedite dinamiche condominiali e di relazionalità di vicinato. Non siamo certo ingenui, i condomini continueranno a conoscere fenomeni di indifferenza o micro-conflittualità. Ma questo straordinario evento sociale ci ha mostrato i vantaggi (e in fondo anche il piacere) di una vicinanza gentile e solerte, di una microfisica della convivenza meno sospettosa. L’azione sociale di comunità può ispirarsi a queste esperienze ritrovando la sua territorialità prossimale in modo più convinto, c’è un tesoro di spazi che possono ridiventare luoghi, cioè spazi in cui le persone ri-fanno comunità.

«Connettere». Nel disorientamento prodotto dalla pandemia una lezione fondamentale è stata quella dell’importanza di saper «fare rete». Nelle settimane più dure, più difficili, le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono riuscite a catalizzare energie diffuse, non sempre organizzate. Chi in questi anni ha creduto e investito davvero in un buon lavoro di rete, si è ritrovato in mano un formidabile dispositivo operativo e un capitale di fiducia sedimentato con lo sforzo e la tenacia. Altre reti sono nate ex-novo a partire dall’emergenza, magari fra realtà territoriali che raramente si erano trovate a collaborare. E anche questo è interessante. Si tratta di capire se le reti scaturire nella fase di criticità conclamata hanno vita breve o possono radicarsi e durare. Una cosa è certa, l’azione sociale complessa in una società frammentata ha bisogno di capacità connettive per evitare la dissipazione delle risorse. L’approccio individualista alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di molti attori sociali). Ci è fin troppo noto, anche nel mondo associativo, l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo. Questa consapevolezza si proietta con forza nella fase post-pandemica, nell’inevitabile bisogno di progettualità condivise, di una massa critica di intelligenze e risorse (pubbliche, private, formali, informali) da finalizzare in modo coerente.

«Cooperare». Chi ha agito meglio nel contesto pandemico è stato in grado non solo di connettere più attori ma anche di far dialogare e agire culture differenti, intrecciando sociale e sanitario, psicologico ed economico. Non si tratta solo di connettere azioni separate, per quando lodevoli, ma anche di concertare azioni congiunte: facendo progetti insieme, dando vita a forme di corresponsabilità di tutti gli attori del territorio. Come hanno mostrato in modo inequivocabile alcune esperienze presentate nel corso degli incontri formativi il salto di qualità più significativo si è verificato nel momento in cui si è intrapresa la strada di un allargamento della platea degli attori, aprendosi a incontri inediti, fuori dalla comfort zone dei “soliti noti”. Inevitabilmente entra in gioco il livello di «capitale fiduciario» delle organizzazioni, e non è certo uguale per tutti. Persone e organizzazioni che non si fidano di nessuno trovano difficile credere che gli altri si impegneranno per il bene comune. Perché dovrebbero farlo? La fiducia è la benzina del motore cooperativo. Nella fase post-pandemica avremo un gran bisogni di cooperare, per questo è conveniente, da subito, allenarci alla fiducia.

«Intraprendere». La cultura di molte organizzazioni sociali è caratterizzata da un elevato tasso di pragmatismo, non di rado accompagnata da qualche limite sul versante relazionale. Associazioni di volontariato e cittadini attivi trovano nel fare il loro momento topico, per certi versi il senso stesso del loro impegno. Non è stato facile sapere “cosa fase” durante il lockdown, soprattutto quando le forme stesso del fase diventavano un problema, per via delle norme di sicurezza e il distanziamento fisico. Ma anche su questo versante ci sono molti motivi di interesse e di riflessione. Una seconda testimonianza portata al corso riferiva dell’importanza di tentare un’azione anche quando permanevano dubbi circa gli effetti poiché, diceva il collega, “da cosa nasce cosa”. Le organizzazioni che hanno re-agito meglio sono quelle che hanno provato, comunque, a mettere in campo un’azione, a prendere un’iniziativa, a «intraprendere», appunto. Questo spunto ci restituisce il senso profondo di ogni azione sociale poiché «ogni azione è una interazione», non ne conosciamo ma la natura se non quando a “mettiamo al mondo”, facendola, praticandola. Molte esperienze di solidarietà nate durante l’emergenza hanno catalizzato grandi energie e disponibilità (anche da parte di persone meno vicine al mondo dell’associazionismo e del volontariato) a partire da azioni esemplari, capaci di “contagiare” positivamente il contesto locale.

«Imparare». Nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19 sono state molte le testimonianze incentrare sull’apprendimento. Dai personaggi più noti al normale cittadino, si sono moltiplicate le riflessioni su “ciò che sto imparando” da questa esperienza. Forse è un bisogno umano profondo quello di trovare un senso agli eventi della vita, soprattutto a quelli più imprevisti e spiazzanti. Anche per il composito mondo del sociale sono diversi gli elementi su cui riflettere, se si accetta di farlo, ovviamente. Intanto che l’esperienza è ancora “calda”, abbiamo l’opportunità di trarre degli insegnamenti, per noi, le nostre organizzazioni, i nostri gruppi le nostre amministrazioni pubbliche.  Ma come? In che modo? È interessante osservare che, dal punto di vista dei teorici della complessità, vi sono almeno tre tipologie di apprendimento: 1) Imparare, 2) Imparare a imparare, 3) Imparare e disimparare. Se ci interessa sviluppare apprendimento per rinnovare il nostro modo di agire nel sociale ci interessano tutti e tre le tipologie. Durante la pandemia, ad esempio, molti insegnanti si sono visti costretti ad imparare a gestire la didattica a distanza (DAD), acquisendo conoscenze e abilità che non avevano (o avevano in parte) dal punto di vista tecnologico. Sappiamo però che il mondo digitale è caratterizzato da processi di innovazione continui che rendono velocemente obsolete le conoscenze. Si tratta quindi di imparare a imparare nel corso del tempo, di sviluppare una capacità di apprendimento continuo (life long learning), non solo perché cambiano le tecnologie (tool) ma perché mutano i processi stessi resi possibili dalle tecnologie. Ma la tipologia più rilevante (e più faticosa) di apprendimento in età adulta riguarda la capacità di «disimparare», cioè di cambiare schema (frame), di abbandonare la certezza di ciò che facevo prima e fase qualcosa di completamente diverso. Allora il problema non è più, da insegnante, imparare a usare Zoom per fare una lezione a distanza; tantomeno essere aperto a nuove tecnologie per migliorare le lezioni future. La vera sfida è reinventare la didattica facendo meno lezioni frontali e sperimentando processi di apprendimento basati sullo studio di casi, sui compiti di realtà e sull’attività di gruppo. Non basta imparare qualcosa di nuovo, devo riuscire a cambiare la mia cultura formativa, la mia idea di scuola e di apprendimento. Per riscoprire la nuova prossimità affiorata in tempo di Covid-19 le Associazioni potrebbero essere costrette, fra le altre cose, a disimparare alcuni di funzionare (progettare, riunirsi, decidere, agire), perché solo cosi il nuovo può essere accolto e riconosciuto.


[1] Testo tratto dall’articolo di Ennio Ripamonti e Alice Rossi Una prossimità differente Chi è l’altro nel nuovo mondo? Sette verbi per sette azioni che curano le nostre relazioni, pubblicato sulla rivista Vdossier, n 1, luglio 2020. Vai al link: https://www.csvlombardia.it/wp-content/uploads/2020/08/vdossier-1-2020-web.pdf


Il lavoro sociale di comunità degli ultimi anni ha conosciuto un maggior grado di strutturazione e rigore, sia sul piano teorico che metodologico. Dopo una stagione caratterizzata da un vivace spontaneismo progettuale è cresciuta la consapevolezza circa il bisogno di dotarsi di metodi di lavoro in grado di trasformare intenzioni lodevoli in azioni efficaci. L’inattesa e sorprendente irruzione sulla scena della pandemia di Covid-19 ha ulteriormente evidenziato la necessità di rinnovare le forme del welfare in una prospettiva di tipo comunitario e territoriale, mettendo in evidenza i temi della salute pubblica, delle disuguaglianze e della coesione sociale.

Metodi di lavoro all’altezza della situazione Per fare ciò abbiamo bisogno di metodi di lavoro all’altezza della situazione. Il termine «metodo» si riferisce, generalmente, ad un insieme organico di regole e di principi in base al quale si svolge una determinata attività (teorica o pratica). Da questo punto di vista i metodi, in qualsiasi campo dell’attività umana, indicano un modo di procedere dotato di una certa razionalità (più o meno strutturata) che dovrebbe garantire un maggior livello di raggiungimento dei risultati. Così visti i metodi guidano il comportamento umano e lo indirizzano dentro un determinato percorso. Se applicassimo in maniera lineare questo ragionamento potremmo dire che i metodi collaborativi sono fondamentalmente una serie di principi, di regole e di procedure per “produrre” un bene atteso: cioè la collaborazione. Per quanto ci sia del vero in questa affermazione sono del tutto evidenti i limiti che contiene. È esperienza comune a chiunque operi in campo sociale ed educativo constatare il rischio che un certo metodo si riveli inadeguato, la sua applicazione troppo rigida, oppure eccessivamente lasca. Ma il rischio più grande è che il metodo si trasfiguri in una procedura meccanica e impersonale: un meccanismo, appunto. In un’epoca caratterizzata dal mito della tecnica dobbiamo guardarci dall’idea di concepire i metodi come delle fattispecie di “algoritmi sociali”, procedimenti articolati in una serie di passaggi logici chiari, finiti e non ambigui. Chiarezza, finitezza e non ambiguità non sono requisiti così facilmente riscontrabili nelle relazioni umane che, al contrario, mostrano innumerevoli lati oscuri, modi infiniti d’essere e molteplici ambivalenze e contraddizioni.

La duplice forma dei metodi: processo e procedura Parafrasando il filosofo Alfred Korzybski possiamo dire che i metodi collaborativi non sono la collaborazione. Come la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Parlare di metodi collaborativi richiede di assumere appieno il significato profondo e complesso del fenomeno a cui ci si riferisce, a quell’esperienza di lavoro comune a cui rimanda il collaborare: da «cum» (con, insieme) e «laborare» (lavorare, praticare), una congiunzione che implica il “mettere accanto” e “unire” più soggetti fra loro diversi e separati, la cui identità distinta va salvaguardata e valorizzata. L’approfondimento etimologico ci viene in soccorso anche con il termine «mètodo» (dal latino mèthodus), derivante dalla parola greca methòdos (μέϑοδος), a sua volta composta dalla particella «mèta» (μετα) che indica “superamento” e dalla parola «hodós», cioè “strada”, “cammino”, “via”. La combinazione dei termini ci restituisce il senso dell’investigazione e della ricerca, implicito in ogni metodo e, nel contempo, la doppia valenza di “via” e di “modo” di percorrerla. Così concepiti i metodi sono tentativi umani di istituire un ordine razionale di ricerca (regole, principi) al fine di pervenire ad un’azione efficace, un modo di operare per ottenere uno scopo. I metodi collaborativi rappresentano perciò una proposta (ragionata, meditata e organizzata) per chi è interessato a ricercare le strade più fertili per coltivare l’impegno congiunto rispetto ai problemi sociali, nella situazione data (con il correlato di vincoli e opportunità) e con gli attori esistenti. Così descritti i metodi collaborativi mostrano una duplice forma: quella di modello «processuale» da un lato e di dispositivo «procedurale» dall’altro.  Un fenomeno complesso come la collaborazione non può essere immaginato come l’esito di una procedura da applicare (anche con il massimo dell’adesione al modello originale).

Agire con metodo per sviluppare l’«efficacia situazionale» Forzando l’analogia biochimica possiamo paragonare i metodi a degli enzimi, a dei catalizzatori che aiutano ad accelerare una serie di processi sociali (comunicazione, ascolto, confronto, ideazione e altri ancora). L’aumento della velocità processuale comporta un diverso livello della energia di attivazione (nel nostro caso l’energia potenziale di un certo gruppo sociale rispetto ad un problema concreto) che deve essere raggiunto per far sì che i soggetti sociali evolvano poi autonomamente verso il risultato atteso. Così come in biochimica gli enzimi possono aumentare la velocità di reazione anche di dieci volte, in campo sociale buoni metodi possono sviluppare l’«efficacia situazionale» di un determinato progetto. Così concepiti i metodi collaborativi richiedono analoghe attitudini da parte di chi li usa. Si tratta cioè, come vedremo meglio nelle pagine che seguono, di assecondare i processi di crescita, trarre partito dalle propensioni all’opera che sono in atto spontaneamente, portandole a loro pieno regime. L’idea cardine è quella di «non guidare» (mettendosi davanti) ma, appunto, di «assecondare» (mettendosi di lato e/o dietro) modestamente, in modo discreto e persino senza attirare troppo l’attenzione, in modo da portare la propensione della situazione al suo dispiegamento. Ne scaturisce l’idea di operare in maniera indiretta e discreta. L’efficacia indiretta procede fondamentalmente per catalizzazione di fattori favorevoli, o che vengono resi tali. Il carattere discreto è l’appoggio, non soffocante, di una crescita che si dispiega da sé.

Metodi collaborativi: quattro funzioni cruciali Proponiamo pertanto quattro funzioni corrispondenti ad altrettanti processi sociali e obiettivi operativi, nel quale collocare i metodi presentati nel volume. La prima riguarda l’innesco di fiducia e di impegno richiesta in ogni fase di avvio di un intervento sociale, con il cruciale e delicato avvicinamento a persone e/o gruppi per nulla o poco conosciuti, un’azione imprescindibile per dare vita ad un processo di maturazione collettiva. Come facilitare l’espressione di punti di vista, difficoltà e risorse che animano un contesto? Come aiutare a connetterli tra loro? Come favorire quell’apertura di credito iniziale propedeutica alla scelta di un impegno comune? La seconda funzione attiene la facilitazione di interazioni costruttive. Il lavoro con i gruppi e la comunità implica l’allestimento di contesti e situazioni d’incontro fra interlocutori con ruoli e provenienze molteplici, in cui sia possibile esprimersi in modo libero, apprezzando convergenze ma anche divergenze, tollerando diversità e dissensi. Come approfondire conoscenza, fiducia reciproca, limiti e risorse presenti nelle persone e nel loro contesto di vita? Come esprimere racconti, avvenimenti e simboli vissuti nella comunità?  La terza funzione chiama in causa la promozione (ma anche la produzione) di immaginazione progettuale rispetto ai problemi sociali, con tutto il correlato di creatività e capacità innovativa in essa contenuta. Un buon piano di azione è incentivato dalla condivisione di strategie che raccolgono visioni e chiare direzioni di intervento in cui le persone possano riconoscersi. Come fare emergere gli orientamenti presenti, pianificare possibili soluzioni ai problemi e dare forma a desideri di cambiamento? Come andare oltre il noto e dare vita a nuove ipotesi? La quarta e ultima funzione si misura con i processi convergenti della scelta, della ponderazione e della presa di decisione. Si tratta quindi di accompagnare scelte condivise per azioni congiunte. Per poter scegliere è importante mettere in evidenza le diverse alternative, avviando un processo di confronto attorno agli ipotetici scenari che si andranno a configurare. La genesi di un consenso è l’anticamera per la sperimentazione e la cooperazione sul campo. Come dare vita a questo complesso processo, coltivando l’impegno e la responsabilità personale e collettiva? 

Schema 1: Principali funzioni e obiettivi dei metodi di collaborazione sociale

FUNZIONI1 INNESCARE FIDUCIA E IMPEGNO INIZIALE2 FACILITARE INTERAZIONI COSTRUTTIVE  3 PROMUOVERE IMMAGINAZIONE PROGETTUALE    4 ACCOMPAGNARE SCELTE CONDIVISE PER AZIONI CONGIUNTE  
OBIETTIVI OPERATIVIAscoltare, raccogliere informazioni e stimolare le persone a prendere consapevolezza delle proprie risorseApprofondire conoscenza e fiducia reciproca, apprezzando limiti e risorse presenti nelle persone e nel contesto di vita  Chiarire l’orientamento dalla comunità, al fine di pianificare possibili soluzioni ai problemi presenti e dare forma a desideri di cambiamento  Dare vita ad un’assunzione di responsabilità personale e collettiva
METODIPhotovoice Restorative circles Sociogramma degli attori sociali  World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Photovoice    World Cafè Open Space Technology Community Visioning Appreciative Inquiry Restorative circles Collaborative Problem Solving  Open Space Technology (Fase di Action Planning) Future Search Collaborative Problem Solving

Articolo tratto dalla introduzione al libro Metodi Collaborativi curato da Ennio Ripamonti e Davide Boniforti: vai al LINK https://www.animazionesociale-abbonamenti.it/negozio/pubblicazioni/le-matite/5-metodicollaborativi/

Un ciclo di 6 seminari formativi proposti da Metodi, in collaborazione con il Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche (https://circex.org/it) e Unità di Strada Sociale, e coordinati da Davide Fant (www.pedagogiahiphop.org) per pensare ad un lavoro educativo e formativo nel digitale con un approccio esperienziale, consapevole ed “ecologico”. Uno spazio di pensiero al termine dell’emergenza e all’inizio di quello che verrà, che non sappiamo ancora. Per esplorare le possibilità di attivazioni esperienziali, ludiche, artistiche, negli ambienti digitali. Per approfondire come usare a distanza la narrazione, le immagini, la poesia, i videogiochi, i GDR. Per ri-elaborare – insieme ad esperti – gli apprendimenti, le intuizioni, le perplessità, emerse nelle sperimentazioni del periodo di quarantena. Per ipotizzare come andare avanti, come integrare il lavoro in digitale con quello in presenza, per arricchire la nostra possibilità di stare accanto ai ragazzi in questi tempi inquieti.
Ogni seminario include: 1) proposte di attività formative per adolescenti nel digitale, e testimonianze di sperimentazioni messi in campo nel periodo di lockdown che si sono rivelati particolarmente generativi; 2) presentazione e sperimentazione di alcune applicazioni digitali utili al lavoro educativo nel digitale; 3) attivazione dei partecipanti (o solo di chi lo desidera…) e momenti di condivisione.
Il fine non è quello di addestrare all’utilizzo di nuove app (anche se anche di app si parlerà, e magari qualcuna sarà una bella scoperta) ma è quello ragionare e sperimentarsi su modalità consapevoli e creative per approcciare il lavoro educativo nel digitale, talvolta, se necessario, mettendo in discussione o allontanandosi dagli approcci più convenzionali.

Primo seminario: CREARE SETTING “CALDI”, RIFLESSIVI E TRASFORMATIVI NEL DIGITALE giovedì 16 luglio 15.00-17.30;

Secondo seminario: ORGANIC INTERNET: EDUCARE NEL DIGITALE CON UN APPROCCIO CRITICO, LIBERO ED ECOLOGICO venerdì 4 settembre 15.00-17.30;

Terzo seminario: APPRENDIMENTO ESPERIENZIALE NEL DIGITALE ATTRAVERSO STRUMENTI ARTISTICI E NARRATIVI venerdì 11 settembre 15.00-17.30;

Quarto seminario: RE-INVENTARE GIOCHI DI RUOLO E VIDEOGAME giovedì 24 settembre 15.00-17.30;

Quinto seminario: RADIO, WEBRADIO E PODCAST PER COSTRUIRE COMUNITÀ E SVILUPPARE COMPETENZE venerdì 2 ottobre 15.00-17.30;

Sesto seminario: ATTIVARE CONFRONTO SIGNIFICATIVO CON PHOTOVOICE venerdì 9 ottobre 15.00-17.30

Informazioni e iscrizioni: https://www.retemetodi.it/en/corsi/alieni-on-line/

Dare voce a giovani narrative. La prima sensazione che ho provato apprestandomi a leggere gli esiti di questa ricerca è stata di sollievo[1]. Dopo quasi tre mesi in cui, nel bene o nel male, le voci più scandagliate (in forma giornalistica, letteraria o scientifica) sono state quelle degli adulti, in particolare nel loro ruolo di lavoratori e/o di genitori, finalmente abbiamo l’opportunità di ascoltare le parole di altre generazioni, i pensieri e le emozioni di altre soggettività. Uno dei principi guida del lavoro di comunità chiede di incoraggiare interpretazioni pluralistiche dei problemi sociali con cui ci si misura, in modo da unire e integrare diversi tipi di conoscenza, sia di tipo oggettivo che di carattere soggettivo, in modo di moltiplicare i punti di vista da cui una certa situazione può essere considerata. In questo senso l’esperienza di una pandemia globale è indubbiamente quanto di più condivisoci possa essere, un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi, siano essi bambini, adolescenti, giovani, adulti o anziani. Pochi fenomeni nella storia umana hanno trasformato la società e la cultura come le pandemie e, qualunque siano le caratteristiche specifiche dei soggetti che le sperimentano (età, genere, ceto sociale, istruzione, etnia) risultano accomunati da una situazione di «caos» e di incredibile disorientamento. Il paesaggio risulta sconvolto e i punti di riferimento consueti si eclissano. Ed è propriamente in questa condizione che ci siamo trovati a riflettere sulle nostre vite, attuali e precedenti, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio. C’è chi non vede l’ora di ritornare velocemente alla “normalità”, chi invece pensa che “nulla sarà più come prima”. Da sempre l’uomo s’interroga sul futuro, ad ogni latitudine e ad ogni epoca storica.  Se nelle prime settimane il «caos» ha riguardato dimensioni organizzative e logistiche, con il passare del tempo ha cominciato ad agire ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso.

Saper fare le domande giuste. Nelle pagine di questa ricerca abbiamo la possibilità di capire meglio come hanno vissuto (e stanno vivendo) tutto ciò preadolescenti, adolescenti e giovani di questo spicchio di territorio piemontese. Già questo, di per sé, è un grande risultato: avere la possibilità di ascoltare voci che sono rimaste in larga parte assenti nella narrazione collettiva. Non c’è miglior lavoro educativo, per chi opera nelle politiche giovanili, che trovare il modo di offrire un’opportunità di espressione diretta, magari rompendo il tacito consenso con cui gli attori sociali accettano i sistemi di convenzione in cui sono immersi, promuovendo la produzione di nuove metafore e/o nuove narrative che rendano pensabili nuovi copioni, nuovi ruoli per gli individui e i gruppi sociali. Che cosa hanno da dire i ragazzi e le ragazze? Cosa pensano di sé e del mondo? Di sé nel mondo? Come vivono questo tempo sorprendente, questo evento spaesante? Che contributo possono dare alla comunità? Non va infatti sottovalutato il peso demografico di un paese come l’Italia che, dopo il Giappone, ha la popolazione più anziana del mondo e, com’è noto, essere una minoranza non è mai un vantaggio: gli adolescenti sono pochi e contano poco. Il fatto stesso che alle educatrici e agli educatori sia venuto in mente di interpellare queste generazioni così spesso sottovalutate o stigmatizzate è un formidabile esercizio pedagogico. Perché educare è, prima di tutto, fare le «domande giuste», come ci hanno insegnato Paulo Freire, Don Lorenzo Milani e Danilo Dolci, e quando la domanda interpella temi importanti della vita arrivano le risposte, di relazione prima ancora che di contenuto. Interpellati nel loro lockdown casalingo, nel loro confinamento domestico iper-connesso, più o meno faticoso o sereno che fosse, i ragazzi hanno risposto. Il fatto che 2600 ragazzi e ragazze dagli 11 ai 22 anni abbia compilato un questionario condividendo idee, preoccupazioni, desideri e propositi ci mostra, in filigrana, il reticolo invisibile di fiducia, stima e affetto che li tiene collegati ad adulti davvero significativi. Perché a questa età si è “costretti” a rispondere quando si è interrogati, ma si può anche decidere di rispondere perché si è interpellati, perché si percepisce che il questionario è un «pre-testo» che attiva e mantiene caldo il contatto, e il «testo» parla di riconoscimento e interesse autentico.

Un ascolto che attiva, connette, immagina. Se c’era un imperativo di questa situazione era quello di riuscire a «stare in contatto con il problema», che nel nostro caso significa: stare in contatto con i ragazzi, connettere problema e ragazzi, conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, fattori di resistenza e di benessere, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore. Questo generoso sforzo di ricerca rappresenta un fondamentale «capitale narrativo»[2] che può alimentare percorsi educativi (individuali, gruppali e comunitari) pertinenti e partecipati. Tutto ciò non si produce automaticamente, non funziona come un meccanismo. È necessario un approccio aperto e una postura curiosa, un autentico interesse per queste vite giovani. Gli studi del grande antropologo Gregory Bateson hanno mostrato in maniera inequivocabile quanto sia profondo il nesso fra le «forme della conoscenza» e le «forme della convivenza». Questo significa che per costruire percorsi educativi partecipati, dialogici e comunitari dobbiamo prendere le mosse dal nostro stesso modo di pensare e di rapportarci alla realtà[3]. Senza questa fondamentale operazione mentale l’approccio ai contenuti di questa ricerca risulterebbe minato alla radice, poiché ogni azione è un’interazione.

Ascoltare, non catalogare. E allora lasciamoci attraversare da queste voci prima ancora che catalogarle, un po’ come si sente il mare in una conchiglia. Certo sono voci diverse, ricche di variazioni e di accenti, non prive di incoerenze e di contraddizioni. Ma non sono così anche le nostre, di voci? Non sono sempre così le voci degli uomini e delle donne, in tutte le età della vita? Sono testimonianze vive e vitali, che raccontano famiglia, amicizia, scuola, tempo libero, divertimento, sport, musica, lavoro. Ci dicono, ad esempio, che nonostante tutto, per molti ragazzi la scuola è un punto di riferimento decisivo, amato e odiato, ma fondamentale: un baricentro: Come dice un ragazzo (o forse una ragazza) “da molto tempo non esco di casa e mi manca andare a scuola senza aver paura di nulla perché penso che la scuola sia un luogo di apprendimento ma nello stesso tempo anche un punto di ritrovo tra amici”. Oppure ci parlano del bisogno di amicizia, proprio a noi, adulti, che pensiamo che al tempo dei social i ragazzi non abbiano dei veri amici. E allora arriva una ragazza (o forse un ragazzo) a dirci che  “questo periodo, differentemente da altre persone, mi ha aiutato a creare e rafforzare nuovi rapporti con le persone soprattutto amici” E per chi pensa, ancora, che si tratti di una generazione superficiale e viziata può essere utile prendere atto di un pensiero all’altezza della situazione e delle molte preoccupazioni che la pandemia ha messo in moto, come dicono alcuni ragazzi e ragazze: “(…) ho paura che non ci possa essere un futuro sereno per le generazioni che verranno” o che “ (…) in futuro ci saranno pesanti conseguenze derivate da questa quarantena e di non poter vivere la vita che avrei voluto”, o ancora che “(…) tanti saranno egoisti ed irresponsabili come lo sono in questi primi giorni di fase due, il mondo andrà a rotoli”, ma anche che “(…) sarebbe bello pensare un po’ di più al bene degli altri invece di soddisfare bisogni innecessari ed egoistici”. Anche nel rapporto con sé stessi e con il mondo sono molte le suggestioni e può sorprendere il livello di maturità e consapevolezza che traspare, scrive un ragazzo “(…) ho avuto modo di pensare a me davvero tanto in questi giorni, cosa che non facevo ormai da anni. Ho trovato risposte a domande che frullavano nella mia testa da un sacco di tempo, ho riflettuto su progetti, sulle mie ambizioni e anche su rapporti con altre persone. Ho capito tante tante cose”, mentre un altro pensa che “(…) tutto quello che stiamo passando in questo periodo, ci serva a essere più responsabili sia con noi stessi che nei confronti altrui, e ci aiuta a capire la vera importanza della famiglia e degli amici. Sono molti gli adulti a cui piace dire che non ci sono più i giovani di una volta (cioè loro). Verrebbe da dire; “meno male”.


[1] il presente articolo è stato pubblicato in Il diritto alla felicità, instant book curato dalla Cooperativa Caracol nel giugno 2020 e che raccoglie i risultati di una ricerca condotta con adolescenti e giovani del territorio della provincia di Cuneo. Per scaricare: https://drive.google.com/file/d/1F7q6EhhBWXtJs6Lrk5IaZS-loN4TEU0B/view?usp=sharing

[2] Cfr. Luigino Bruni, Il capitale narrativo: le parole che faranno il domani nelle organizzazioni e nelle comunità, Città Nuova, Roma, 2018

[3] Cfr. Ripamonti Ennio, Davide Boniforti, Allestire situazioni per un dialogo aperto e plurale, in “Animazione Sociale”, n.325/2019

In questi mesi ci siamo visti costretti ad intensificare quanto mai in precedenza l’utilizzo delle tecnologie digitali, avendo modo di esplorarne a fondo sia le notevoli potenzialità (indiscutibili) che gli evidenti limiti (variegati e compositi), in particolare sui terreni del lavoro sociale e dell’educazione. Coerentemente con la storia e la filosofia dello sviluppo di comunità che caratterizza la nostra attività ci siamo dedicati a sperimentare principi e strumenti ad alto tasso di coinvolgimento, condivisione, partecipazione, interazione e collaborazione da remoto. Con questo ciclo di Workshop di intendiamo proporre una serie di metodi (che combinano valori, principi, tecniche e processi) che hanno il carattere di prototipi da collaudare sul campo e da adattare a contesti e scopi

  • WORKSHOP 1: MAPPARE LA COMUNITÀ LOCALE CON PHOTOVOICE – VENERDÌ 19 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 2: NETWORK ANALYSIS PER SVILUPPARE RETI SOCIALI – VENERDÌ 26 GIUGNO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 3: ACCOMPAGNARE PROCESSI DECISIONALI CON MENTIMETER – VENERDÌ 3 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 4: NARRAZIONE DI COMUNITÀ CON DIGITAL STORYTELLING – VENERDÌ 17 LUGLIO (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 5: FACILITARE IL DIALOGO NEI GRUPPI CON RESTORATIVE CIRCLE – VENERDÌ 11 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)
  • WORKSHOP 6: PROGETTARE IN MODO COOPERATIVO CON FUTURE LAB – VENERDÌ 25 SETTEMBRE (ORE 10.00-12.30)

programma completo https://www.retemetodi.it/corsi/rigenerare-comunita-online/

GRUPPO4

Ennio Ripamonti[1]

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita (Joan Didion)

L’IRRUZIONE DELL’INATTESO, DELL’IMPREVISTO E DELL’INQUIETANTE

APPUNTO 1: Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie. Lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’esistenza umana e delle società

Siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. Ed è proprio in questo tempo inedito, nel bene e nel male indimenticabile, che il filosofo Edgar Morin, dall’alto dei suoi 99 anni, ci ricorda che nella storia umana c’è una gran parte d’ignoto e che l’inquietudine che stiamo vivendo non possiamo nascondercela, ed è molto meglio guardarla in faccia[2]. Certo non è la prima pandemia della storia (e non sarà l’ultima), ma è la prima per «noi», un’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, il cui senso non è confinabile in alcune coscienze o in alcuni corpi. Stiamo sperimentando quanto la pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, la più comune, quella che ci lega a tutte le generazioni vissute prima di noi. Ci ritroviamo così ad osservare, con malcelato stupore, fotografie di un secolo fa, affollate di famiglie, operai e commercianti attrezzati di mascherina durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1920. Un parallelismo e una vicinanza stupefacente e imprevedibile. Ancora oggi, come allora, ci dice la storia della medicina, le epidemie cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e di spazio limitata, seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale e poi si avviano alla conclusione[3]. Da un certo punto di vista, potremmo dire, niente di nuovo sotto il sole. Il mondo continua. È successo in passato, si verifica adesso, accadrà di nuovo. Ma un conto è saperlo astrattamente, un conto è viverlo concretamente. Da sempre le epidemie esercitano sulle società colpite una forte pressione che porta alla luce le strutture nascoste, rivelando quali sono le priorità e i valori presenti in un dato contesto. Ogni società crea i propri punti deboli e studiarli significa comprendere a fondo le strutture sociali su cui si basa e si articola[4]. Pochi fenomeni nella storia umana hanno modificato la società e la cultura come le pandemie, anche se solo da poco tempo le scienze sociali hanno cominciato ad occuparsene. Ma forse anche questo è destinato a cambiare se si considera la mole di ricerche che si stanno avviando in queste settimane, non solo sul fronte medico (terapie, vaccino) ma anche sul fronte psicologico, psichiatrico, sociologico, antropologico, e pedagogico. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria effusione di senso. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia e chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità.  Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

POST-IT 1: Il lavoro sociale contemporaneo non può (e non deve) sfuggire da questi temi, ma candidarsi ad accompagnare persone, gruppi e comunità a costruire un senso condiviso

LA FATICOSA RICERCA DI UN APPROCCIO ADEGUATO ALLA POLIEDRICITA’ DELLA CRISI

APPUNTO 2: Conoscere e riconoscere punti deboli e fragilità, individuali e sociali, e accettare di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore

La pandemia crea una situazione straordinaria di crisi prolungata, di quella che possiamo chiamare una policrisi (sanitaria, economica, ecologica, psicologica, sociale), Nella Grecia classica il termine krisis veniva utilizzato soprattutto in ambito medico per indicare una situazione estrema limitata nel tempo. In questo senso nella crisi è implicito il suo superamento: alla fase acuta della malattia segue la guarigione o la morte. Proprio in virtù della crisi si esce dall’incertezza, si decide una strategia e si individua una via di uscita. Ma la situazione policritica con cui ci stiamo misurando è decisamente più complessa e implica una trasformazione della nostra relazione con il tempo e la difficoltà a pensare il futuro: è emerso un tempo denso di incognite. Non a caso circolano le profezie più disparate rispetto a ciò che ci attenderebbe: dalle più positive visioni palingenetiche, agli scenari più cupi e deprimenti. Una cosa è certa, la sovrabbondanza di informazioni non ci libera dall’inquietudine, anzi. Non è facile accettare la parzialità delle nostre conoscenze e abbandonare l’idea che possiamo pianificare una via di uscita certa, funzionante e programmabile. Dal secondo dopoguerra in poi le formidabili conquiste del welfare europeo hanno aumentato i sistemi di protezione e mitigato l’impatto delle crisi. Ma quali sono i punti deboli del nostro modello sociale messi in evidenza dalla pandemia? Alcuni dei più importanti vengono riassunti in un recente editoriale del Financial Times, vale a dire uno dei più autorevoli giornali economico-finanziari del mondo, cantore del neoliberismo. Nell’articolo si sostiene la necessità di riforme radicali, capaci di invertire la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni, soprattutto in termini di disuguaglianze. Si auspica che i governi accettino di svolgere un ruolo più attivo nell’economia e considerino i servizi pubblici come un investimento anziché un peso. Ma non è tutto, il Financial Times prevede che il tema della redistribuzione della ricchezza tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più ricchi e che bisognerà in considerazione misure fino a ieri considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali[5]. Il fondo auspica radical reforms per forgiare una società del lavoro per tutti. Difficile credere che assisteremo a una così radicale svolta nelle politiche pubbliche. Di certo, al momento, assistiamo al ritorno di centralità del pubblico e del tema dei beni comuni, forse perché, come dice un altro grande vecchio della sociologia europea, Jurgen Habermas, “quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare”

POST-IT 2: Il lavoro sociale di comunità deve candidarsi convintamente ad aiutare le pubbliche amministrazioni ad articolare interventi territoriali compositi e integrati

ADOTTARE LA STRUTTURA PSICHICA DEI MARATONETI PER VIVERE AL MEGLIO QUESTO TEMPO INCERTO

APPUNTO 3: Allenarsi per sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento

Le decisioni che riguardano gli interventi devono essere prese avendo come prospettiva che dovranno essere mantenute finchè non sarà disponibile un vaccino (potenzialmente 18 mesi secondo l’Imperial College di Londra). Dato che, al momento, non possono essere fatte previsioni sull’effettiva efficacia dei vaccini conviene stimare il tempo per difetto. Sappiamo con certezza che distanziamento fisico, mascherine, diversa organizzazione del lavoro, nuove modalità di fruizione dei servizi, degli spazi pubblici, del tempo libero, dell’istruzione e della cultura ci accompagneranno a lungo. Tutto questo ci porta a dire che per vivere al meglio questo tempo è interessante guardare alla struttura psichica dei maratoneti piuttosto che dei velocisti. La psicologia dello sport ci insegna che sono due gli elementi distintivi a questo proposito: la soglia di sofferenza (intesa come la fatica psicologica massima che l’atleta riesce a tollerare durante la gara) e la capacità di sofferenza (cioè il tempo che l’atleta riesce a reggere alla fatica massima). Mentre per il velocista è la soglia di sofferenza l’elemento che più incide sulla qualità della performance, nel caso del maratoneta diventa decisiva la capacità di sofferenza. Non solo. Le due performance sono influenzate anche da una diversità di centratura degli atleti rispetto agli stimoli. Nel velocista il focus d’attenzione prioritario è esterno, un’escalation avviata dallo start, che prosegue costante, al massimo della proiezione, fino al traguardo. Il maratoneta, di contro, ha bisogno di sviluppare una notevole consapevolezza delle sensazioni corporee così da poter riconoscere e anticipare eventuali momenti critici durante la gara. La concentrazione che inizialmente può essere poco orientata, con il progredire dello sforzo viene orientata all’ascolto dei segnali corporei in un costante monitoraggio dei parametri fisiologici. Nella condizione in cui ci troviamo, fuori di metafora, ci serve un approccio euristico alla ripresa, fatto di tentativi, errori e correzioni, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e malcontento. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas, tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Un elemento decisivo è rappresentato dalla fiducia, anche perché “l’anno che verrà sarà alieno e il paesaggio sarà qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto e, per una volta, abbiamo l’occasione di disegnarlo più simile a come lo vogliamo”[6].

POST-IT 3: Il lavoro sociale di comunità deve attrezzarsi a riconoscere e trasformare, con pazienza e tenacia, sentimenti di disperazione, rabbia e rancore, generando fiducia

RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, FORMULARE IPOTESI E DOTARSI DI STRATEGIE INCREMENTALI

APPUNTO 4: Attingere a piene mani dalle capacità nostre cooperative e mettere a valore e istituzionalizzare le migliori esperienze di welfare di comunità degli ultimi dieci anni

È vero, siamo stati tutti sorpresi dall’inatteso, ma non eravamo con le mani in mano dal punto di vista del lavoro sociale. Ci era già chiaro che le società attuali hanno bisogno di un valido settore pubblico, un privato efficiente, una società civile dinamica e una cittadinanza attiva e informata, il tutto interconnesso attraverso una governance condivisa. Stavamo già provando, con risultati più o meno soddisfacenti a riformare i nostri sistemi di welfare locale in modo da aumentarne l’efficacia mettendo al centro partecipazione, democrazia, sussidiarietà, imprenditorialità e responsabilità pubblica. Forse è giunto il momento per intensificare e radicalizzare (non nel senso di “estremizzare” ma di “andare alla radice”) questa prospettiva in almeno cinque direzioni:

POST-IT 5.1: Riprendere, rilanciare e intensificare la collaborazione fra sanitario e sociale alla luce di una forte prospettiva di salute pubblica e prevenzione territoriale

POST-IT 5.2: Sintonizzare il lavoro sociale individuale con il lavoro sociale di comunità mettendo al centro i micro-ambienti di vita delle persone e le loro reti di sostegno

POST-IT 5.3: Potenziare la collaborazione fra imprenditorialità sociale, attori economici e auto-organizzazione comunitaria attorno a beni comuni condivisi e fasce sociali fragili

POST-IT 5.4: Rinforzare azioni di rigenerazione urbana e sociale moltiplicando forme di welfare di prossimità basate sul luogo di vita (housing, negozi di vicinato)

POST-IT 5.4: Incrementare competenze sociali diffuse attraverso azioni informative e formative che coniugano attività in presenza e piattaforma digitali

  • [1] Articolo pubblicato sulla rivista “Animazione Sociale” n. 335/2020
  • [2] Edgar Morin, Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso, intervista in “Avvenire”, 15 aprile 2020
  • [3] Charles Rosenberg, Explaining Epidemics, Cambridge University Press, New York, 1992
  • [4] Frank M. Snowden, Epidemics & Society. From the black death to the present, Yale University Press, 2019
  • [5] Cfr. Financial Times, La pandemia ha rilevato la fragilità del contratto sociale, in “Internazionale”, 1353/2020, pag. 15
  • [6] Paolo Giordano, La vita dopo? Il futuro è un puzzle che va costruito insieme, in “Il Corriere della Sera”, 8 aprile 2020

 

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Riflessioni e pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva in epoca di “distanziamento sociale” di massa

La malattia come esperienza ancestrale. Per contrastare la diffusione della pandemia di covid-19 svariati milioni di persone in tutto il mondo sono costrette a adottare uno stile di vita caratterizzato dal cosiddetto «distanziamento sociale». Oltre agli evidenti (e drammatici) problemi sanitari ed economici si stanno cominciando a studiare gli effetti psicosociali, politici e culturali di questa imponente (e imprevista) situazione di isolamento di massa, un evento che mostra, in tutta la sua spettacolarità, la nostra condizione di fragilità. Figli di un Occidente sicuro e protetto ci siamo improvvisamente ritrovati tutti, chi più chi meno, inermi e spaventati di fronte ad una malattia ignota. In un certo senso potremmo dire, con le parole del filosofo Pierre Zaoui, che il covid-19 “è l’esperienza al tempo stesso di uno solo, di alcuni e di tutti, ed è abbondantemente impossibile confinare a lungo il suo senso a una sola e unica coscienza o a un solo e unico corpo”[1]. La pandemia ci accomuna tutti (anche se non in egual modo) per la sua natura ibrida (cioè attiva e passiva nello stesso tempo), ma soprattutto perché la malattia è l’esperienza ancestrale della vita, cioè “l’esperienza più comune, più pre-individuale e più pre-personale, quella che ci lega ancora ai primi uomini”[2].

La pandemia come esperienza collettiva. La portata collettiva di quanto stiamo vivendo in termini di salute pubblica, emerge con forza dalla lettera inviata da un gruppo di medici italiani alla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, una riflessione circostanziata che esordisce con una precisa indicazione: “in una pandemia, l’assistenza centrata sul paziente è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulla comunità”[3]. Per quanto la malattia sia personale la situazione pandemica obbliga ad una visione d’insieme e suggerisce strategia di cura, protezione e prevenzione allargate e integrate[4]. Ovviamente i punti di vista degli esperti sono variegati e si procede per ipotesi, anche perché ci troviamo di fronte a un’esperienza che, per dimensioni e diffusione, non ha precedenti nella storia recente. Per quanto riguarda la dimensione psico-sociale sappiamo che diverse ricerche condotte sulla quarantena (in particolare nelle epidemie di Sars-Cov e Ebola) indicano una serie di probabili effetti sulla salute mentale: dai sintomi del disturbo post traumatico da stress al disorientamento, dall’angoscia alla depressione[5]. Effettivamente, se non viene scelto dalle persone, l’isolamento prolungato è una condizione innaturale che incide sulla qualità della vita e metta a dura prova la capacità umana di cooperare[6].

Deprivazione relazionale, desiderio di comunità ed esperienza del caos. Una condizione, questa, ben descritta dallo scrittore Paolo Giordano nel suo recente libro Nel contagio, quando osserva: “abbiamo un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, a meno di un metro dalle persone che per noi hanno importanza. È un’esigenza costante che assomiglia al respiro”[7]. Le relazioni interpersonali sono ossigeno e la loro rarefazione finisce per produrre sofferenza. Non solo, l’esperienza sociale della malattia porta con sé, quasi inevitabilmente, la sperimentazione di una situazione di «caos», in prima battuta sul piano logistico e organizzativo (scadenze, incombenze, impegni, compiti, attività, obiettivi, priorità) ma poi, a lungo andare, ad un livello più profondo, ad un contempo psichico e filosofico, esponendo ognuno di noi ad una vera e propria “effusione di senso al di fuori delle categorie dello spazio e del tempo”[8]. Ed è propriamente in questa condizione che ci ritroviamo a riflettere sul nostro “fare”, chi con nostalgia chi con qualche dubbio, chi non vede l’ora di ritornare alla normalità e chi pensa che nulla sarà più come prima. Sappiamo peraltro che gli essere umani sono caratterizzati da una forte capacità di adattamento. Una intensa esperienza di malattia (propria o altrui) ha la capacità di rendere obsolete le forme di vita (individuale e sociale) abitate fino a quel momento e induce a rivalutare le priorità della vita. Decine di interviste, post, testimonianze, diari, articoli in cui ci si imbatte in queste settimane hanno esattamente questo tono, sia che si tratti di personaggi famosi o di semplici cittadini. Chissà, forse perché, come ci ha insegnato Nietzsche, lo sconvolgimento prodotto dal «caos» mette in luce il nocciolo dell’essere, qualsiasi sia la prospettiva esistenziale che poi si intraprende: disperarsi, negare, affrontare, elaborare, cambiare, combattere.

Attingere a piene mani alle nostre capacità cooperative. Numerose ricerche condotte nell’ambito della psicologia evolutiva più recente hanno evidenziato con forza e chiarezza le raffinate capacità di mutua collaborazione e di altruismo che caratterizzano la nostra specie. Per affrontare efficacemente una situazione pandemica abbiamo bisogno di attingere appieno a queste capacità, facendo leva su quella che l’antropologo Curtis Marean ha definito iperprosocialità[9]. È esattamente questo di cui oggi abbiamo bisogno, per curare e assistere chi è malato e, ancor di più, per contenere il contagio e promuovere la salute (fisica e mentale) della moltitudine degli isolati. Scrive ancora a questo riguardo Paolo Giordano:

“(…) l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga ad uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo ad essere una comunità”[10].

Siamo in grado di raccogliere questo incoraggiamento nonostante trent’anni super-individualismo, competizione esasperata e solitudine[11] diffusa? Nessuno può dirlo con certezza. Sono diversi gli analisti che stanno provando ad ipotizzare degli scenari per il dopo pandemia, sia sul piano globale che su quello locale. Con tutti i limiti evidenti di questa stessa articolazione in un contesto profondamente interconnesso.

La gestione della pandemia come test di cittadinanza. In un recente articolo lo storico Yuval Noah Harari riflette sulla profondità dell’impatto delle decisioni attuali nelle società future. L’invito è quello di tenere conto, nella scelta fra diverse alternative, non solo dell’efficacia nel fronteggiare il pericolo immediato ma anche “in che tipo di mondo vivremo quando la tempesta sarà passata”[12]. Secondo Harari nell’affrontare questa crisi epocale le nostre società sarebbero di fronte a due scelte fondamentali: “la prima è tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini; la seconda è tra isolamento nazionalista e solidarietà globale”[13]. Da questo punto di vista l’epidemia di covid-19 può essere visto come un vero e proprio test di cittadinanza e occorrerebbe intraprendere con decisione e coraggio la strada della informazione consapevole, della responsabilizzazione, della fiducia e della solidarietà sociale. Anche perché:

(…) Il monitoraggio generalizzato e le punizioni severe non sono l’unico modo per ottenere che le persone rispettino le regole. Quando sono informati sui fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche che gliene parlano, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che li spia. Di solito una popolazione motivata e consapevole è molto più utile di una ignorante e controllata[14]

Un’analisi tutt’altro che campata per aria se si osserva la deriva autocratica impressa in Ungheria proprio in questi giorni[15] e che rende di straordinaria attualità il concetto di «biopolitica» introdotto da Michel Foucault a metà degli anni Settanta[16]. Inevitabilmente la gestione di una pandemia chiama in causa le modalità in cui la rete dei poteri (delle istituzioni e delle discipline scientifiche) gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione del comportamento sociale. In anni più recenti il filosofo Roberto Esposito ci aveva già esortato a sfuggire da una visione ingenua e benevola della «comunità», mostrando lucidamente quanto ogni communitas può finire per sviluppare tensioni immunitarie (immunitas) verso l’Altro da sé (il diverso, lo straniero, il malato)[17]. Benché si sia sovente espressa nella forma della nostalgia del calore umano contro il grande freddo delle moderne società atomizzate la riproposizione del tema della comunità non può essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Nulla ci assicura che l’impatto della pandemia nelle nostre comunità locali finisca per produrre “un dilagante desiderio di immunitas[18], tanto comprensibile per l’enormità dell’evento (con il correlato di paure, angosce e bisogni di rassicurazione che porta con sé) quanto pericoloso per la distruzione sociale che può comportare, sul piano democratico ed esistenziale. Ma è altrettanto verso che il discorso sulla comunità non è tramontato ma è cambiato poiché è profondamente cambiata la comunità, un concetto che ha oramai poco a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue descritta dai sociologi del secolo scorso. A differenza delle forme comunitarie tradizionali che implicavano un universo stabile, rassicurante e per molti versi costrittivo, abbiamo visto emergere e coagularsi nel tempo forme comunitarie nuove, basate sull’intermittenza e la libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati[19].

Condividere pratiche di resistenza relazionale, sostegno reciproco e solidarietà collettiva. Questa riflessione c’induce a reinvestire in una prospettiva di sviluppo di comunità capace di vivere il necessario distanziamento sociale con modalità protettive e nel contempo solidali, facendo leva responsabilità sociale e cooperazione e solidarietà. Le scienze umane, ad esempio, indagano da tempo le strategie di coping, cioè quella variegata serie di meccanismi messi in atto dalle persone, più o meno consapevolmente, per fronteggiare i problemi che s’incontrano nella vita e tollerare lo stress ad essi correlati, sia a livello individuale che di gruppo (o familiare). Nello specifico dell’esperienza che stiamo vivendo sono ulteriormente interessanti le strategie di coping sociale (cioè basate sul supporto reciproco e il mutuo-aiuto) e di coping centrato sul significato (dove ci si concentra sui processi di apprendimento generati dall’esperienza stressante)[20]. Ma non solo, riteniamo che sia il momento per sostenere ogni sforzo che vada nella direzione di coltivare al massimo grado la solidarietà, nelle forme compatibili con la situazione di crisi e le misure di distanziamento sociale. Con «solidarietà» non intendiamo un vago sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro) ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo: la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata, quindi si presenta contemporaneamente come un mezzo e un fine[21]. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. Cosa ci può essere di più condiviso di una pandemia su scala globale? In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono, o meglio siamo, tutti sulla stessa barca.

Il progetto #ComunitàDistanziate. Questa riflessione ha portato la società di consulenza Metodi a promuovere il progetto #ComunitàDistanziate. Metodi è un’organizzazione indipendente fondata a Milano nel 1985 e impegnata in programmi di promozione della qualità della vita, innovazione e coesione sociale attraverso modalità partecipative e collaborative (www.retemetodi.it) Con il progetto di ricerca #ComunitàDistanziate Metodi intende censire, studiare e diffondere esperienze pratiche (attivate da istituzioni, organizzazioni, gruppi o singoli cittadini) che promuovono strategie di coping (individuale e sociale) tese a mitigare il peso dell’isolamento sociale e sviluppano relazioni di comunità caratterizzate da altruismo, mutuo-aiuto, prosocialità e solidarietà collettiva, in particolare a favore dei soggetti più fragili (anziani, bambini, disabili). Per segnalare un’esperienza scrivere comunicazione@retemetodi.it          (Ennio Ripamonti, 2020)

  • [1] Zaoui P, L’arte di essere felici: come sopravvivere alle avversità e riscoprire il valore della vita, Il Saggiatore, Milano, 2016, pag.72.
  • [2] Ibidem, pag.72.
  • [3] Cfr. http://www.nejm.org
  • [4] Cfr. Pisano G.P, Sadun R, Zanini M, Lessons from Italy’s Response to Coronavirus, in “Harvard Business Review”, March 27, 2020
  • [5] Cfr. Barbisch D, Koenig KL, Shih FY, Is there a case for quarantine? Perspectives from SARS to Ebola. Disaster Med Public Health Prep 2015; 9: 547-53.
  • [6] Crf. Miller G, Social distancing prevents infections, but it can have unintended consequences, Science, Mar. 16, 2020
  • [7] Paolo Giordano, Nel contagio, Einaudi, Torino, 2020, pag.24
  • [8] Zaoui P, Ibidem, pag.80
  • [9] Cfr. Marean C. W, La più invadente di tutte le specie, in “Le Scienze”, 566: 2015, pp. 35-41.
  • [10] Giordano P, Ibidem, pag.27
  • [11] Cfr. Riccardo Saporiti, Solitudine: Italia in testa alla classifica. Ecco perché ci sentiamo soli, “Il Sole 24 Ore”, 30 agosto 2017
  • [12] Harari Y.N, Il mondo dopo il virus, in “Internazionale”, 1315:2020, pag. 18
  • [13] Ibidem, pag. 18
  • [14] Ibidem, pag. 20
  • [15] Cfr. Bonanni A, Lo strappo di Orban e la “cura” dei pieni poteri, in “La Repubblica”, 30 marzo 2020
  • [16] Cfr. Foucault M, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano, 1978
  • [17] Cfr. Esposito R, Immunitas: protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002
  • [18] Cfr. Bonomi A, L’importanza di essere comunità di cura, in “Il Sole 24 ore”, 10 marzo 2020
  • [19] Cfr. Bonomi A, Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • [20] Cfr. Brannon L, Health psychology: an introduction to behavior and health, 7ª ed., Wadsworth, Cengage Learning, 2010
  • [21] Cfr. Taylor A., Hunt-Hendrix L, Tutti per uno, in “Internazionale”, 1327:2019